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Enrique Enrich, Scania: il ceo-globetrotter guida solo mezzi pesanti

Enrique Enrich è il nuovo ceo di Scania in Italia. Ma prima di approdare nel Belpaese ha ricoperto incarichi in Brasile, Svezia, Messico, Colombia, Uruguay. E da ogni esperienza ha imparato qualcosa

Franco Oppedisano
Il ceo-globetrotter guida solo mezzi pesanti

È solo per un paio d’anni. Questa è la frase che, immancabilmente, pronunciano i capi dei manager che si spostano nel mondo per lavoro. Gli propongono un nuovo impegno e minimizzano. In ballo c’è una promozione, un incarico di maggior prestigio, un aumento di stipendio. A patto, però, di trasferirsi, armi e bagagli, in un altro Paese, magari dall’altra parte del Pianeta. Sono dirigenti, amministratori delegati, quadri aziendali che lavorano per aziende multinazionali e che, per crescere professionalmente, devono stravolgere la propria vita e quella della famiglia ogni tot di tempo. Sono cittadini del mondo come il nuovo ceo di Scania in Italia, Enrique Enrich: brasiliano, nato in Uruguay, con una moglie argentina ed esperienze lavorative, sempre nella stessa azienda, in Brasile, Svezia, Uruguay, Argentina, Colombia e Messico. Ha 47 anni, due figlie (Emilia, 13 anni, e Martina, 10) e ora da qualche mese vive a Verona. «Non ti lasciano nello stesso posto per più di 4 o 5 anni» spiega a Economy, «soprattutto se sei lavori in un Paese che non è il tuo. È una strategia precisa che mira a dare sempre nuovi stimoli alle persone e a formarle ponendole di fronte a nuove esperienze sempre più impegnative».

Insomma, una vita d’inferno…

Non direi. Anzi. il problema non è la nuova sfida, ma abbandonare ciò che sei riuscito a costruire fino a quel momento. 

In che senso?

Ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa e, nel bene e nel male, ho ottenuto sempre i risultati che mi chiedeva l’azienda. Lasciare qualcosa di costruito è molto più difficile che affrontare una situazione nuova. Le faccio un esempio. Quando mi hanno chiesto di andare a Bogotá, inizialmente l’ho fatto controvoglia, ero il ceo di me stesso e Scania in Colombia non esisteva proprio. Poi però sono stato estremamente contento, ho potuto costruire da zero una filiale e, dopo averlo fatto, lasciarla non è stato facile. 

Lasciare qualcosa di costruito è molto più difficile rispetto al dover affrontare una situazione nuova in un altro paese

Ma come si incomincia a fare questa vita?

Con un po’ di fortuna e molto lavoro. All’università di Economia di San Paolo c’erano 180 posti disponibili per oltre 3 mila candidati. Dopo i test di ammissione sono arrivato 171esimo ed è stato uno dei giorni più felici della mia vita. Se non avessi fatto quell’Università, Scania non mi avrebbe mai mandato un telegramma per partecipare alle selezioni per un posto vacante e io non avrei mai risposto se, in viaggio in Europa, non fossi rientrato a casa un giorno prima dell’inizio dei colloqui in azienda. La selezione è durata quasi tre mesi ed è stata durissima. Poi, dopo aver iniziato a lavorare nella pianificazione di Scania, ho conseguito un master in statistica ed econometria e sono stato, allo stesso tempo, assistente universitario.

Un impiegato, un quadro brasiliano come si trasforma in un globetrotter?

Ognuno ha la sua strada. La mia è stata quella di trasferirmi, dopo quattro anni presso la sede Scania di San Paolo, in Svezia nella casa madre. Avevo sempre sognato di andare, anche perché mio padre lavorava come ingegnere per Abb e andava a Stoccolma una volta l’anno. C’era, però, il “piccolo” problema della lingua. Per ricoprire quella posizione serviva sapere un po’ di svedese.

Ognuno ha la sua strada: la mia è partita dal Brasile ed è arrivata in Italia

E come ha fatto?

Se mi promette di non scriverlo glielo dico.

Giuro (incrociando le dita).

