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L’Azzeccagarbugli ora si spiega coi disegnini

Il legal design, cioè l’arte di rendere comprensibile un contenuto legale grazie al mix tra grafica e sintesi, prende sempre più piede. Perché il legislatore vuole chiarezza e l’utente è sempre più distratto

Marina Marinetti
L’Azzeccagarbugli ora si spiega coi disegnini

Se il dottor Pettola, o dottor Duplica, insomma l’Azzeccagarbugli dei Promessi Sposi fosse realmente esistito, si rivolterebbe nella tomba. Andateglielo a raccontare, all’Azzeccagarbugli, che il nuovo trend in ambito legale è quello della semplificazione: non più pagine e pagine di contratti scritti in “avvocatese”, stampati in caratteri talmente minuscoli da mettere a dura prova anche la vista di quei fortunati che vantano una visione a dieci decimi, ma moduli chiari, comprensibili, con scritte grandi, leggibili e magari anche qualche disegnino.  Un po’ come la segnaletica stradale: nell’era del legal design, il messaggio dev’essere immediatamente comprensibile.

«Il legal design è un fenomeno relativamente recente, che si è sviluppato in ambienti accademici ed è approdato nel mondo professionale e aziendale solo negli ultimi anni», spiega Marco Imperiale, avvocato dello studio legale Lca nonché autore, insieme con la collega Barbara De Muro, di “Legal design, bla bla come bla bla bla il design bla può bla bla bla semplificare bla bla bla il diritto” (e i “bla bla bla” non sono casuali), recentemente uscito per i tipi di Giuffè Francis Lefebvre. «Si tratta una disciplina, frutto della combinazione di più saperi, che consente, grazie all’uso di determinati strumenti e tecniche, di progettare prodotti di contenuto giuridico perché siano, al contempo, precisi sotto il profilo tecnico-giuridico e comprensibili, efficaci e immediatamente fruibili sotto il profilo comunicativo».

Già quarant’anni fa il premio Nobel Herbert Simons sottolineava come l’abbondanza di informazioni generi una povertà di attenzione. Più prosaicamente, Google ha determinato che il tempo massimo di concentrazione oggi è di 9 secondi. Siamo in vantaggio sul pesce rosso, che dopo 8 secondi getta la spugna.

E quindi, via con la semplificazione, che rende i contenuti giuridici più agili, funzionali, essenziali. «Semplificare non significa né banalizzare, stralciare, omettere o ridurre indiscriminatamente, né sostituire le parole con un’immagine», chiarisce Imperiale. «Semplificare significa, piuttosto, risolvere la complessità tipica del diritto. La riduzione di contenuti sarà fatta solo se necessaria per raggiungere lo scopo e sarà, dunque, sempre una riduzione “ragionata” che consenta di trovare il punto di equilibrio tra “quanto puoi renderlo semplice” e “quanto deve essere complesso”». Per chiarire: un’immagine può essere accostata o inserita in sostituzione a un testo scritto solo se, nel caso concreto, la sua capacità espressiva si dimostra superiore a quella della parola. «Questo lavoro è più impegnativo di quello richiesto per la redazione di testi giuridici tradizionali», sottolineano Imperiale e De Muro. Tradurre il “legalese” in un linguaggio semplice alla portata del destinatario, per ottimizzare la fruizione del contenuto, non è una passeggiata: pensate solo alle inutili pagine sul consenso alla privacy che firmiamo senza leggere, o ai contratti assicurativi che, invece, non firmiamo perché la ridondanza di clausole ci fa presagire la fregatura. Ed ecco, quindi che subentra il design thinking, cioè il ripensamento della forma del contratto partendo dal destinatario. Il cittadino, il consumatore, il giudice, lo studente: a seconda del fruitore, il design sarà differente. «Il destinatario-fruitore è il punto di partenza e il punto di arrivo del legal design: in questo senso il legal design è spiccatamente antropocentrico», osserva Imperiale. E al professionista - o alla squadra di professionisti - non basta avere conoscenze giuridiche: occorre un bagaglio culturale che abbracci grafica, scienze cognitive, psicologia, antropologia, linguistica, informatica... «Il legal design è transdisciplinare», spiegano Imperiale e De Muro. E l’esito «può essere un documento (una legge, un regolamento, un contratto, un atto giudiziario di parte, il provvedimento di un giudice, l’atto di un notaio, una policy aziendale, ecc.), ma anche un servizio o un processo; il supporto del prodotto può essere tanto analogico quanto digitale».

«Il legal design presenta un approccio proattivo del diritto che non solo risolve contenziosi, ma cerca prevenirne le cause e soddisfare i bisogni dei suoi interlocutori», chiosa Barbara De Muro. «Si tratta di una disciplina che sta ottenendo sempre più successi per tre diverse ragioni», continua Marco Imperiale, «in primis normative: dal Gdpr al Codice del consumo, ma non solo, le norme chiedono un approccio chiaro, lineare, sintetico. Ma anche ragioni neurologiche: viviamo in un mondo sempre più visuale e il legal design ci permette di approcciare il fruitore in linea con le euristiche che cervello utilizza per captare i messaggi e recepirli. Infine, le logiche di mercato: ci muoviamo nell’ottica della piattaforma customer based e sta cambiando concetto di fiducia anche nel rapporto tra cliente e avvocato. Il legal design ci può aiutare a strutturare rapporti in linea con le aspettative dei nostri clienti».

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