Nella foto il palazzo sede di Assicurazioni Generali a Trieste

Con le recenti partite di risiko bancario, pur non ancora concluse, si può dire che la “foresta pietrificata” del credito italiano (copyright Giuliano Amato) si sia completamente dissolta. Finalmente, commentano in molti. E anch’io non mi sottraggo a questa vulgata. Tuttavia, aggiungendo un “ma”, che non ha una valenza avversativa, bensì integrativa. La congiunzione sta infatti a significare che nel giudicare quel che è accaduto, sta accadendo e accadrà, occorre tenere presente un dato fondamentale: la mancanza di un regista. Non lo sono i due “sorveglianti”, Bankitalia e Bce – sono lontani i tempi della “moral suasion” – né lo sono il Governo e gli altri palazzi romani, nonostante qualcuno abbia tentato di esercitare influenza politica, in alcune circostanze anche molto maldestramente.

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Si è detto e scritto di fili più o meno visibili che collegherebbero gli attori bancario-assicurativi protagonisti del risiko a questo o quel potere politico, e viceversa. Così come è indubbio il ruolo esercitato dal Tesoro e dal Governo – proprio o improprio che lo si voglia giudicare – in talune circostanze, nella veste di azionista di Mps o nel giudicare “banca straniera” Unicredit e di conseguenza nell’usare il golden power per bloccare l’Opa lanciata su Banco Bpm.

Tuttavia, penso si possa escludere che in questi interventi (talvolta ingerenze) ci sia stata la capacità di esercitare il ruolo di “regista sistemico”. Forse non ve n’era neppure la consapevole intenzione, perché quella funzione per essere svolta richiede una visione strategica e una cultura di governo dei processi complessi che – purtroppo – non è propria di questi tempi. C’è stata, questa sì, una lodevole intenzione di tutelare l’italianità delle casseforti del risparmio nazionale, ma declinata in chiave di rivendicazione sovranista, e quindi priva di afflato strategico. Come dimostra il fatto che dei circa 850 miliardi di euro che le famiglie italiane investono in fondi comuni e gestioni patrimoniali, oltre l’80% viene investito all’estero. Un fenomeno, questo della forte propensione dei gestori a diversificare sui mercati globali, che certo non può essere fronteggiato con misure protezionistiche fuori dal tempo, ma che altrettanto certamente non può essere ignorato come invece avviene da parte della classe politica e dei “tecnici” (si fa per dire) a suo supporto, impegnati a tramare per mantenere la proprietà italiana degli attori del risparmio, magari a favore di cordate amiche, e poi inconsapevoli che ciò che non esce dalla porta fugge via dalla finestra.

Ora, al di là della aggregazione bancaria – Mps con il duo Intesa-Bper oppure con Bpm – la vera posta in gioco della partita di risiko in corso è senza dubbio rappresentata da Generali, per il tramite di Mediobanca. Niente di nuovo, è quasi un secolo che il Leone rappresenta il grande oggetto del desiderio del capitalismo italico. Solo che negli ultimi trent’anni la politica debole e impreparata ha lasciato che il timone della compagnia triestina – che con 36 miliardi (su un portafoglio di 900 miliardi) investiti in Btp si gioca con Poste la leadership degli investitori istituzionali impegnati a sostenere il debito pubblico nazionale – fosse in mani francesi (dal 1995 con la prima nomina, poi bissata, di Antoine Bernheim alla presidenza), accontentandosi di sapere che la maggioranza relativa del capitale fosse in mani italiane. Cosa, questa seconda, che sarebbe stata importante se anche la gestione operativa di Generali fosse stata messa al riparo dagli appetiti degli interessi stranieri.

Come è potuto accadere che badando alla forma (il controllo azionario) si sia dimenticata la sostanza (la gestione manageriale)? Diciamo che non è un caso che tutto questo sia avvenuto appena dopo il passaggio di testimone tra la Prima e la Seconda Repubblica, cioè quando la politica ha perso qualità e forza e gli interessi hanno cominciato a farla da padroni. E siccome questo impoverimento della politica, e con essa del “sistema Italia”, è cresciuto progressivamente fino a diventare patologico e – in questo momento – a superare il punto di non ritorno, tenderei ad escludere che se l’operazione “giù le mani da Generali” dovesse – come mi auguro – andare in porto, il merito sarebbe da attribuire alla politica. No, a vincere o a perdere questa partita sarà il mercato. E ve lo dice uno che, da liberale non (e sottolineo non) scolastico, ha sempre evitato l’errore di pensare che il mercato abbia sempre ragione.

e.cisnetto@terzarepubblica.it