Gas serra, l'Italia sperimental'effetto decoupling

Buona ma non buonissima. Così, in estrema sintesi, è la stima tendenziale delle emissioni di gas serra in atmosfera in Italia, elaborata dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e relativa al primo trimestre 2019. Una stima che vuole verificare la dissociazione tra attività economica e pressione sull’ambiente naturale, il cosiddetto “decoupling”. Una situazione che si verifica quando, in un dato periodo, il tasso di crescita della pressione ambientale (ad esempio le emissioni di gas serra) è inferiore a quello dell’attività economica (ad esempio il Pil) che ne è all’origine. In sostanza, quando si produce di più ma si inquina di meno. Ed è quanto l’Ispra ha registrato da gennaio a marzo 2019 (ultimi dati disponibili al momento della chiusura di questo numero): se nel periodo il Pil ha segnato un +0,1%, la stima delle emissioni tendenziali ha registrato un -0,4%. Un calo dovuto principalmente alla riduzione dei consumi di gas registrata nel settore domestico (-3,0%) e a quella dei carburanti nel settore trasporti (-0,6%), oltre alla riduzione di emissioni da parte della gestione dei rifiuti (-3,9%). È cresciuto invece il consumo di gas naturale nel settore termoelettrico (2,7%).

Sul breve termine, quindi, buone notizie. Ma com’è il trend del Paese sul lungo periodo? Discreto, come evidenzia l’“Italian greenhouse gas inventory 1990-2017. National inventory report 2019”, redatto sempre dall’Ispra, ossia la comunicazione annuale italiana dell’inventario delle emissioni dei gas serra, in accordo a quanto previsto dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle nazioni unite (Unfccc) del protocollo di Kyoto. Ogni Paese che vi partecipa, oltre a fornire annualmente l’inventario nazionale delle emissioni dei gas serra secondo i formati richiesti, deve documentare in un report la propria serie storica delle emissioni. Ed è ciò che l’Ispra fa in questo faldone di quasi 600 pagine, che contiene una spiegazione degli andamenti, una descrizione dell’analisi delle sorgenti principali e dell’incertezza ad esse associata, un riferimento alle metodologie di stima e alle fonti dei dati di base e dei fattori di emissione utilizzati per le stime. Il tutto completato da un’illustrazione del sistema di Quality assurance/Quality control a cui è soggetto l’inventario e dalle attività di verifica effettuate sui dati.

Da gennaio a marzo 2019 il pil ha segnato un +0,1%, mentre le emissioni tendenziali registrate dall’Ispra sono diminuite dello 0,4%

Dall’analisi di sintesi della serie storica dal 1990 al 2017, il rapporto evidenzia come le emissioni totali in Italia dei gas serra, espresse in CO2 equivalente, diminuiscano del 17,4% nel 2017 rispetto al 1990. In particolare, le emissioni complessive di CO2 sono pari all’81,6% del totale e nel 2017 calano del 20,6% rispetto al 1990. Le emissioni di metano e di protossido di azoto sono pari a circa il 10,3% e 4,2% del totale, in calo sia per il metano (-9,1%) sia per il protossido di azoto (-31,8%). Gli altri gas serra, HFC, PFC, SF6 e NF3, hanno un peso complessivo sul totale delle emissioni tra lo 0,01% e il 3,6%: le emissioni di PFC decrescono, quelle di SF6 e NF3 aumentano di poco, mentre quelle degli HFC (idrofluorocarburi) sono in forte crescita. Sebbene tali variazioni non siano risultate determinanti ai fini del conseguimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni, proprio il trend degli HFC potrebbe renderli importanti nei prossimi anni. Utilizzati in apparecchiature come gli impianti di refrigerazione, di condizionamento d’aria e le pompe di calore, presentano infatti nella maggior parte dei casi un alto potenziale di riscaldamento globale.

Nonostante la percezione contraria, quindi, l’Italia pare sulla via di un lento ma progressivo calo delle emissioni di gas serra. Appuntamento tra 25 anni per capire se la direzione è quella definitiva.