Non conoscevo una parola di svedese. Ho studiato, preso lezioni da un amico e letto alcuni libri in svedese che sono riuscito a trovare. Ma c’era pochissimo tempo. E allora ho imparato a memoria le risposte al colloquio di selezione. 

E l’hanno presa…

Sì, ma dopo un mese che ero Stoccolma il mio capo mi disse: “Parli lo svedese peggio di quanto mi era sembrato durante il nostro primo colloquio”. Ho confessato, ma poi a Stoccolma ho preso lezioni quattro volte a settimana, dopo il lavoro. 

Di cosa si occupava in Svezia?

Della pianificazione per il lancio di nuovi modelli. Tutto il gruppo di lavoro parlava in svedese e non aveva senso parlare in inglese solo perché una persona non lo capiva. È durato un anno.

Poi è tornato in Brasile?

Serviva una persona che coordinasse le attività di Scania tra Brasile, Argentina e Uruguay. E hanno pensato che fossi la persona giusta. Sono diventato un manager, ero sempre in viaggio. In Argentina ho conosciuto mia moglie, mi sono trasferito a Buenos Aires perché non aveva molta importanza dove abitassi. Mia moglie ha trovato, poi, lavoro a San Paolo e sono tornato a casa, ancora una volta. Il lavoro era interessante, ma non quanto quello che mi è stato proposto qualche tempo dopo: supportare un concessionario di Scania in Uruguay.

Strana proposta…

Non tanto: il concessionario era anziano e non aveva nessuno che potesse aiutarlo. Scania, quindi, mi ha distaccato per tre anni a Montevideo e, in un certo senso, ho imparato quello che c’è dall’altra parte della barricata, le logiche della vendita e del rapporto con i clienti.

Dopo l’Uruguay, la Colombia. E poi?

Mi hanno chiesto di fare il ceo in Messico, dove Scania aveva dei conti non perfettamente in ordine. Ho fatto resistenza a lungo arrivando a dire al mio capo che detestavo persino il cibo messicano. Ma alla fine ho ceduto.

E adesso l’Italia.

Il mio capo mi ha chiamato e mi ha detto: “Ho poco tempo e una sola domanda da farti. Ti piace il cibo italiano”? Ho subito capito e ho esultato. Anche perché avevo appena fatto una vacanza in Italia e non nego di averci fatto un pensierino. Sia a me che a mia moglie l’Italia piace moltissimo. 

Nessun problema allora…

Ho dovuto scegliere se abitare a Trento o a Verona, scegliere la casa, trovare una scuola adatta alle mie figlie, sto imparando la lingua. Qualche problema con la burocrazia per i permessi, ma solo perché gli uffici erano chiusi per il lock-down.

E in azienda.

Il lavoro è impegnativo perché ho trovato un’azienda che negli ultimi anni ha ottenuto risultati eccellenti, con un buon livello di redditività, persone che danno il massimo e un’ottima immagine sul mercato. La sfida è quella di proseguire su questa stessa strada con un nuovo ceo. 

Per proporre a Enrich il ruolo di Ceo in italia, dal quartier generale di Scania gli hanno domandato se gli piacesse il cibo italiano

Riassumendo: se togliamo i primi quattro anni in Brasile, lei ha cambiato nazione ogni tre anni circa. Sua moglie come reagisce ogni volta?

È una poliglotta che ha lavorato in numerose società di consulenza: è abituata a cambiare Paese e abitudini.  

E le sue figlie?

Sono ancora troppo piccole per protestare. La prima, Emilia, è nata in Uruguay, come il padre, la seconda a Bogotá. Hanno sempre frequentato scuole internazionali dove si insegnava l’inglese. Sono cittadine del mondo.

La vita però è fatta anche di relazioni e, prima del Covid, di serate conviviali con amici. Lei le fa solo su Skype, immagino, perché i suoi amici sono sparsi per il mondo.

In questo momento fare nuove amicizie è difficile. Finora la scuola e le relazioni con i genitori dei compagni sono state di grande aiuto! Ora, però, le mie figlie sono grandi ed è tutto più complicato! Ma in fondo, con la pandemia e i lock-down, siamo tutti molto più soli.

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