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Distanziati, certo ma vicini alla tecnologia

Automazione, digitale, e-commerce, operazioni da remoto: ecco come l’innovazione sta aiutando le imprese ad affrontare il complesso scenario imposto dalla pandemia. Proiettandole nel futuro

Marco Scotti
Distanziati, certo ma vicini alla tecnologia

La “pargoletta mano” cantata da Carducci, protesa per raccogliere il frutto del verde melograno, oggi probabilmente sarebbe guantata – rigorosamente in lattice – o, almeno, debitamente igienizzata. Perché oggi i contatti fisici sono banditi, banditissimi. Ma è sul lavoro che il Coronavirus e il distanziamento sociale che da esso deriva stanno avendo gli impatti più forti. Ma come si può applicare il più recente mantra in materia sanitaria con alcuni settori che hanno fatto dell’uso delle mani e del contatto il loro marchio di fabbrica? Parola quest’ultima per niente casuale, visto che proprio nei “plant” si è posto il problema fondamentale ovvero: come continuare a produrre senza mettere a repentaglio la salute dei dipendenti? 

Non solo fintech e proptech: anche l’industria si sta attrezzando con soluzioni focalizzate sull’operatività a distanza

La soluzione è la dematerializzazione, concetto che ha preso piede già da tempo. Facile a dirsi se si parla di banche o di e-commerce, più complesso, appunto, se applicato a fabbriche o all’agricoltura. Nelle fabbriche di moderna concezione le tute blu sono una sparuta minoranza, mentre manipoli di ingegneri sditeggiano su tablet che garantiscono la continuità del ciclo produttivo “h24”. 

Uno degli esempi più illuminati di questa riconversione a 360° è rappresentata da Cpm, azienda con sede alle porte di Torino Una visita nel centro direzionale di Beinasco è una vetrina sul futuro. L’impresa fondata dalla famiglia Bellezza ha fatto lungamente parte dell’indotto di Fiat. Poi, prima ancora dell’arrivo di Marchionne, ci si è resi conto che dipendere esclusivamente da un unico cliente finale – il Lingotto appunto – poteva essere estremamente pericoloso. 

La Cpm di Torino realizza linee di produzione per automotive ad altissimo tasso di automazione collaudandole a distanza

Così, nel 1999 viene rilevata al 50% dalla tedesca Dürr, un colosso che fattura circa 4 miliardi contro gli attuali 200 milioni di Cpm. Massimo Bellezza, seconda generazione, avvia un processo di riqualificazione delle risorse, ricolloca (tutti) gli operai in aziende del circondario e avvia una fase di espansione in cui si affida a ingegneri e progettisti. «Il nostro obiettivo – ci spiega il presidente Massimo Bellezza - è realizzare linee di produzione per l’automotive ad altissimo tasso di automazione per l’assemblaggio dei veicoli dal post-verniciatura fino al posizionamento nei parcheggi da cui poi le automobili vengono imbarcate sulle bisarche. Oggi sono circa 100 gli ingegneri che progettano anche Agv, veicoli a guida autonoma, che vengono impiegati nelle fabbriche per portare pezzi di ricambio e strumentazioni. Non si rinuncia alla presenza umana, ci mancherebbe, solo che l’uomo porta un importante valore aggiunto, mentre il resto è svolto da robot». E perfino durante il lockdown alcuni progettisti hanno continuato a venire in sede. Ma interessante è anche il modello di business adottato da Cpm: una miriade di fornitori diversi, specializzati nella realizzazione di parti piccole ma estremamente precise che serviranno per l’assemblaggio della linea. La quale viene costruita in sede, collaudata – anche da remoto – e poi spedita ai destinatari. Tra le avventure da segnalare, quella con Tesla per lo stabilimento di Fremont, in California. La particolarità è duplice: prima di tutto, perché il plant è totalmente automatizzato grazie a bracci robotizzati prodotti da Fanuc con sensibilità più che millimetrica per avvitare le diverse componenti. Poi, perché perfino un magnate come Elon Musk si è dovuto piegare di fronte ai costi non indifferenti della California e ha preferito sviluppare verso l’alto (e non in lunghezza) il suo impianto. Di Cpm è anche la linea della Lamborghini a Sant’Agata Bolognese, in uno stabilimento che colpisce per il candore immacolato, lontano da qualsiasi idea di fabbrica novecentesca. Infine, sempre l’azienda di Bellezza ha realizzato gli impianti per la produzione, a Mirafiori, della nuova 500 elettrica. «A Melfi – aggiunge Bellezza – sulla linea di produzione dei modelli con motorizzazione tradizionale per completare l’assemblaggio di una vettura ci vogliono due turni con una produzione impostata a circa 50-55 jph (jobs per hour, ndr). Sempre a Melfi, sulla linea di produzione dei modelli con motorizzazione PHEV(Plug-in Hybrid Electric Vehicle, ndr) per completare l’assemblaggio di una vettura ci vogliono tre turni con una produzione impostata a circa 30 jph».

