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«Il lavoro può ripartire prima con il travaso delle risorse»

D'accordo, ci sono settori in crisi. Ma ce ne sono altrettanti in crescita. Perché allora non pensare a un nuovo modello di employability flessibile? La proposta di Cetti Galante, a.d. di Intoo

27 Aprile 2021

Sergio Luciano
«Il lavoro può ripartire prima con il travaso delle risorse»

«Il Fondo Nuove Competenze introdotto dal governo Conte è uno strumento molto interessante, che va nella direzione giusta. Non posso dire altrettanto dell’ulteriore proroga del blocco dei licenziamenti»: garbata e misurata come sempre Cetti Galante, però, "non le manda a dire". Amministratore delegato di Intoo, la società che nel colosso Gi Group si occupa di outplacement e di sviluppo professionale, commenta con Economy la situazione senza precedenti creatasi certo per la pandemia, ma anche per alcune scelte politiche compiute dagli esecutivi sul fronte della gestione della crisi. «Il tema cruciale del blocco dei licenziamenti è che protrarlo indiscriminatamente significa innescare conseguenze più dannose che giovevoli al mercato del lavoro nazionale».

«Per natura e per il mestiere che faccio - spiega la manager - sono portata a focalizzarmi sulla proattività delle persone. Esistono metodi, meccanismi e servizi che agevolano il ricollocamento delle persone nel mercato del lavoro. È indispensabile riattivarli. Prorogare il blocco dei licenziamenti generalizzato, anche su alcuni settori che sono già ripartiti... perché? Quanto è opportuno? E quanto meglio sarebbe, invece, e urgente affiancare alla mera tutela reddituale delle persone un piano di serie e specifiche politiche di riqualificazione e ripartenza?».

Ma non è facile. E nemmeno il poderoso pressing di Confindustria, che sostiene una linea analoga, è bastato finora a cambiare le cose. «Eppure il primo passo c'è stato, ed è appunto il Fondo Nuove Competenze, che andrebbe però semplificato e reso così accessibile anche alle PMI per favorire un'analisi dei bisogni formativi delle persone che lavorano nei settori in crisi per poter combaciare con le opportunità offerte da quelli in crescita» chiosa Galante. Che poi argomenta: «Ci sono - ed è un gran bene - molti settori che stanno crescendo, accanto a molti altri settori in calo o in stasi. Il ragionamento dovrebbe essere questo: ci si dovrebbe chiedere, in quanto tempo si riprenderanno i settori in declino. Se pensiamo ad alcuni di essi, come le mense aziendali o le compagnie aeree, non possiamo pensare che nel giro di pochi mesi ripartano a pieno regime, purtroppo. E dunque bisognerebbe attivamente cercare di incrociare le situazioni di perdurante crisi con quelle di incipiente ripresa, individuare i gap di competenze per poi fare una riqualificazione mirata». E favorire un travaso naturale di risorse dai settori eccedentari a quelli che hanno già nuovamente bisogno di assumere.

Sembrerebbe un discorso tanto prioritario da risultare quasi ovvio: una buona percentuale di persone che lavorano nei settori in crisi potrebbe riconvertirsi nei settori che vanno bene. Così facendo si ridurrebbe il numero dei lavoratori di settori in crisi che prima di 5 anni non torneranno al loro regime ordinario di forza lavoro. «Ecco perché sarebbe urgente favorire la ripresa della circolazione ordinaria delle professionalità - osserva Cetti Galante - Se e finché si parla solo di prolungare il blocco, concedendo sempre nuove settimane di cassa, si procede in maniera molto miope. Trovare meccanismi per rimettere le persone nel mercato velocemente è il vero tema».

La visione di Intoo è che dopo un anno di blocco dei licenziamenti, comprensibile nel primo periodo ma pur sempre lungo e inedito, sarebbe l'ora di affiancare le famose, e trascurate, politiche attive del lavoro: «Politiche pubbliche da integrare con le migliori expertise private - sottolinea Cetti Galante –. Se si mette tutto in campo, le persone vengono aiutate a ricollocarsi. Una buona percentuale di persone ha questa potenzialità. Pensiamo alle funzioni centrali delle imprese: perché mai un amministrativo non potrebbe passare dal settore turistico, che purtroppo non sarà tra i primi a normalizzarsi, alla logistica?».

Ma gli esempi di settori in crescita sono ormai numerosi. Sta andando bene - anzi: non è mai andato male - tutto il settore delle tecnologie digitali, con la sua robotica, i droni, i gps, la sensoristica, il machine learning; poi c'è l'energia pulita e green; la logistica, in tutte le sue articolazioni, dalla movimentazione delle merci al delivery. E l'abbigliamento sportivo, la cybersecurity, l'e-mobility, i programmatori, la salute, il caregiving, il welfare aziendale, l'assicurativo... «Invece ci sono settori come le mense che sanno già di non poter contare sul pieno e rapido rientro dei lavoratori negli uffici, per cinque giorni alla settimana. E allora, che senso ha tenerli due anni a casa a far nulla, depauperando il sistema delle loro competenze, energie e produttività?».

