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L’open space è un bluff
smascherato da Harvard

Altro che incentivare la collaborazione tra colleghi: la mancanza di privacy incide negativamente sulla produttività del team. Lo dimostra una ricerca dell’ateneo. E l’esperto di Hr management lo conferma

Marina Marinetti
L’open space è un bluffsmascherato da Harvard

A dire la verità un po’ lo sospettavamo. Ma ora che ad Harvard l’hanno dimostrato scientificamente, possiamo dirlo a voce alta: l’open space è... Be’, avete presente come Fantozzi definiva il lungometraggio La corazzata Potëmkin? Ecco. Altro che scatenare l’intelligenza collettiva, altro che aumentare l’interazione fra colleghi, altro che rendere trasparenti i processi: l’unico merito dell’open space, casomai, è la riduzione dei costi: quelli dei muri. Aumento però tutti gli altri, produttività in primis. A prendersi la briga di valutare l’effetto dell’open space sul lavoro, i ricercatori di Harvard Ethan Bernstein e Stephen Turban, con due indagini condotti nelle sedi centrali di altrettante grandi aziende americane. Hanno dotato i 55 dipendenti di una e i 100 dell’altra di badge intelligenti, seguendone gli spostamenti sia prima che dopo il trasloco dai tradizionali uffici ai nuovi spazi aperti. Scoprendo cosa? Che addirittura nel 70% dei casi le interazioni dirette fra colleghi, anziché aumentare, diminuivano. E, paradossalmente, aumentava l’utilizzo di e-mail e servizi di instant messagging. «Quello che spesso si ottiene», scrivono i due ricercatori nella loro ricerca “The impact of the open workspace on human collaboration”, «è uno spazio aperto di impiegati fisicamente prossimi che fanno tutto il possibile per isolarsi mentre fingono di lavorare assiduamente in quanto tutti li possono vedere». La conseguenza diretta? «Anziché promuovere una più vivace collaborazione faccia a faccia, l’architettura aperta è apparsa innescare una reazione naturale umana di ritirarsi dal contatto diretto con i colleghi». Il corollario? «Come gli insetti sociali che sciamano entro limiti funzionalmente prestabiliti, anche gli essere umani hanno bisogno di stabilire precisi confini ai contatti con gli altri».

Lo spazio aperto induce i dipendenti a isolarsi mentre fingono di lavorare assiduamente in quanto tutti li possono vedere

«Come in tutti i cambiamenti dei modelli organizzativi ci sono pro e contro», spiega a Economy Pier Carlo Barberis, founder degli Stati Generali del Mondo del Lavoro, con alle spalle una carriera come Hr director per aziende come Bmc Software, Sky Italia, Eurofly, UniSource, oltre all’esperienza in Hr management in Fca, Sheraton, Hrc Academy. «È un errore sposare acriticamente un modello addottandolo, per così dire, con “regole bulgare”: tutto va fatto con buonsenso. Anche nello smart working, che adotta proprio l’open come modalità principale». Detto da uno che nella sua pluriennale esperienza di direttore del personale nelle aziende più disparate ha vissuto decine di cambiamenti, c’è da credergli. 

Il modello dello spazio aperto sul luogo di lavoro non rispetta le esigenze di privacy e riservatezza e ostacola la concentrazione

«L’opportunità offerta dall’organizzazione ergonomica all’interno delle aziende in ambito oper space, che poi si collega alla logica moderna dello smart working, può essere un aiuto alle performance delle persone solo in alcuni settori», spiega. A partire dalle startup: «Si tratta di ambienti che richiedono condivisione e quindi è giusto adottare l’open space come modello, non solo nei settori digitali, ma anche in quelli più tradizionali. Nelle startup c’è un’esigenza maggiore di condivisione fra colleghi», dice. Per il resto, invece, occorre fare alcuni distinguo: «Esistono attività tradizionali e settori che hanno necessità di rispettare alcune fondamentali regole di privacy e di riservatezza, oltre che di concentrazione. L’ open space dev’essere adottato con buonsenso, inserendo sempre aree protette nelle quali chi ha necessità di fare conference call odi  parlare con una persona, collaboratore o cliente, possa usufruire di uno spazio chiuso per motivi sia di privacy che di educazione e di rispetto, anche dell’interlocutore, che può essere un cliente come un collaboratore». Così, a fronte di colleghi che non controllano il volume della loro voce, creando un sottofondo decisamente letale per la concentrazione altrui, ci sono quelli che invece il volume lo controllano anche troppo, sussurrando al telefono con i clienti, che indispettiti per la difficoltà d’ascolto potrebbero rivolgersi altrove. Qualcosa sta cambiando, infatti. «Che il modello open space non funzioni lo stanno intuendo in molti», spiega Pier Carlo Barberis: «I grandi studi di architettura specializzati in progettazione office, se prima lo proponevano come soluzione per ogni ambito lavorativo, oggi sempre di più prevedono un mix tra spazi collettivi che radunano i collaboratori e postazioni protette, chiuse, in modo da avere, oltre alle agorà in cui si crea networking, sharing e contaminazione di idee, anche uffici privati in cui poter parlare in riservatezza per chiudere un accordo o trattare temi più o meno privati, per esempio in tema di amministrazione del personale». È anche una questione di posizionamento, non solamente dell’azienda, ma anche del ruolo personale occupato nell’organizzazione dal singolo individuo. Un po’ come la fantozziana pianta di ficus, simbolo del potere. E poi c’è un tema di riservatezza: «Pensiamo a un customer care o a dei consulenti finanziari un conto è un customer care», sottolinea Barberis. «La rumorosità dell’open space incide negativamente sia sulla produttività che sulla relazione col cliente. Non solo: avere un ufficio individuale posiziona il ruolo in azienda, aumentando la performance delle persone». E poi c’è la questione del controllo dei collaboratori: «L’open space si fonda sulla cultura del controllo, interpretata in modo molto spinto. Il modello è quello del cosiddetto micromanagement, che poi si traduce nel fatto che il tuo collega deve vedere cosa fai così non c’è bisogno più di qualcuno che ti controlli la performance, ma è l’ergonomia stessa dell’ufficio a dare la possibilità a tutti di vedere cosa fanno gli altri. Non è più il tuo capo che ti controlla, ma il tuo collega. Con l’effetto perverso che, anziché agevolare la collaborazione, l’open space, in alcuni casi , ha fatto tornare in auge quella che negli anni ‘50 si chiamava delazione». Quindi per non perdere gli effetti positivi dei cambiamenti degli spazi lavorativi bisogna pensare ad una evoluzione del modello  «Non più un open space, ma un networking space», secondo Pier Carlo Barberis: «Sta cambiando il mood e anche la transizione da open space a networking space segue un approccio completamente diverso, con la contaminazione tra tradizione e innovazione». 

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