calcio partita

Per anni è stato percepito come una certezza, un salvagente economico destinato ad attivarsi quando le luci dello stadio si spengono definitivamente. Oggi il Fondo di fine carriera dei calciatori professionisti torna al centro del dibattito pubblico, non per la sua funzione, ma per la sua gestione.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Il meccanismo è noto agli addetti ai lavori: una quota del compenso dei giocatori viene accantonata nel corso della carriera, con una logica assimilabile al trattamento di fine rapporto previsto per i lavoratori subordinati. Il fondo è disciplinato dagli accordi collettivi sottoscritti tra Associazione Italiana Calciatori, Federazione Italiana Giuoco Calcio e le leghe professionistiche. L’obiettivo è offrire una tutela economica al termine dell’attività agonistica, spesso breve e non sempre pianificabile.

Fin qui la teoria. La pratica, però, è finita sotto i riflettori dopo le dichiarazioni di alcuni ex protagonisti del calcio italiano. A riaprire il caso è stato l’ex portiere Emiliano Viviano, che ha sollevato interrogativi sulla trasparenza del fondo e sulla possibilità per i calciatori di avere un quadro chiaro delle somme versate e della loro gestione. Parole che hanno trovato eco e sponda in un altro ex azzurro, Giuseppe Dossena, oggi determinato a “accendere la luce” su quello che definisce un tema rimasto troppo a lungo nell’ombra.

Dossena, a margine di una conferenza stampa a Roma, ha ringraziato pubblicamente chi ha deciso di esporsi, citando tra gli altri l’ex difensore Thomas Berthold, oltre allo stesso Viviano e ai professionisti legali che li assistono. Il suo messaggio è diretto: occorre capire con precisione cosa il Fondo faccia con i contributi accumulati nel corso degli anni. E per farlo, serve il contributo di chi ha ricoperto ruoli di vertice nel sistema calcio.

L’appello è rivolto a nomi che pesano. Giorgio Chiellini, Gianluigi Buffon, Leonardo Bonucci e Damiano Tommasi vengono chiamati in causa come figure di riferimento, capaci di contribuire a fare chiarezza. Non è una richiesta polemica, almeno nelle intenzioni dichiarate, ma un invito a condividere informazioni e responsabilità su uno strumento che riguarda centinaia di carriere e milioni di euro accantonati nel tempo.

Il nodo, per chi osserva con l’occhio dell’analista, è innanzitutto di governance. Il fondo nasce come strumento di tutela, ma opera in un ecosistema complesso, dove confluiscono obblighi contrattuali dei club, controlli federali e norme di iscrizione ai campionati. Il versamento delle quote è parte degli adempimenti che le società devono rispettare per mantenere la regolarità sportiva e amministrativa. Eventuali inadempienze possono avere conseguenze non solo economiche, ma anche disciplinari.

Sul fronte opposto, quello dei calciatori, il tema si intreccia con la recente riforma del lavoro sportivo, che ha ridefinito in modo più strutturato il perimetro previdenziale degli atleti professionisti e non. In un contesto normativo in evoluzione, la richiesta di maggiore rendicontazione si inserisce in una più ampia domanda di accountability che attraversa tutto il sistema sportivo italiano.

A rafforzare il fronte di chi chiede chiarezza interviene anche Thomas Berthold, ex difensore della Germania campione del mondo a Italia ’90, che ha raccontato di aver riscoperto il tema del Fondo di fine carriera dopo un confronto con Giuseppe Dossena. Rivedendo la propria documentazione, Berthold ha spiegato di aver individuato alcune incongruenze e di non aver ricevuto, al termine della sua esperienza italiana nel 1992, l’intero importo che riteneva gli spettasse. Da qui la richiesta di poter accedere ai bilanci e comprendere nel dettaglio i criteri di gestione delle somme accantonate, nella convinzione che ogni calciatore abbia diritto a piena trasparenza sulle risorse maturate durante la carriera..