La chiave di lettura di queste oggettive anomalie che Cetti Galante si dà, le riconduce «a posizioni ideologiche. Spero davvero che il nuovo governo porti presto tutti all'obiettivo comune di fare l'interesse del Paese».

Già: ma intanto, quale ruolo possono svolgere gli operatori? «Un ruolo incisivo, sia pure su piccola scala. Noi come Intoo seguiamo 3.000 persone l'anno, con un tasso di rientro nel mercato pari all'85%, che per i manager arriva al 94%. Ma è bene sapere che si può agire anche in prevenzione nel creare più possibile passaggi da un settore o un ruolo all’altro, evitando lunghi periodi di cassa che si traducono in costi per lo Stato...».

Intoo fa parte di Aiso, l’Associazione che raggruppa le società di Outplacement, che sta discutendo con il governo una serie di punti critici: «Proponiamo di potenziare il sistema attuale delle politiche attive rendendo da una parte obbligatorio e immediato l’assegno di ricollocazione e dall’altra di incentivare la concessione dell’Outplacement da parte delle imprese, ricomprendendolo nei servizi finanziabili con i fondi interprofessionali, defiscalizzandone il costo o includendolo in una delle linee del Recovery Fund dedicate al capitolo lavoro. In questo modo anche le persone più distanti dal mercato del lavoro, per mancanza di competenze spendibili, o per età avanzata, o perché in territori con poca impresa, potrebbero essere supportate con un’assistenza specializzata e intensiva anche a individuare strade non standard di rientro nel mercato del lavoro, come l’avvio di una attività autonoma. Si deve lavorare da subito sulle competenze, guardando alle accelerazioni che molti settori stanno avendo, ai ruoli che nascono, ai nuovi bisogni delle imprese. È fondamentale che le persone che lavorano negli ambiti più colpiti, sostenuti per mesi dalla Cassa Covid, adesso vengano supportate per capire se hanno la possibilità di rimettersi in gioco in settori diversi, che stanno crescendo. I progetti di employability ora devono essere la priorità: mappare la richiesta occupazionale del territorio e le competenze delle persone il cui posto di lavoro è a forte rischio, costruire con le persone un nuovo obiettivo professionale solido e motivato, capire i gap rispetto alle competenze attuali e colmarli con formazione o coaching, che peraltro sono finanziabili anche con i fondi interprofessionali».

Secondo Cetti Galante serve da una parte proattività da parte delle persone, flessibilità e apertura mentale, «ma serve anche una virata sull'allocazione delle risorse pubbliche, che in parallelo al sostegno devono mettere in campo da subito politiche attive, che siano supporto alla ricollocazione per chi ha già perso il lavoro o alla riqualificazione per chi lavora in settori in crisi». Mai come oggi il tema della corresponsabilità è chiave: da un lato, la proattività individuale del singolo a qualunque età nel restare attivo, formarsi e mettersi da subito nella ricerca del lavoro, senza adagiarsi sugli ammortizzatori sociali, dall'altro la focalizzazione dello Stato sul favorire il movimento da settori in crisi che non potranno più assorbire tutta la forza lavoro attuale a settori in crescita, che spesso non trovano le competenze di cui hanno bisogno.

«È fondamentale, dunque», sottolinea l'a.d. di Intoo, «capire come avvicinare le persone che lavorano su mansioni in declino o che saranno molto ridimensionate a ruoli che sono invece sempre più ricercati, favorire il fluire da un settore all'altro, la creazione di impresa, riformare il sistema degli ammortizzatori sociali, mettendo a fianco della politica passiva massicci investimenti sulla ripartenza, sulla riqualificazione. Il Fondo Nuove Competenze va nella direzione giusta; aspetti di complessità ne impediscono un uso capillare anche da parte delle Pmi, ma sicuramente rappresenta un recente buon esempio di messa a disposizione di fondi pubblici per incentivare le aziende ad aggiornare le skill delle risorse umane».

«Sarebbe ideale», suggerisce Cetti Galante, «incentivare e semplificare l’uso del Fondo Nuove Competenze in modo mirato sulle imprese dei settori più colpiti dalla crisi, che, accanto alla possibilità di usare ulteriore cassa integrazione, è importante che abbiano sgravi ancora più forti per supportare le loro persone nell'analisi approfondita delle competenze e nel valutare cambiamenti di settore o di ruolo, qualora si dovesse ricorrere a una riduzione di personale».

E per quelli che purtroppo perderanno il lavoro? «Ciò che conta sarà ridurre al minino il tempo fuori dal mercato: dunque potenziare il sistema delle politiche attive attuali dal punto di vista della cooperazione pubblico-privato, sostenendo poi le imprese che licenziano a concedere soprattutto agli over 45 anni servizi specializzati nel supporto alla ricollocazione come l'outplacement. Va sottolineato però che qualunque decisione regolatoria subentrerà, il giusto mindset individuale sarà indispensabile per affrontare il 2021 e gli anni seguenti».

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