La nuova perizia medico legale di Cristina Cattaneo, come anticipato dal Tg1, cambia radicalmente la narrazione del delitto di Garlasco, Chiara Poggi avrebbe tentato di difendersi riportando lividi ed ecchimosi compatibili con un’aggressione violenta a colpi di martello, e il Dna sotto le unghie non sarebbe un reperto “spurio” ma la traccia diretta dell’assassino, collocato sulla scala accanto al corpo in corrispondenza della famigerata impronta 33.
Secondo quanto filtra, la consulenza Cattaneo descrive una dinamica in cui Chiara si sarebbe difesa, accumulando lesioni compatibili con colpi da corpo contundente il martello indicato dagli inquirenti e un contatto ravvicinato con l’aggressore sufficiente a “catturare” materiale biologico sotto le unghie. In questo quadro, il Dna maschile già individuato come compatibile con la linea genetica della famiglia Sempio, prima derubricato a traccia mista non identificativa, assume il peso di una prova da scena del crimine, non più potenziale trasferimento casuale, ma interazione diretta con l’autore dei colpi.
L’ormai celebre impronta palmare 33, sul muro della scala dove giaceva il corpo, era stata già oggetto di una nuova attribuzione ad Andrea Sempio grazie a tecnologie dattiloscopiche aggiornate, con corrispondenza su 15 punti caratteristici del palmo destro. Le ricostruzioni biomeccaniche riferiscono che l’assassino si sarebbe appoggiato al muro con la mano facendo leva con il piede cui sarebbe legata anche una nuova impronta di suola insanguinata sotto la 33 per spingere o far rotolare il corpo sulle scale, trattenendosi poi a osservare la vittima, una presenza prolungata che rende sempre meno compatibile l’assenza di tracce riconducibili ad Alberto Stasi e sempre più coerente il legame tra Dna sotto le unghie e impronta 33.
A questo punto lo snodo non è più solo difensivo, la Procura di Pavia che ha riaperto il fascicolo su Sempio e ha disposto nuovi accertamenti su pc, impronte e Dna sta lavorando a un fascicolo che, secondo quanto trapela, potrebbe essere trasmesso alla Procura di Milano per sostenere una domanda di revisione del processo Stasi. In uno scenario in cui la perizia Cattaneo codifica l’aggressione, lega il Dna sotto le unghie all’autore materiale e rende l’impronta 33 la proiezione fisica di quell’aggressore sulle scale, la revisione non sarebbe più la “battaglia di un condannato”, ma l’esito quasi obbligato di un ufficio requirente che riconosce l’incompatibilità dell’impianto probatorio su cui si è fondata la condanna definitiva a 16 anni.
Sul fronte economico il cambio di prospettiva è altrettanto radicale, Stasi ha versato, tra accordi e obblighi risarcitori, circa 850 mila euro alla famiglia Poggi e si è fatto carico di anni di difesa tecnica, una sua eventuale assoluzione in revisione aprirebbe il dossier sulla restituzione delle somme e sul ristoro per ingiusta detenzione, con un potenziale esborso a carico dello Stato stimato in alcune ricostruzioni mediatiche tra i 2 e oltre 4 milioni di euro complessivi, includendo danni morali, anni di carcere, costi difensivi e rientro di quanto pagato. Per il sistema Giustizia, la scelta inedita e dirompente di una Procura che si fa promotrice della revisione segnerebbe un salto di paradigma, dall’errore giudiziario come incidente da risarcire ex post all’errore come rischio sistemico da gestire e soprattutto da “mettere a bilancio” prima che casi come Garlasco presentino il conto non solo in termini di credibilità, ma anche di finanza pubblica.
