Ma non di solo automotive vive il nuovo evo dei (non) rapporti umani. Ad esempio, nell’agricoltura già da tempo si sta parlando di “data driven agriculture”, ovvero di un comparto governato dai dati. Tra le aziende più attive c’è Image Line che con il suo QDC (Quaderno Di Campagna) ha dato vita a un software gestionale per l’agricoltura. «Non si tratta – ci spiega Cristiano Spadoni, Business Strategy Manager dell’azienda – di un programma per tenere i conti, ma di un tool agronomico che consente di gestire le tecniche migliori di semina. Agricoltura 4.0, insomma, con l’integrazione di banche dati all’interno del software che lanciano degli alert agli agricoltori indicando se la pianificazione di semina rispetta le normative in materia di difesa delle colture e sicurezza alimentare». Naturale: il tema della tracciabilità sta diventando il nodo intorno a cui si muovono le aziende dell’agroalimentare. Perché la gente vuole mangiare meglio, vuole sapere che cosa porta in tavola e la lettura delle etichette è divenuta di fondamentale importanza, un asset che indirizza le intenzioni di acquisto quanto il prezzo. 

Il Gruppo Salov (conosciuto dal pubblico con i marchi Sagra e Filippo Berio) gode di un sistema che non si esprime soltanto attraverso le informazioni relative alla provenienza della materia prima. Il consumatore può inserire il lotto di produzione sul sito e scoprire numerose informazioni utili sull’olio che intende acquistare: quando è stato prodotto, che cultivar predominanti sono state utilizzate, l’origine delle olive e dove sono state molite. Tra le operazioni a sostegno dei suoi brand, Gruppo Salov ha dato il via ad un piano biennale di investimenti volti alla modernizzazione del sito produttivo di Massarosa (Lucca), dove nel 2019-2020 sono stati allocati 10 milioni di euro per lavori su infrastrutture industriali e informatiche che hanno interessato diversi settori dell’azienda. «E siamo riusciti nell’impresa – ci racconta l’amministratore delegato del gruppo, Fabio Maccari – di inaugurare il nuovo stabilimento in Cina interamente da remoto». Più dematerializzazione di così… O, ancora c’è SDF, uno dei principali produttori mondiali di trattori che ha annunciato Data Platform, una piattaforma sviluppata da Cefriel, che utilizza le capacità combinate di intelligenza artificiale e internet of things con Ibm Watson IoT Platform. Obiettivo: migliorare l’efficienza e la manutenzione predittiva dei trattori, con risultati per l’intero ciclo di produzione delle attività agricole. 

