Per una volta, nel totonomi di Berlino gli uomini stanno a guardare dalla panchina. Tutte le figure davvero “presidenziabili” per il dopo-Steinmeier sono donne: Ursula von der Leyen, Julia Klöckner, Karin Prien, Ilse Aigner – e il bello è che ormai la domanda nei palazzi non è più “se” ci sarà una donna a Bellevue, ma “quale”. In un Paese che ha avuto una cancelliera per 16 anni ma dodici presidenti tutti maschi, la foto di gruppo che si intravede per il 2027 ha il sapore di un ritardo che prova finalmente a mettersi in pari.
Basta guardare alla storia: dal 1949 a oggi la Germania ha collezionato una sequenza impeccabile di signori al vertice dello Stato, da Theodor Heuss a Frank-Walter Steinmeier, passando per Lübke, Heinemann, Scheel, Carstens, von Weizsäcker, Herzog, Rau, Köhler, Wulff e Gauck. Dodici su dodici, nemmeno una “quota rosa” simbolica, mentre nello stesso arco di tempo il Paese portava in cima alla cancelleria Angela Merkel e costruiva una classe politica femminile robusta a tutti i livelli. Le organizzazioni di donne della SPD hanno fatto il conto: se nel 2027 arrivasse finalmente una presidente, arriverebbe dopo oltre 75 anni di monopolio maschile sulla poltrona di Schloss Bellevue. Non proprio un dettaglio.
E sì, non è che prima le donne fossero completamente invisibili: Annemarie Renger negli anni Settanta riuscì a raccogliere qualche voto in Bundesversammlung, più come gesto politico che come reale possibilità di vittoria. La novità del 2026 è che la partita vera si gioca tra donne di potere in carne e ossa, non tra candidature testimoniali. Von der Leyen, dal suo ufficio alla Commissione europea, è considerata il pezzo da novanta che la CDU di Friedrich Merz potrebbe voler “riportare a casa” a Berlino sotto forma di presidente federale. Klöckner, alla guida del Bundestag, offre il profilo istituzionale perfetto per un ruolo di garanzia. Prien e Aigner completano il mosaico di un fronte conservatore che, almeno nei retroscena, non ha mai avuto così tante carte femminili da giocare.
Sul lato progressista il copione è ancora più esplicito: SPD e Verdi ripetono da mesi che, dopo dodici uomini, “è ora” di una presidente donna, possibilmente con un curriculum che vada oltre il perimetro dei partiti, pescando nella società civile, nell’accademia, nella cultura. Da sinistra a centrodestra, le esponenti di SPD, CDU, Verdi e FDP firmano appelli comuni chiedendo che la Germania abbia per la prima volta una donna come capo dello Stato, segnalando che il costo politico di bloccare questa svolta rischia di essere superiore al rischio di sostenerla. È un consenso trasversale raro, tanto più in un contesto segnato dalla polarizzazione e dall’avanzata dell’AfD.
Il significato è chiaro anche senza scomodare grandi teorie: se il volto che rappresenta la Repubblica nei momenti di crisi, nelle commemorazioni, nei discorsi di Capodanno, è per definizione “la” presidente e non più “il” presidente, la normalità cambia grammatica. Per un Paese che si presenta come locomotiva europea della democrazia liberale, chiudere il buco nero di dodici capi di Stato uomini di fila non è solo un gesto di equità, è un atto di coerenza. E mentre a Berlino si gioca con i nomi, il messaggio – interno ed esterno – è già partito: nel 2027, per la prima volta, gli uomini potrebbero scoprire che la “normalità” istituzionale non ha più il loro volto.
















