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Anche l’Italia può diventare una start up nation

Fonarcom esplora il modello Israele, il primo Paese al mondo per numero di brevetti grazie alla sinergia tra università e imprese. E stanzia 4 milioni di euro per finanziare le competenze digitali

Marina Marinetti
Anche l’Italia può diventare una start up nation

Dove c’è innovazione c’è crescita. L’assunto sarebbe anche banale, se non fosse che troppo spesso ci si muove in compartimenti stagni e l’innovazione resta circoscritta in ambito accademico senza riversarsi nel sistema industriale. Ma basta guardarsi un po’ intorno per trovare la “prova provata” di quanto sia utile che ricerca e impresa vadano a braccetto. L’esempio si trova più o meno a 2.500 chilometri da noi: «Israele è il primo Paese al mondo per numero di start-up e brevetti, anche grazie a una legislazione favorevole all’innovazione e a un sistema che, attraverso investimenti statali e capitali privati, sostiene un’interazione strettissima tra università, hub di ricerca e imprese», spiega Andrea Cafà, presidente di Cifa e di Fonarcom. Perché proprio Israele? È presto detto: vanta, il più alto numero di startup pro capite. «Si tratta di un modello di eccellenza in cui l’Università giuoca un ruolo strategico nella fase di avvio delle imprese innovative grazie alla ricerca finanziata dallo Stato e alla promozione di progetti hi-tech in molti ambiti: finanziario, cybersecurity, agrifood, energie rinnovabili e automotive», continua Cafà. E aggiunge: «Ma è il capitale umano la risorsa più importante. La presenza degli hub di ricerca e innovazione all’interno delle università israeliane dà ai ricercatori la spinta per sperimentare progetti di sviluppo nel campo delle tecnologie avanzate. Finanziamenti e strutture adeguate create con i fondi di venture capital di provenienza straniera sostengono le attività degli incubatori d’impresa, rendendo l’ecosistema israeliano uno dei più dinamici al mondo».

E se è vero che Israele, a differenza dell’Italia, è un Paese giovane (il 35% della popolazione ha meno di 18 anni) e di provenienza internazionale, il fattore chiave, sottolinea Ofer Sachs, Ceo di Herzog Strategic e già ambasciatore d’Israele in Italia è «l’attenzione particolare del governo che ha portato in pochi anni a un’economia di servizi e di tecnologie applicate a tutti i campi. Oggi Israele è casa per 400.000 aziende internazionali che lavorano a stretto contatto con i centri di ricerca e con i giovani, e questo costituisce una spinta fortissima all’innovazione». Per Nava Swersky Sofer, esperta di innovazione, imprenditrice e ricercatrice, «ciò che caratterizza lo sviluppo di Israele è la convergenza tra scoperte tecnologiche e linguaggi diversi contamina l’intera vita culturale e produttiva del Paese. L’Italia potrebbe diventare leader in molti settori proprio adottando questa convergenza».

«L’Open innovation è una dimensione fondamentale per lo sviluppo economico dell’Italia. Ma essa richiede un alto capitale umano e un alto capitale sociale», osserva Angelo Maria Petroni, segretario generale di Aspen Institute Italia e ordinario di Logica e Filosofia della scienza alla Sapienza di Roma: «Persone più istruite e relazioni più facili tra lavoratori e imprese, e tra imprese e istituzioni. È su questo che il nostro Paese ha bisogno di interventi, sia normativi sia organizzativi» «L’eccellenza israeliana ci insegna quanto il networking e la connessione tra gli stakeholder pubblici e privati siano fattori chiave per lo sviluppo dell’innovazione italiana», sottolinea Pasquale Caffio, managing director di Hrc: «Da qui emerge il ruolo fondamentale di chi favorisce la diffusione delle competenze tecniche e manageriali attraverso il proprio network e l’utilizzo delle risorse a disposizione delle imprese».

«Nonostante la creatività che contraddistingue il nostro Paese, permangono limiti all’innovazione. I principali», conclude Andrea Cafà, presidente di Cifa e di Fonarcom: «mancanza di sinergia tra mondo della ricerca, sistema produttivo e istituzioni, insufficienza degli investimenti pubblici e privati e permanenza di un sistema burocratico gravoso. Occorre che si apra un dialogo tra imprese, ricerca e istituzioni che attragga investimenti, anche internazionali. E la formazione continua deve essere il fertilizzante dell’innovazione diffusa, senza cui è impossibile crescere, creare valore e competenze di livello globale. Fonarcom, con il suo avviso Diginnova, ha stanziato 4 milioni di euro per finanziare le competenze digitali. Le aziende possono presentare piani formativi fino ad aprile del 2021».

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