La dematerializzazione e la disintermediazione, come detto, sono pervasive in qualunque settore, anche in quelli che sembrerebbero molto lontani da queste tematiche. Come nel mondo dell’arredamento: BertO ha avviato da un ventennio una strategia digitale che si concentra sull’online, con sistema di vendita senza intermediari, tramite e-commerce e showroom monomarca, servizio di consulenza e progettazione anche a distanza disponibile in sei lingue. Risultato: da mezzo milione di fatturato si è passati ai 10,5 attuali, aumentando il personale da 5 a 50 addetti. E durante il lockdown le vendite da remoto sono triplicate. «Grazie ai social la community si è allargata – ci racconta Filippo Berto – e ci ha permesso di creare un contatto diretto con milioni di follower/clienti nel mondo. Vedere chiudere tutti per il lockdown è stato un vero e proprio colpo al cuore. Allora ho pensato: adesso è il momento di far valere tutti gli anni passati a investire sul digitale, grazie ai quali abbiamo costruito la scatola degli attrezzi che poi ci è tornata utile in questo momento di crisi».

Il gruppo berto produce arredi e ha puntato sull’online con un sistema di vendita senza intermediari e progettazione anche a distanza

A governare questa enorme opera di allontanamento sociale, di revisione degli spazi servirà anche una rete adeguata. Per questo Netgear (azienda americana che può contare su una cinquantina di milioni di clienti in giro per il mondo) «già lo scorso ha lanciato il nuovo protocollo WiFi6» ci spiega Serena Corrado, marketing manager dell’azienda, «che permette di collegare circa 40 dispositivi contemporaneamente. E se pensate che siano troppi, mediamente in una casa ce ne sono 12 e con la domotica che prende piede questo numero aumenterà in maniera esponenziale. Come se fosse un’autostrada, si incrementa il numero di corsie e si assegna a ogni necessità una “carreggiata” da seguire: quella più veloce dedicata allo streaming, quella più lenta per l’ordinaria amministrazione». 

Diceva Hawthorne che “mani pure non han bisogno di guanti per coprirsi”. Spiace, doverlo contraddire un secolo e mezzo dopo la sua morte. Ma intanto, in attesa di una cura o di un vaccino, tocca adattarsi. Partendo dal lavoro, che è in continua evoluzione grazie alla tecnologia. Un pizzico di nostalgia c’è, ma tocca accontentarsi.

Lontani ma vicini…di casa 

Distanziamento sì, ma c’è anche chi prova ad andare controcorrente. È il caso di Nextdoor, la app di vicinato che vuole mettere in relazione gli abitanti degli stessi quartieri per creare “connessioni affidabili” come le chiamano loro. «La tecnologia viene spesso vissuta come l’antagonista dei rapporti umani – ci spiega Amedeo Galano, Head of Nextdoor Italia –, ma può essere invece considerata come un mezzo, dove gli individui e i loro bisogni sono il fine. Nextdoor vuole invece infrangere la barriera tra virtuale e reale, creando un ponte che dia alle persone la possibilità di riscoprire il valore dei quartieri e delle relazioni di prossimità. Viviamo in un mondo globale, veloce e oggi più che mai instabile: le persone hanno bisogno di certezze e tramite Nextdoor possono sentire la vicinanza di chi vive la stessa realtà quotidiana». In questo momento la casa è diventata il principale punto di appoggio e dentro le nostre case cerchiamo di rivoluzionare il nostro modo d’essere, soprattutto quello sociale, rendendo la tecnologia una parte integrante della nostra routine. «Ci impegniamo – conclude Galano – affinché la tecnologia venga messa al servizio delle persone, offrendo l’opportunità di vedere il proprio quartiere con occhi diversi, rendendolo parte integrante della propria quotidianità e vivendolo quasi come fosse un’estensione della propria casa. Vogliamo che i quartieri diventino dei luoghi accoglienti dove poter costruire relazioni reali. D’altronde, solamente in un ambiente dove ci si sente a proprio agio si possono costruire rapporti di fiducia e supporto reciproco, innescando quelle scintille necessarie a rendere lentamente il mondo un posto più gentile».

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