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Si fa presto a dire digitalizzazione

Tutte le imprese la ritengono fondamentale, poche la implementano con cognizione di causa, troppe, ancora, improvvisano. Ecco l’analisi (e le indicazioni) di Var Group con doDigital

23 Marzo 2021

Riccardo Venturi
Si fa presto a dire digitalizzazione

Francesca Moriani, sotto Francesca Saraceni

La digitalizzazione è uno strumento fondamentale per uscire dalla crisi pandemica. Ne sono convinte quattro Pmi su cinque secondo una ricerca condotta da Var Group, leader nei servizi e soluzioni Ict per le imprese italiane e parte del gruppo SeSa quotato sul segmento Star di Borsa Italiana, in collaborazione con doDigital, società specializzata in attività di indagine e servizi di consulenza per l’innovazione digitale. Una consapevolezza che nelle piccole e medie imprese non è più espressa soltanto da chi si occupa direttamente di tecnologia, ma anche dagli stessi manager di prima linea. «La crisi pandemica ha impresso una fortissima accelerazione al percorso di digital transformation all’interno delle Pmi» dice Francesca Moriani, Ceo di Var Group, «nel corso del primo lockdown, in particolare, il fatto di dover dare continuità operativa con l’impossibilità di accedere al posto di lavoro ha fatto emergere una serie di inefficienze delle infrastrutture, degli applicativi, dei processi e delle culture all’interno delle aziende, con una conseguente presa di consapevolezza». 

Di fronte all’enormità dell’accaduto e alla necessità di ricorrere a strumenti digitali per farvi fronte, la spinta in avanti è stata formidabile. «Dall’indagine è emerso innanzitutto un risveglio dell’attenzione nei confronti dell’argomento da parte non solo di figure del mondo IT, ma direttamente dalla linea manageriale» afferma Francesca Saraceni (foto nella pagina a fianco), Ceo di doDigital e ricercatrice sui temi di innovazione digitale, «una maggiore consapevolezza in merito alle potenzialità degli strumenti digitali, e una volontà di capire come inserire le azioni di digitalizzazione all’interno del piano strategico dell’azienda». 

Sulla governance dei sistemi informativi serve un rinforzo di competenze interne per capire come razionalizzarli

La pandemia ha dunque imposto un cambio di passo: le Pmi cercano di individuare i modi più efficaci perché la tecnologia diventi carburante per il rinnovamento di procedure gestionali e linee di business. Ma da dove ripartire? Var Group e doDigital hanno chiesto alle aziende quali sono gli elementi che ritengono prioritari, anche in termini di competenze da acquisire. «Con la crisi l’attenzione si è focalizzata sui processi core, quelli sui quali il business gira quotidianamente» osserva la Saraceni, «quindi le imprese hanno espresso prima di tutto l’esigenza di riuscire a ottimizzare i costi e ridurre gli sprechi». Per colmare questo gap, le imprese sanno di dover affrontare tre temi essenziali. «Primo, la capacità di ripensare i flussi di lavoro: a questo scopo anche introdurre o sostituire sistemi gestionali può essere un primo passo» spiega il Ceo di doDigital, «secondo, il bisogno di rinforzarsi in campo di cybersecurity: la necessità di aprirsi alla rete esterna molto più di prima, anche per riuscire a garantire una continuità operativa sul fronte logistico, non è rimasta senza conseguenze. Terzo, la governance dei sistemi informativi: le aziende hanno capito di avere spesso una gran confusione sia a livello di portafoglio applicativo sia a livello di dati. Serve un rinforzo di competenze interne per capire cosa razionalizzare, cosa eliminare, cosa sostituire, cosa rifare internamente - perché magari è un componente core come può essere un portale di e-commerce - e cosa è meglio prendere già fatto dall’esterno: è il tema del make or buy». Quello dei dati e della loro gestione è un capitolo centrale: le Pmi hanno l’esigenza di realizzare un patrimonio informativo aziendale di qualità, ma con la pandemia si sono accorte spesso di avere grosse lacune proprio da questo punto di vista. «Ci sono delle porzioni di processo scoperte o magari supportate da sistemi non idonei» mette in evidenza la Saraceni, «c’è dunque bisogno di competenze nella governance dei sistemi informativi, sia dal punto di vista applicativo che da quello della gestione dei dati». 

