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GEstire l'impresa

La nuova cultura manageriale è green

Dalle nuove figure manageriali che si occupano di energia e mobilità alle comunità energetiche, passando dal superbonus: così Federmanager si prepara al post Covid. Puntando molto sulla formazione

Marco Scotti
La nuova cultura manageriale è green

Vannia Gava

E' uno dei tanti paradossi italiani: essere pionieri in qualche campo (dall’automotive ai computer) e poi di fatto abbandonare non solo la primazia, ma proprio il campo di battaglia, lasciarlo ad altri che ben volentieri prendono spunto da noi. E poi accorgersi, a decenni di distanza, che forse quel settore era davvero strategico. 

È il caso delle comunità energetiche. In estrema sintesi si tratta di un insieme di cittadini o di aziende che sono accomunati dallo stesso intento, cioè ottenere energia da fonti rinnovabili a basso costo. Nulla di nuovo per l’Italia, visto che già nei primi anni del ‘900, in alcuni comuni montani, si impiegavano i fiumi alpini per ottenere energia elettrica pulita e a costi contenuti. Poi però questi progetti sono stati abbandonati, mentre i Paesi del Nord Europa hanno imparato rapidamente quanto fosse importante questo tipo di soluzione. 

La transizione ecologica è un lavoro soprattutto manageriale, di riconversione e con nuovi paradigmi produttivi

Oggi nel Vecchio Continente si contano circa 3.500 comunità energetiche, la metà delle quali sono in Germania. L’Italia, da pioniera è diventata... “pierina” e ora non figura neanche nelle prime dieci posizioni europee. Eppure intorno al tema c’è grande interesse. Il Pnrr ha destinato 2,2 miliardi a questo tipo di aggregazione. Per un motivo molto semplice: «Perché sono – ci spiega Vannia Gava, sottosegretaria al ministero per la transizione energetica – un valido alleato nella lotta senza quartiere al cambiamento climatico. Certamente bisognerà lavorare ancora per eliminare gli attuali vincoli con lo scopo di estendere questo modello anche ai distretti industriali, agli artigiani o ai contesti rurali caratterizzati da una bassa densità di popolazione». Da non dimenticare, oltretutto, che il modello di crescita e lo stile di vita che abbiamo costruito non è più sostenibile e che il calo della domanda di energia, e di conseguenza di emissioni, a causa della pandemia rischia di essere un evento sporadico. È fondamentale uscire dalla crisi Covid con una nuova visione capace di coniugare, non solo ricostruzione e crescita ma anche sostenibilità e uguaglianza.

Per affrontare da un punto di vista scientifico l’importanza di questa tematica, è stato elaborato un rapporto congiunto tra Federmanager e Aiee (l’Associazione italiana degli economisti dell’energia) dal titolo “Il ruolo delle Comunità energetiche nel processo di transizione verso la decarbonizzazione”, presentato a Roma lo scorso 20 maggio. Molti i temi emersi da questo studio, partendo dall’assunto che le Comunità energetiche potrebbero produrre il 19% della domanda di energia elettrica in Europa nel 2030, arrivando a coprire il 45% della domanda totale entro il 2050. In questa proiezione, oltre 264 milioni di cittadini europei diventerebbero “cittadini dell’energia” con una produzione in proprio pari a 611 TWh di elettricità nel 2030 e 1.557 TWh entro il 2050 (fonte The potential for energy citizens in the European Union dell’istituto di ricerca ambientale CE Delft).

«Sul tema della transizione ecologica – ci spiega il presidente di Federmanager Stefano Cuzzilla – il governo si è speso molto, tant’è che vale 59 miliardi nel Pnrr, una quota che si innalza ulteriormente se si contano anche gli incentivi per la decarbonizzazione. Si tratta di un lavoro che in qualche modo ci coinvolge, perché è sicuramente manageriale. Come Federmanager stiamo promuovendo una nuova cultura d’impresa sul tema della sostenibilità e della transizione energetica arrivando fino all’idrogeno. Vogliamo comprender meglio come riconvertire le produzioni, come lavorare in un’ottica di economia circolare. Ma noi siamo anche un’associazione che rappresenta e tutela determinate figure professionali. È inutile fare finta di niente: con la fine del blocco dei licenziamenti ci sarà sicuramente la necessità di ricollocare molti colleghi, che dovranno anche riconvertirsi. Già da tempo abbiamo avviato percorsi per la definizione di nuove figure, come nel caso dell’innovation manager o dell’export manager. Oggi vediamo emergere due nuovi dirigenti: l’energy manager e il mobility manager. Noi lavoreremo su questa tipologia di executive per certificarle, abbiamo già iniziato un ragionamento in questo senso con il ministro Cingolani. È il momento di abbattere barriere e ostacoli, la differenza la devono fare le persone e le idee: abbiamo la possibilità di giocare con un ruolo importante in Europa e lo possiamo fare anche rispetto al resto del mondo». 

