Quantcast

in collaborazione con Federmanager

«Servono manager per far ripartire il paese»

Competenza, gender equality, digitalizzazione: riconfermato alla presidenza della Federazione dei dirigenti del settore industriale e servizi, Stefano Cuzzilla detta le priorità per riemergere nel post-Covid

Stefano Cuzzilla
«Servono manager per far ripartire il paese»

Il Congresso Federmanager, riunito in seduta straordinaria il 12 marzo, ha riconfermato Stefano Cuzzilla alla presidenza della Federazione dei dirigenti del settore industriale e servizi. Attualmente al suo secondo mandato, Cuzzilla ha ricevuto il consenso del 98,4% dei delegati votanti, con nessun voto contrario, e guiderà quindi Federmanager fino al 2024. «Sono molto onorato di aver ricevuto una così larga fiducia da parte delle colleghe e dei colleghi», ha commentato “a caldo”: «Lo ritengo un riconoscimento per gli obiettivi raggiunti in questi anni e soprattutto uno stimolo per il futuro, per il rilancio e la crescita di questa organizzazione». In queste pagine il suo primo intervento post-elezione.

In questo periodo per nulla semplice, oltre a dover fronteggiare una pandemia nefasta, abbiamo assistito a cambi di governo e a non pochi avvicendamenti nella governance delle più importanti imprese. Abbiamo visto succedersi leader mondiali, basti pensare in primis all’ingresso di Joe Biden alla Casa Bianca, e abbiamo subìto gli scossoni dell’economia globalizzata piegata dalla furia del virus. Sono così tanti i contraccolpi da cui proviamo a smarcarci, che considero la riconferma della mia presidenza di Federmanager non semplicemente una grande manifestazione di apprezzamento per quanto finora realizzato, ma soprattutto uno stimolo a fare di più e meglio per il futuro.

Non è scontata la scelta della continuità, e lo dico non perché abbia dubbi sull’aver fatto bene o abbastanza. Solo considerando il contesto di grande frattura e di incredibili “prime volte” che sta rivoluzionando il mondo, facendolo assomigliare sempre meno all’ordine a cui eravamo abituati, posso dirmi profondamente consapevole della sfida che i manager mi hanno affidato per i prossimi tre anni. 

Ma ci sono obiettivi che, pur nel quadro incerto delle molteplici variabili e varianti, posso indicare da subito. 

Il primo resta quello di continuare nell’interlocuzione con i nostri stakeholder, valorizzando il posizionamento raggiunto. Il messaggio semplice per cui servono manager per far ripartire il Paese deve diventare un mantra. Sta facendo breccia il tema delle competenze al governo, possiamo considerare Draghi stesso un’espressione di questa visione. Ma il punto non è ancora centrato. 

La riconferma alla presidenza di Federmanager è uno stimolo a fare ancora di più e ancora meglio per il futuro

Questo Paese può ripartire solo se mettiamo le persone giuste nei posti giusti. E le persone giuste sono solo quelle capaci di dimostrarlo con i fatti. Dove vince l’incompetenza, la raccomandazione, oppure peggio il malaffare, non c’è speranza di futuro. 

La questione del merito implica la selezione e l’oggettività, risponde alla prova dei risultati. I manager d’azienda sono abituati a confrontarsi con questi criteri. Ciò che manca è un capitale sociale disposto a riconoscerli nella loro funzione: non parlo di portare profitto o risultati in azienda, parlo della funzione sociale che è legata all’impresa. 

Ecco, come ha detto bene anche Roger Abravanel nel suo ultimo libro, l’Italia vanta un capitale sociale fatto di associazionismo, relazioni, corpi intermedi e comunità, che è ancora troppo debole. 

Quindi, il mio secondo principale obiettivo è rafforzare Federmanager come organizzazione che rappresenta una categoria di cui il Paese ha estremamente bisogno, anche se stenta a riconoscerlo. Rafforzare per me significa crescere anche nei numeri della nostra associazione, perché stare insieme oggi è l’unica strada per vincere le battaglie comuni.

In queste ultime settimane ho già incontrato esponenti del Governo e delle forze parlamentari per sottolineare i temi di nostro interesse e per vigilare, con proposte alla mano, sull’interpretazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza che l’Italia deve consegnare a Bruxelles. E per comunicare il nostro supporto a intervenire nella fase subito successiva e cruciale, vale a dire quella relativa all’attuazione dei programmi che si presenteranno.