Le Pmi insomma sanno di aver bisogno degli strumenti digitali per uscire dalla crisi; hanno individuato più o meno chiaramente quali sono le esigenze principali in tal senso, ma hanno senza dubbio la necessità di qualcuno che le supporti in modo da procedere con efficacia. «Il nostro ruolo ora è quello di aiutare queste imprese a fare quel che hanno prospettato nella survey» rimarca il Ceo di Var Group, «partendo da questi risultati e lavorando con loro. In alcuni casi è emerso un grande bisogno da parte di queste aziende di poter contare su un partner che le affianchi in questo percorso». La ricerca è stata condotta su un campione di 250 Pmi italiane con un fatturato compreso per il 70 per cento tra 10 e 50 milioni, e per il 20 per cento oltre i 50 milioni, rappresentativo di diversi settori industriali e manifatturieri: agroalimentare, carta e packaging, Gdo, manifattura, tessile e abbigliamento, mobili e arredamento, servizi, chimica e farmaceutica. «Si tratta di clienti che già utilizzano le nostre soluzioni applicative» precisa la Moriani, «andremo a lavorare sull’integrazione tra queste e le nuove tecnologie. Tra le maggiori urgenze rappresentate dalle Pmi figura l’integrazione di logistica e supply chain. Quel che si deve fare è innovare non solo all’interno della propria organizzazione, ma coinvolgere tutta la filiera produttiva che sta alle spalle, con un approccio interaziendale». 

La crisi pandemica ha accelerato il percorso di digital transformation delle pmi

Altro tema all’ordine del giorno è quello della cybersecurity. «L’apertura dei confini aziendali verso una metodologia di lavoro legata allo smart working ha portato all’apertura di vulnerabilità molto importanti» sottolinea il Ceo di Var Group, «c’è stata un’escalation di attacchi informatici che hanno rischiato di mettere in ginocchio molte realtà sul territorio. Su questi temi di security c’è spesso un’assenza completa o quasi di competenze nelle aziende, perché sono sempre stati visti come costi e non come asset strategici. Oggi finalmente si è capito che non è così, e stiamo intervenendo per sopperire alle lacune».

In una fase di crisi come quella provocata dalla pandemia, la scelta del partner tecnologico diventa ancora più cruciale. «A fronte delle risposte che ci hanno dato le aziende, è emerso in maniera chiara che resta un gap di competenze da colmare» rimarca il Ceo di doDigital, «non è come quando la Pmi sceglieva un partner It per installare qualche macchina server e un applicativo per gestire la contabilità. Oggi il problema è molto più ampio, si deve fare attenzione a scegliere accuratamente perché quello che va affrontato è un percorso che richiede una competenza multidisciplinare». Un partner tecnologico al passo coi tempi deve avere competenze trasversali e anche verticali sui singoli settori dell’industria, perché in base al settore cambiano drasticamente le esigenze e le necessità. «C’è il rischio di farsi male» aggiunge la Saraceni, «10 anni fa la Pmi poteva permettersi di sbagliare il progetto It, oggi non è così, siamo già fuori tempo massimo, è come una squadra che deve giocare una finale». 

Le pmi sanno di aver bisogno di strumenti digitali per uscire dalla crisi ma hanno la necessità di essere supportate

Le nuove necessità delle imprese al tempo della pandemia stanno avendo un forte impatto sul mercato. «Il mondo dei partner sa vivendo una profonda trasformazione» rileva la Moriani, «si sta creando una forte polarizzazione. Le tante piccole realtà specializzate in un solo lavoro specifico sono in grande difficoltà, perché i clienti chiedono sempre di più un partner con una visione d’insieme che riesca ad accompagnarli, a prenderli per mano nel percorso di trasformazione». Var Group ritiene di avere tutte le carte in regola per svolgere questo ruolo: «Siamo il partner che su molti settori accompagna il cliente nel percorso di digitalizzazione con un’offerta completa end to end e un approccio consulenziale pragmatico, che riesce a fare l’execution con la messa in produzione» sottolinea il Ceo, «da sempre lavoriamo anche su ecosistemi; da soli non riusciamo più a far niente, abbiamo sempre bisogno di collaborazioni, ma i piccoli partner stanno cercando comunque delle alleanze con partner industriali grandi, in modo da poter esprimere le loro competenze. Siamo un aggregatore piuttosto importante, visto le numerose operazioni di M&A: solo nel 2020 ne abbiamo fatte 14».

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