C’è una mesta analogia tra le due grandi lotte di potere in atto oggi in Italia, quella per chi verrà eletto al Quirinale dopo Sergio Mattarella e quella su chi comanderà alle Assicurazioni Generali dopo l’assemblea del prossimo 29 aprile. L’analogia riguarda l’età dei principali pretendenti. Mediamente, 83 anni: Silvio Berlusconi, 85 compiuti, che punta al Colle dove però i più saggi sperano in una permanenza di Sergio Mattarella, 81. Francesco Gaetano Caltagirone, 79 anni tra un mese e mezzo e Leonardo Del Vecchio, 87 tra tre mesi. Più che una guerra tra poteri forti è una rissa anzi una Rsa. Detta con rispetto per le Rsa, e detto da uno che è più vicino a queste medie anagrafiche che all’età, 39 anni, che aveva Emmanuel Macron quando nel 2017 fu eletto presidente francese.

Su Trieste una guerra pericolosa per il Paese

Ma mentre l’auto-candidatura di Berlusconi al Colle sarebbe rapidamente liquidabile per quel grottesco sberleffo al buon senso e al decoro che la stampa estera ha già seppellito, se purtroppo non sancisse la dimensione ancora subalterna e puerile dalla quale le altre forze del centrodestra italiano sono state finora incapaci di emarginarsi, il caso-Generali merita di più. Merita un’analisi specifica, perché mette a repentaglio (potrebbe: difficile che ci riesca, ma sempre più facile che Berlusconi salga al Colle) l’unica azienda finanziaria a capitale italiano che sia davvero internazionale. I termini della questione sono ormai conosciuti, e la posta in gioco pure, essendo notorio che le Assicurazioni Generali gestiscono 660 miliardi di attivi, più di un terzo del valore del Pil italiano, di cui 60 in titoli di Stato… Ebbene: chiariamo che in teoria non c’è nulla di male se un ultraottantenne si occupa di finanza. Ancora oggi Warren Buffett, a 91 anni, lo fa da maestro, ed è ancora considerato “l’oracolo di Omaha” per la sistematica precisione con cui ha sempre visto giusto nelle sue scelte di investimento. Invece Caltagirone e Del Vecchio di assicurazioni non si sono mai occupati da imprenditori. Le vivono da investitori finanziari. Esterni al business, Il primo fa il costruttore e non è nemmeno tra le prime dieci aziende italiane. Del Vecchio ha costruito invece un impero mondiale negli occhiali ma… appunto, negli occhiali. Per loro due quello a Trieste è sempre stato un investimento finanziario che, peraltro, gli ha reso benissimo. E allora, cosa mai vorranno?

La risposta è semplice: potere.

E sia chiaro: non c’è niente di male. Ma nemmeno niente di bene. Dalla parte opposta c’è Mediobanca ed è questo il vero problema del fronte “resistente”: perché Mediobanca è ancora assimilata, per il fortissimo brand che ha, ad un modello di monopolismo finanziario che è finito negli Anni Novanta. A quell’epoca sì che Mediobanca avrebbe potuto e dovuto essere contrastata, e solo in parte lo fu, peraltro non sempre da antagonisti degni del ruolo, ma oggi? Oggi è un gruppo finanziario piuttosto dinamico e redditizio che fa tanti mestieri operativi di mercato e difende giustamente una quota importante in Generali che d’accordo (fino a ieri) con gli altri principali soci e con gli investitori istituzionali che detengono circa il 40% del capitale le ha sempre permesso di indicare il capo azienda, fino all’attuale a.d, Philippe Donnet. Oggi Mediobanca non è più monopolista di niente. E la gestione espressa da sei anni a Trieste dalla segnalazione di Mediobanca pro-Donnet può fregiarsi oggi del miglior “total shareholder return” della sua categoria a livello europeo: il 112% da quando governa il manager francese (2016) ad oggi, contro il 95% di Zurich, il 70% di Allianz, il 49% di Intesa, il 47% di Axa, il 365 di Unicredit. E se si guarda al mero valore borsistico del titolo, nello stesso periodo? Generali è cresciuta del 60%, Zurich del 49, Unicredit del 29, Axa del 14 e Intesa del 9.

Dunque, chiusa la questione?

Mica tanto. Le Generali sono un’azienda strategica per il Paese. Potranno mai essere lasciate in balia dei cattivi umori di due signori sicuramente irritati del fatto di non contare quanto vorrebbero, e comunque in una proporzione neanche minimamente paragonabile al potere che detengono a casa loro, dove sono obbediti a bacchetta e non hanno mai – si dica mai – scelto un management dalla visibilità e reputazione autonoma? “I miei manager sono i miei cani da riporto”, diceva sgarbatamente quel corsaro geniale di Raul Gardini, ed è una frase (non gli appellativi, né il primo né il secondo, entrambi eccessivi) che si potrebbe serenamente applicare anche a Caltagirone e Del Vecchio. Un loro successo in Generali è possibile ma improbabile perché la lontananza del primo dalla sensibilità del mercato finanziario internazionale è siderale, e il secondo è stimato in tutto il mondo ma a proposito di lui tutti si chiedono anche cosa accadrà dopo la sua speriamo ancora lontana dipartita, visto l’ultrafrazionamento della proprietà familiare che ha disposto. Dunque si vedrà all’assemblea come voteranno i fondi internazionali che, come già accaduto in Tim, determineranno le sorti del consiglio scegliendo tra le varie liste in lizza. Ma un successo dei due canuti pretendenti affiderebbe la proprietà di un’azienda cruciale per il Paese, come le Generali, a due famiglie impreditoriali del tutto sprovvedute in finanza e polizze e comunque diverse – nella fisionomia culturale e professionale, oltre che nell’attitudine finanziaria – dal profilo ideale del socio di un colosso assicurativo, che è e deve essere un socio istituzionale, come i grandi fondi d’investimento, le fondazioni bancarie, le banche, i fondi sovrani eccetera. E’ lecito dubitare che la miglior buona volontà di questi due rispettabilissimi imprenditori – ammesso che sia buona – possa portare le Generali più avanti di dove si trovano. Anni fa Geronzi, eletto e rapidamente buttato fuori da Mediobanca dalla presidenza delle Generali, ne apostrofò i vertici (ancora oggi in carica), definendoli “giovani vecchi”. Graffiante epiteto di uno sconfitto. Oggi, in scena, ci sono due vecchi che vogliono fare i giovani.