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Se il Covid fa bene alla busta paga

Insieme a Brasile, Usa, Canada e Francia, l’Italia mostra un rialzo dei salari medi. Ma è solo un’illusione, effetto dell’uscita dei profili meno specializzati dal mercato del lavoro. L’analisi di JobPricing

Margherita Ceci
Se il Covid fa bene alla busta paga

Chi l’avrebbe mai detto? Nonostante il Covid, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro nel 2020 la retribuzione media in Italia è aumentata, così come in Brasile, Usa, Canada e Francia. Se i conti non vi tornano, è normale: non tornano neppure a JobPricing, la specializzazione di JobValue Human Capital Consulting dedicata alla consulenza aziendale in ambito Total Reward (analisi e politiche retributive, benchmarking, budgeting e cost-controlling), che infatti ha voluto vederci chiaro. Ha confrontato gli stipendi pre e post pandemia di due categorie di lavoratori: quella dei lavoratori cosiddetti “agili”, che già prima del Covid avevano sperimentato lo smart working, e quella dei lavoratori tradizionali, che più difficilmente sono riusciti ad adattarsi al lavoro da remoto, o si sono dovuti reinventare. «I dati ci dicono che il mercato del lavoro già da qualche anno si sta polarizzando fra professionalità molto specifiche e qualificate, e professionalità molto semplici o di contatto col pubblico, che di fatto però sono quelle meno digitalizzabili», spiega a Economy Alessandro Fiorelli, ceo di JobPricing. «Per come la vedo io questo fenomeno uscirà ulteriormente rafforzato dalla crisi economica legata al Covid-19, e con ogni probabilità proseguirà lo “spopolamento” delle qualifiche intermedie». 

Sulle probabilità di essere o meno lavoratori tradizionali in Italia, i dati mostrano come questa sia «più alta nelle regioni del Sud che al Nord, coerentemente con il tipo di struttura produttiva e il livello delle infrastrutture». Tuttavia, notevoli sono le differenze riscontrate a livello provinciale, «riconducibili in primo luogo al tipo di business delle imprese», spiega Fiorelli, «nonchè all’aspetto “anagrafico” delle aziende, fattore che impatta sulla maggiore possibilità di lavorare in modalità “smart”». C’è da dire infatti che negli ultimi anni sempre più giovani hanno scelto di iniziare una propria attività e investire sulle risorse digital, trovandosi così in vantaggio rispetto alle aziende più “anziane”, meno improntate all’uso della tecnologia. 

Le proiezioni indicano che la pandemia spingerà ancora più in alto la richiesta di competenze specifiche

Ad ogni modo, com’era da aspettarsi sono stati i lavoratori tradizionali ad essere maggiormente penalizzati, con 887 euro in meno nei primi tre semestri del 2020 rispetto ai colleghi agili. E chi ha subito maggiormente la variazione salariale in negativo sono i soliti noti: donne, under 35, dipendenti di piccole imprese, appartenenti al settore dell’arte e dell’intrattenimento, personale con meno di due anni di esperienza. Sorprendentemente (ma non troppo) troviamo anche settori con un trend positivo, in cui i lavoratori hanno guadagnato più dei colleghi “agili”: la categoria Hse, ovvero ambiente, salute e sicurezza, ad esempio, ha registrato un aumento dei guadagni del 20% in più rispetto ai corrispondenti smart workers del settore hotel, bar e ristorazione, dove le ore lavorative invece di ridursi sono aumentate. E se per il primo gruppo l’aumento si spiega con la crescente necessità di servizi di sanificazione e di sicurezza sanitaria, per ristorazione e settore alberghiero i lavoratori tradizionali rimasti al lavoro sono stati coloro che possedevano qualifiche e retribuzioni più alte. 

E ora? «Se parliamo di prospettive, probabilmente l’effetto della pandemia sarà quello di spingere ulteriormente “in alto” la richiesta di competenze da parte dei datori di lavoro», sottolinea Fiorelli. Una spinta alla specializzazione che spiega l’incremento dei salari registrato dai dati: non una vera crescita occupazionale, ma solo una ricomposizione del mercato del lavoro. D’altra parte, anche il calo della disoccupazione, dal 34,3% del 2019 al 36% del 2020, altro non è che un’illusione dovuta all’aumento di chi ha smesso di cercare attivamente un impiego. Indizio, forse, del lavoro nero ben radicato nel sottosuolo italiano, ma anche al senso di scoraggiamento dei disoccupati, immersi in un mercato che non riesce ad assorbirli: «Le aziende non solo non assumono», dice Fiorelli, «ma si preparano anche a ristrutturazioni per quando il blocco dei licenziamenti verrà meno. D’altro canto, la crisi sanitaria non sembra essere vicina all’epilogo, e di conseguenza la ricerca attiva di lavoro ne viene penalizzata. E questo non è certo un buon segnale».

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