Federmanager formerà e certificherà due nuove tipologie di executive: l’energy manager e il mobility manager

La Comunità Europea ha emesso la prima normativa sul tema delle comunità energetiche a dicembre del 2018, con la cosiddetta “Red 2”, cui ha fatto seguito la direttiva del mercato elettrico dell’anno successivo. Obiettivo delle norme è dare accesso alle risorse di energia e alla produzione diretta o auto-produzione. In sostanza, cittadini e aziende cambiano di status e passano dall’essere consumatori all’essere prosumer. 

Vengono individuate Comunità energetiche rinnovabili (Cer) e Comunità energetiche del cittadino (Cec). In Italia il passaggio fondamentale è quello del Decreto Milleproroghe 2020 che introduce norme per attivare l’autoconsumo collettivo da fonti rinnovabili. Anche il Superbonus del 110% prevede il parziale accesso all’agevolazione per i condomini organizzati in Comunità energetiche. 

Vogliamo lavorare in un’ottica di economia circolare

«Il superbonus è un esempio di come la sostenibilità possa diventare driver di sviluppo - avverte Stefano Cuzzilla -, è un tassello per un progetto Paese che parla di riqualificazione urbana, economia circolare, innovazione ed efficienza energetica. Siamo favorevoli alla proroga del superbonus almeno al 2023 e alla estensione, in maniera stabile, delle misure di agevolazione. Un segnale di fiducia verso le imprese e verso i cittadini che si stanno attrezzando per proporre soluzioni di efficienza energetica come le Comunità». In questa ottica va sviluppato, ad esempio, il concetto di “cash from trash”: cioè quello di rendere il rifiuto una risorsa attraverso strumenti quali il riciclaggio e l’energy recovery. Un eventuale intervento delle Comunità energetiche in questo campo potrebbe non solo favorire il coinvolgimento del cittadino nella individuazione delle soluzioni più appropriate, in un’ottica di superamento del concetto di nimby (not in my back yard), ma consentirebbe di poter beneficiare dei vantaggi derivanti dalla valorizzazione energetica dei rifiuti. Le Cer sono le uniche che hanno trovato applicazione in Italia, sia pure in via sperimentale, e prevedono l’installazione di impianti fotovoltaici con una capacità massima di 400 kW. Per quanto riguarda le Cec, invece, non sono ancora previste dalla normativa italiana, ma possono costituire una soluzione più ampia rispetto alle Cer perché si basano sull’impiego di energia elettrica sia rinnovabile sia non rinnovabile con l’utilizzo di diverse tecnologie. 

«Serve una forte azione di promozione e diffusione culturale del tema – conferma il presidente Cuzzilla - insieme alla rimozione di barriere e ostacoli di varia natura che si presentano a chi vuole progettare una Comunità energetica o un autoconsumo condiviso di energia rinnovabile. Crediamo che questa sia la via giusta per avvicinare la dimensione “local” dei territori, in cui il cittadino torna protagonista, a quella “global” nella quale siamo ormai tutti inseriti».

Il Politecnico di Milano ha stilato due possibili scenari che stimano le ricadute energetiche, ambientali e sociali dello sviluppo delle comunità energetiche in Italia. Nello scenario basso, la potenza del fotovoltaico installata è pari a 100 MW, con la creazione di 100 posti di lavoro, una riduzione delle perdite di rete stimabile in 2 Gwh e 100mila euro. Inoltre, si determina una riduzione dei costi di distribuzione e trasmissione nell’ordine dei 14,5 milioni di euro, mentre le emissioni di CO2 vengono tagliate di 0,8 milioni di tonnellate. Decisamente più interessante lo scenario alto: la potenza installata arriverebbe a 5.400 MW, con 10.500 posti di lavoro creati. La riduzione delle perdite di rete arriverebbe a 98 Gwh, ovvero 5 milioni di euro. Taglio dei costi di distribuzione e trasmissione per 720 milioni di euro, con un crollo delle emissioni di Co2 pari a 39 milioni di tonnellate, paragonabili a 1,17 miliardi di risparmi. Lo scenario Alto prevede la creazione di 40mila comunità energetiche, con il coinvolgimento di 1,2 milioni di famiglie, 200mila uffici e circa 10mila piccole e medie imprese. 

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