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Politiche attive ma solo di nome

Se ne parla, ma poi non si agisce. Così, per superare la crisi occupazionale, Rosario Rasizza, a.d. di Openjobmetis e presidente di Assosomm, candida le agenzie per il lavoro ad affiancare il governo

Riccardo Venturi
Politiche attive ma solo di nome

Un Comitato tecnico scientifico del lavoro per affrontare l’emergenza - occupazione provocata dalla pandemia. È l’appello rivolto al presidente del Consiglio Mario Draghi dal cavalier Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis, l’unica agenzia per il lavoro quotata in Borsa Italiana, e presidente di Assosomm, l’associazione italiana delle agenzie per il lavoro. Nel suo discorso in Parlamento Mario Draghi aveva sottolineato la centralità delle politiche attive del lavoro, che Openjobmetis pratica quotidianamente da vent’anni esatti. «Vorremmo essere il braccio armato di Draghi per la risoluzione dei problemi legati al mondo del lavoro» dice Rasizza in questa intervista a Economy.

Per rilanciare l’occupazione andrebbe sfruttata l’attività congiunta dei centri per l’impiego e delle agenzie per il lavoro

Perché in Italia le politiche attive del lavoro di cui ha parlato Draghi non sono mai state attuate in modo efficace?

Perché se n’è fatto un gran parlare, ma nessuno le ha attuate in maniera corretta. Non è colpa di nessuno, soprattutto non è colpa dei politici che, non conoscendo le dinamiche del mondo del lavoro navigano a vista e vanno avanti a slogan, perché hanno letto da qualche parte che le politiche attive del lavoro sono uno strumento efficiente ed efficace. Lo sono nella misura in cui vengono impostate e razionalizzate con una sola finalità: quella di mandare a lavorare più persone possibile. Questo lo si può fare solo attraverso un sistema di politiche attive molto liquido e semplice, che metta in risalto l’attività sia dei centri per l’impiego che delle agenzie per il lavoro private che dei soggetti accreditati in questa attività. 

Può spiegarci meglio?

Se l’agenzia che prende in carico in una sua filiale un disoccupato non viene remunerata nel modo giusto per averla rimessa a lavorare, sia per la parte di formazione sia per quella di assistenza anche psicologica di questa persona che vive un momento di difficoltà e di disagio, queste politiche del lavoro non ripartiranno mai. Se poi si aggiunge che nel caso del reddito di cittadinanza l’incentivo previsto ormai da oltre 24 mesi riguarda solo le assunzioni a tempo indeterminato, si ha la prova provata che chi parla di occupazione in Italia non ha la più pallida idea di cosa voglia dire mandare le persone a lavorare.

Qual è l’importanza in questo ambito della formazione professionalizzante?

È da sempre un elemento distintivo delle agenzie per il lavoro. Chi accantona il 4% delle retribuzioni lorde per formare le persone e poi mandarle preparate nelle aziende? Solo le agenzie per il lavoro, che dovrebbero avere dallo Stato una fonte di finanziamento: ma non a tempo perso, o come sempre si è fatto con i fondi di formazione giusto per riempire le aule di corsi di lingua di italiano per stranieri. Non può immaginare anche in questo periodo di pandemia e recessione quanto è ampio il divario tra le competenze richieste dalle aziende e quelle che offre il mondo del lavoro. Lo Stato dovrebbe dire alle agenzie: vi do, poniamo, 10, oppure 100 milioni, e voi formate queste persone perché vengano assunte per un minimo di 6 mesi all’interno delle aziende. Un soggetto privato come le agenzie per il lavoro che vive di economia e quindi di utili, non deve vergognarsi a dire che vuole guadagnare perché manda a lavorare una persona. Allora si farebbe un salto in avanti, perché le agenzie avrebbero interesse solo a intercettare i due soggetti determinanti per la formazione: il lavoratore e l’azienda cliente. Si deve cancellare, poi, lo stereotipo secondo il quale se al lavoratore è assegnato un lavoro a tempo determinato, allora è un precario: il 30% delle persone che mandiamo a lavorare viene assunto dall’azienda cliente al termine della missione. 

E l’outplacement?

È il cugino delle politiche attive. Quando un’azienda è allo stremo, quando un albergo o una fabbrica ha provato in tutti i modi a resistere ma non ce la fa più, l’imprenditore ha il diritto di non morire e il lavoratore di trovare un altro lavoro. O magari ci si accorge che 50 dipendenti sono troppi, oggi per sopravvivere ne bastano 40, e bisogna intervenire su queste 10 persone. Se i calciatori hanno un procuratore che li piazza da una squadra all’altra, perché il cittadino non deve avere una persona che si occupi di fargli avere un altro lavoro? 

«Ci dovrebbe essere un Cts del lavoro guidato dalle agenzie»

Ci sarebbero i navigator...

Sono stati mandati al fronte senza armi né protezioni; ma è stato necessario per illudere il popolo italiano che attraverso di loro si potesse risolvere il nodo della disoccupazione. Sono per la grande maggioranza laureati che avrei potuto assumere nelle mie filiali, che però non sono stati formati adeguatamente, non hanno nessuna esperienza. Noi invece come agenzie per il lavoro abbiamo 20 anni di esperienza. Ci eravamo anche offerti di formarli, ma come sempre le proposte sono tante e le risposte nulle. Potremmo coordinarli noi agenzie per il lavoro. Abbiamo più di 2500 sportelli, i navigator sono circa 3mila, ne possiamo prendere uno per sportello e formarli, insegnare loro a fare un mestiere che non è quello di catalogare cv e ammonticchiare carta, ma quello di cercare lavoro: è la parte commerciale che manca.

E il reddito di cittadinanza?

I percettori sono circa 3 milioni. Di questi, 1,2 milioni sono totalmente inoccupabili. Queste persone senza quel reddito cadono nel baratro, ma non possono cercare lavoro: lo Stato quindi deve farsene carico con un altro strumento, perché il reddito presuppone il lavoro. Gli altri 1,8 milioni potrebbero benissimo andare a lavorare. Ma dovrebbero fare fatica, alzarsi tutte le mattine, non lavorare più in nero perché la somma dei due redditi è molto interessante… Ci vuole qualcuno che li stani, e dica chiaramente: da domattina andate a lavorare dove dico io e come dico io, se non volete andarci cancelliamo il reddito di cittadinanza. Questo lo possono fare solo i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro coordinati da chi ha esperienza.

Che fare, insomma, per affrontare l’impatto sull’occupazione della crisi pandemica?

Smetterla di pensare che i sussidi siano la panacea di tutti i mali, rimboccarsi le maniche e far sedere al tavolo i medici migliori. Se esiste il Cts per provare a risolvere la pandemia ci dovrebbe essere anche un Cts del lavoro, non fatto da chi ne parla ideologicamente, ma da chi da 20 anni ha fatto nascere da zero in Italia un’industria che oggi vale oltre 8 miliardi di euro, cioè tutto il comparto delle agenzie per il lavoro. Abbiamo bisogno che Draghi ci ascolti almeno per una volta, insieme potremmo fare molto, in maniera pragmatica. Molti dicono che lui si muova come se fosse il presidente o l’ad di un’azienda, ma non c’è niente di male in Italia a muoversi in questo modo, perché questo è quello di cui ha bisogno il Paese: non di tanti slogan, ma di poche parole e molti fatti.

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