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231 motivi per non rischiare

A vent’anni dall’entrata in vigore, il decreto legislativo che ha introdotto la responsabilità penale per le aziende ha bisogno di un tagliando. Perché non salva le imprese ed è una delle misure meno applicate dai tribunali

Marina Marinetti
231 motivi per non rischiare

Si chiama “modello”, ma dopo vent’anni di passerella mostra tutti i segni dell’età e avrebbe bisogno di un deciso ritocchino. Perché dall’8 giugno 2001, da quando, insomma, entrò in vigore il decreto legislativo 231, il “modello” ha mostrato tutti i suoi difetti. Parliamo, ovviamente, del “modello di organizzazione e gestione”, meglio conosciuto come “modello 231”, dal numero del decreto legislativo che se da un lato - per adeguarsi al resto del Vecchio continente - superava il principio societas delinquere non potest equiparando la posizione penale dell’ente persona giuridica a quella della persona fisica e prevedendo la possibilità di colpire direttamente il patrimonio di imprese, enti o associazioni che abbiano tratto un vantaggio dalla commissione di determinati reati da parte delle persone fisiche autori materiali dell’illecito penalmente rilevante, dall’altro prevedeva la scappatoia: il “modello”, appunto. Perché se la società, prima della commissione del reato, ha adottato e attuato un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire i reati della specie di quello verificatosi, la responsabilità è esclusa. «Peccato che il decreto legislativo 231 sia una delle leggi meno applicate d’Italia: se andiamo a vedere la casistica dei provvedimenti giudiziari adottati in questi vent’anni è risibile se confrontato con i grandi numeri dei processi penali», spiega a Economy Alessandro Cencioni, managing director di Protiviti, la multinazionale di consulenza direzionale, leader nell’analisi e progettazione di modelli di risk management, organizzazione, compliance e controllo e che supporta le aziende nell’identificazione dei rischi e nella definizione delle migliori strategie di gestione, governo e controllo. Alla 231 Protiviti ha dedicato un ciclo di approfondimenti e una piattaforma basata sulla realtà aumentata che diventerà operativa proprio in questi giorni (vedi riquadro in questa pagina). Insomma, le sanzioni previste dalla 231, che vanno da quelle pecuniarie a quelle interdittive, fino ad arrivare al commissariamento, sono rimaste per lo più sulla carta della Gazzetta Ufficiale. E la colpa non è dei magistrati: «La 231 è una norma difficile da applicare, è un po’ farraginosa e non sempre ben conosciuta». In più, il modello 231 non è obbligatorio e per chi non lo “adotta” non è prevista alcuna sanzione. «Eppure», sottolinea ancora Cencioni, «si tratta di una facoltà alla quale ha aderito la stragrande maggioranza delle grandi aziende: oggi abbiamo funzioni di audit che ruotano completamente intorno al sistema di prevenzione dei reati della 231». 

Troppo spesso per le aziende la 231 è un mero adempimento formale e non uno strumento di risk management

I reati, appunto. Se all’inizio, nel 2001, si trattava solo di quelli contro la pubblica amministrazione, l’elenco, nel corso degli anni, si è allungato: è stato chiaro fin da subito che la 231 avrebbe avuto bisogno di continui tagliandi. «Già tre mesi dopo la pubblicazione del decreto, venne aggiunta la falsità in monete, carte di credito e valori bollati», spiega Luca Ponzoni, avvocato penalista che da anni collabora con Protiviti sul tema della 231. «I reati societari sono stati introdotti nel 2002, poi nel tempo si sono aggiunti per esempio abusi di mercato, sicurezza sul lavoro, delitti informatici, reati ambientali, autoriciclaggio, falso in bilancio e, ultimamente, reati tributari, peculato e abuso d’ufficio». Altri reati sono stati attaccati come pezzettini in maniera un po’ affastellata e la Legge avrebbe davvero bisogno di un tagliando: «Innanzitutto servirebbero elementi certi per ottenere l’esimente, troppo è ora lasciato alla valutazione del giudice. E poi sarebbe utile prevedere percorsi premiali, anche con effetti esimenti, per i casi in cui l’ente presti rilevante collaborazione con l’autorità dopo il reato», sottolinea Ponzoni.

La battaglia di questi vent’anni non è ancora vinta: troppo spesso per le aziende, il modello 231 è un mero adempimento formale. «Una compliance diversamente pensata e applicata potrebbe generare valore per l’impresa, rispetto a quella che oggi può essere considerata solo burocrazia», interviene Francesco Lanza, associate director di Protiviti nonché responsabile nazionale dei servizi di compliance 231. Anche perché sono tante e tali le norme da rispettare, che spesso l’imprenditore non le viola consapevolmente. Solo l’approccio consulenziale riesce a tenere conto di tutti i rischi che l’azienda, anche piccola, corre nella complessità delle normative. Perché il copia e incolla non porta alcun valore, anzi. Specie per le imprese, sempre più digitalizzate: «Oggi il controllo delle aziende passa attraverso strumenti informatici e quindi la prevenzione delle condotte illecite deve per forza coinvolgere i sistemi informativi, indipendentemente dal fatto che il legislatore voglia insistere o meno su questi temi prevedendo nuove norme e sanzioni. Occorre gestire il mondo delle verifiche e della compliance in modo più efficiente e più efficace. E per farlo è necessario utilizzare strumenti informatici che consentano di fare analisi più approfondite e allo stesso tempo più rapide di quelle svolte con sistemi tradizionali. Ma per farlo», insiste Lanza, «è necessario un cambiamento culturale, in primis delle persone che in azienda se ne occupano». 231, anticorruzione, Hse, antiriciclaggio, Tcf, antitrust, Gdpr; ottimizzare il sistema di controllo interno e di gestione dei rischi integrando competenze digitali, revisionando gli asset organizzativi e le metodologie non è solo una questione di tecnologia, ma di approccio. «È prevedibile» aggiunge Lanza «un aumento di competenze in azienda di chi si occupa di compliance ed è quindi importante non solo la formazione, ma un vero e proprio cambiamento culturale. Bisogna integrare i sistemi di controllo con quelli di gestione esistenti e comprenderne i meccanismi per poterli utilizzare al meglio. Non solo: c’è necessità di un incremento delle competenze anche dal punto vista del controllore istituzionale. E c’è sempre meno bisogno di generalisti, e sempre più di professionisti».

La 231 spiegata con la realtà aumentata 

Per affrontare i temi legati alle 231, Protiviti ha organizzato Maratona 231, una serie di appuntamenti virtuali per i professionisti dei sistemi di controllo, avvalendosi di strumenti digitali che hanno introdotto nuove modalità di comunicazione. La realtà aumentata (AR), consente di sovrapporre informazioni multimediali a quanto si sta guardando su un qualsiasi display, aggiungendo nuovi livelli informativi ad alto tasso di interazione usando device mobili di qualsiasi tipo, coniugando ingaggio e divertimento attraverso nuovi percorsi emozionali. Nel progetto di Protiviti, la navigazione in AR avviene all’interno di numerose schermate con contenuti multimediali proprietari e di approfondimenti realizzati con il contributo di alcuni protagonisti del Decreto di questi ultimi 20 anni.

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