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Chi ha paura dello smart working?

Da un lato la natura tecnologica fagocitante del tempo della vita, dall’altro la possibilità di sviluppare nuovi cluster territoriali: è chiaro che il lavoro agile va riorganizzato (e anche normato)

Redazione Web
Chi ha paura dello smart working?

Ha salvato la produzione consentendo a tanti di continuare a lavorare pur quando non si poteva uscire di casa, ed è stato salutato come il futuro del lavoro sull’onda dell’entusiasmo di coloro i quali – ed erano milioni -, obbligati a stare in casa, non avevano che un monitor per rimanere in contatto con altri.

Non neghiamolo, è stato bello lavorare per un po’ senza doversi scomodare, affrontare il traffico,  oppure godersi una pausa sdraiati sul divano con quella sensazione addosso provata l’ultima volta, forse, da ragazzi, nei giorni in cui non si andava a scuola e si restava a letto fino a tardi.

Ma poi i lockdown si sono susseguiti, il progredire della pandemia ha impedito il ritorno in ufficio e quello che era stato percepito come una rivoluzione nel modo di lavorare in parte attraente, ha rivelato un aspetto perverso, una natura tecnologica fagocitante del tempo della vita, in cui il flusso temporale del lavoro ha inglobato le relazioni familiari e personali anziché favorire il processo contrario.

E così il futuro del lavoro è divenuto oggetto di critiche feroci e ideologiche: il sindacato lo ritiene uno strumento per incrementare la precarizzazione delle persone e sganciarle dai diritti conquistati negli ultimi 70 anni, tanto che Savino Balzano ha sostenuto che “i danni che un lavoro perennemente smart è in grado di produrre sono a lungo termine: da un simile processo deriverà un’ulteriore disgregazione della comunità del lavoro, un processo erosivo di cui lo smart working è l’acido” (Contro lo smart working, Laterza).

Punti di vista, ma il tema vero è che questi commenti sono sbagliati poiché diretti verso un’esperienza che non è smart working, ed è stata normata dal legislatore in maniera errata facendo leva su di un impianto, quello del lavoro agile, che aveva finalità completamente diverse.

Lo smart working nasce come “metodo” di rendere la prestazione complementare e non sostitutivo a quello classico in presenza, con un fine specifico che è di favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e incrementare la competitività.

Ciò che abbiamo sperimentato risponde solo alla finalità di evitare il contatto fisico, il che significa che le critiche che oggi vengono mosse contro lo smart working non riguardano questo specifico istituto ma solo l’esperienza di un lavoro integralmente remotizzato, che si è portato dietro i disagi del periodo.

Il futuro dello smart working non può essere bocciato sulla base di tale portato ma andrà ripensato alla luce proprio di quanto accaduto affinché la norma che lo disciplina – comunque in fase di discussione– sappia cogliere le enormi potenzialità di una metodologia di lavoro che è senza dubbio idonea a migliorare la qualità della vita perché può coniugarla con i tempi di lavoro, e può incrementare la produttività.

Vero è che l’interazione umana è alla base di ogni organizzazione e una vita lavorativa in cui le uniche relazioni sono online non è pensabile, ma ciò significa che sono gli spazi di lavoro che dovranno essere ripensati per favorire l’affermazione di nuovi contesti nei quali l’interazione può avvenire anche fra soggetti che dipendono da aziende situate altrove.

Si pensi allo sviluppo di intere aree del Paese, che in questo modo potrebbero richiamare giovani e residenti creando veri e propri cluster territoriali. Si pensi alla costruzione di politiche attive in grado di cavalcare questa opportunità, si pensi ai risparmi per le aziende ed agli investimenti in formazione che potrebbero essere fatti, e alla più intelligente gestione della tecnologia al servizio delle persone.

Si pensi, ma ci si adoperi presto perché succeda.

*avvocato giuslavorista ed Equity Partner LabLaw Studio Legale

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