Questo paese può ripartire solo se mettiamo le persone giuste nei posti giusti. Dove vince l’incompetenza non c’è futuro

Pari disponibilità è stata offerta alla Pubblica amministrazione, che necessita di una migliore e adeguata interlocuzione con il mondo privato. In questi e altri rapporti istituzionali sarà il coordinamento con la Cida, che riunisce tutta la dirigenza italiana, a porre le basi per un intervento ad ampio raggio.

Sul piano delle relazioni industriali, il fronte è comune. Con tutti, con Confindustria, Confapi e con le altre rappresentanze datoriali, lavoreremo per riparare i danni causati dalla pandemia e rilanciare la competitività del sistema attraverso un uso moderno della contrattazione che tuteli il patrimonio di Pmi in maggiore sofferenza. Ho manifestato convintamente la nostra adesione all’iniziativa di mettere a disposizione i luoghi di lavoro per supportare la campagna di vaccinazione in azienda.

Infine, c’è un terzo obiettivo programmatico che voglio descrivere con un’unica parola: coraggio. Per riuscire a spronare gli investimenti e gestire nel modo opportuno le risorse europee, a partire da quelle del Sure e del Next Generation Eu, bisogna innanzitutto avere il coraggio di cambiare. Di riformare. Di stralciare le inefficienze, di compiere delle scelte, di immaginare l’inatteso.

Sono tre le direttrici per me fondamentali in un processo che sia di vero rinnovamento: la cultura della diversità, a partire dall’inclusione delle donne nel mercato del lavoro; la sostenibilità d’impresa, in particolar modo quella ambientale che prenda sul serio il problema dei cambiamenti climatici; la digitalizzazione del paese, che significa innanzitutto competenze e infrastrutture tecnologiche.

Sul primo punto, è inaccettabile la nostra arretratezza. Le donne in Italia perdono il lavoro prima degli uomini, sono discriminate con salari più bassi a parità di funzione, sono impedite da meccanismi atavici ad avanzare in carriera. Tra le nostre fila, appena il 18% dei dirigenti è donna. E siamo consapevoli che il Covid-19 aumenterà i divari. Invece, andrebbe sottolineato, come diversi studi confermano, che favorire l’equilibrio di genere fa aumentare il fatturato delle aziende e fa crescere il Pil. Infatti, le aziende che hanno scelto una governance mista, divisa in quote pari tra uomini e donne, sono anche più competitive e reagiscono meglio nei contesti di crisi.

Sul secondo punto, la sostenibilità ambientale, il coraggio serve per passare dall’opera di sensibilizzazione – per carità, meritoria – a un piano di transizione ecologica che coinvolga le imprese, le città e i territori. Ed è bene avere un ministero deputato a questo e guidato da una persona come Roberto Cingolani con grandi competenze tecniche e manageriali appunto. Quella dell’ambiente è la scommessa più importante e in parte più difficile, perché ci chiede davvero di preoccuparci di ciò che avverrà tra dieci o vent’anni, di ragionare avendo a cuore le prossime generazioni. 

Dall’Osservatorio 4.Manager abbiamo visto ad esempio che la dirigenza è consapevole che la sostenibilità non è un costo, ma un investimento. Per due manager su tre non adeguarsi ai paradigmi della sostenibilità comporta “minori spazi di mercato” (67%), ma anche “forti limitazioni operative a causa di normative sempre più rigorose” (per il 66,5%) e “minore accesso ai finanziamenti” (per il 40%). 

Sul piano delle relazioni industriali il fronte è comune con Confindustria, Confapi e con le altre rappresentanze

Il terzo driver di sviluppo è quello che conosciamo come “digitalizzazione”. Anche su questo come Federmanager intendiamo spenderci molto. Innanzitutto va colmato un divario che ci vede agli ultimi posti in Europa per competenze digitali di base: solo il 42% degli italiani, contro una media europea del 58%. In Germania sono al 70%. Colpisce anche che solo l’1% dei laureati italiani sia in possesso di una laurea in discipline ICT, il dato più basso nell’Ue. 

Ma il digitale si costruisce anche investendo in infrastrutture, reti, banda larga e 5G. Sarà un sollievo veder riconfermati gli investimenti nel piano Transizione 4.0, anche se noi abbiamo bisogno di una ulteriore accelerazione su opere e sistemi. 

Cosa serve, in definitiva, per supportare una strategia basata su questi tre pilastri: diversity, sostenibilità e digitale? Servono chiarezza delle norme e dei piani, velocità di attuazione, un buon livello di competizione sul mercato. Servono pensiero e agire manageriale, e per questo potete contare sulle nostre migliori energie. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400