Italia, vista dal satellite

Il Mezzogiorno allarga ancora la rete per attirare pensionati dall’estero, ma i numeri raccontano che gli sconti fiscali, da soli, non bastano a invertire la rotta dello spopolamento. Dal 7 aprile è entrata in vigore l’estensione della flat tax al 7% per i pensionati stranieri che trasferiscono la residenza nel Sud Italia o nei territori del Centro colpiti dai terremoti del 2009-2016. La novità più significativa riguarda la dimensione dei Comuni coinvolti: la soglia sale da 20mila a 30mila abitanti, ampliando così la platea delle località agevolate.

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L’effetto concreto della misura – secondo quanto riporta il Sole-24 Ore è rilevante soprattutto sul piano geografico. I Comuni interessati diventano infatti 2.473, con l’ingresso di altri 81 centri rispetto ai 2.392 già ammessi dal 2019, anno di introduzione dell’agevolazione. In pratica, oltre il 90% dei Comuni delle otto regioni meridionali — Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia — rientra oggi nel perimetro della flat tax.

Tra le nuove destinazioni ammesse compaiono località con forte richiamo turistico e culturale come Ostuni, Noto, Agropoli e Roseto degli Abruzzi. Una scelta che punta evidentemente a intercettare non soltanto pensionati in cerca di convenienza fiscale, ma anche residenti stranieri attratti dal clima, dal patrimonio artistico e da un costo della vita inferiore rispetto alle grandi aree urbane europee.

Eppure, dietro l’ambizione del progetto, i numeri restano sorprendentemente contenuti. Secondo le dichiarazioni dei redditi presentate nel 2025, i pensionati esteri che hanno aderito al regime agevolato sono stati appena 933. Un dato in crescita, ma ancora marginale se confrontato con i movimenti opposti: nel solo 2024 oltre 3.100 pensionati italiani hanno scelto di trasferirsi all’estero, mantenendo sostanzialmente stabile il trend rispetto all’anno precedente.

Nel suo ultimo rapporto annuale, INPS evidenzia come quasi il 70% dei pensionati emigrati abbia scelto Paesi europei. Le ragioni sono note: costo della vita più basso, clima favorevole, ricongiungimenti familiari, servizi sanitari più efficienti e soprattutto fiscalità più vantaggiosa. È proprio questo il punto critico del piano italiano: la leva fiscale, pur generosa, non sembra sufficiente a determinare da sola lo spostamento di residenza.

Il regime consente infatti di assoggettare all’imposta sostitutiva del 7% non soltanto la pensione estera, ma anche gli altri redditi prodotti fuori dall’Italia. La media delle pensioni dichiarate nel 2025 è stata di circa 40.262 euro annui, ai quali si sono aggiunti quasi 20 milioni di euro di altri redditi esteri. Complessivamente i nuovi residenti hanno dichiarato oltre 57 milioni di euro di imponibile, generando però un gettito fiscale limitato a circa 4 milioni.

L’agevolazione si spinge anche oltre i redditi tradizionali. L’Agenzia delle Entrate, con l’interpello 766/2021, ha chiarito che il regime può applicarsi persino alle plusvalenze derivanti dalla vendita di lingotti d’oro detenuti presso banche estere. Un dettaglio che rende la flat tax italiana particolarmente competitiva rispetto ad altri sistemi fiscali europei rivolti ai pensionati internazionali.

Il problema, però, resta strutturale. Il confronto con il regime per gli impatriati è impietoso. Secondo il ministero dell’Economia, nelle dichiarazioni 2025 il sistema agevolato per lavoratori rientrati in Italia ha coinvolto quasi 45mila dipendenti. In quel caso il meccanismo funziona perché alla convenienza fiscale si affianca una motivazione professionale: stipendi più elevati, crescita di carriera, opportunità aziendali. Non a caso gran parte degli impatriati si è concentrata nel Centro-Nord, dove il tessuto economico e produttivo offre maggiore capacità di assorbimento.

Per i pensionati il quadro è diverso. La scelta di trasferirsi dipende molto di più dalla qualità complessiva della vita. Ecco perché i Comuni che cercano di attrarre nuovi residenti stanno iniziando a muoversi oltre la sola fiscalità.

È il caso del progetto “Volterra 10k”, promosso da Volterra per riportare la popolazione sopra quota 10mila abitanti. Oggi i residenti sono circa 9.400 e l’amministrazione punta su un mix di incentivi, valorizzazione paesaggistica, servizi culturali e rafforzamento dell’assistenza socio-sanitaria. In altre aree interne, come l’Alta Sabina nel Lazio, dieci Comuni hanno sottoscritto un “contratto territoriale” contro lo spopolamento con l’obiettivo di aumentare del 5% la popolazione entro il 2035, investendo su energia, digitalizzazione e servizi alla persona.

Il tema si intreccia così con una questione più ampia: la sopravvivenza economica e demografica delle aree interne italiane. Negli ultimi anni le iniziative si sono moltiplicate, dalle case vendute a un euro fino ai nuovi tax credit previsti dalla legge sulla montagna del 2025 per chi si trasferisce nei Comuni montani disagiati. Anche ANCI, attraverso l’Agenda Controesodo 2025-2026, ha inserito tra le priorità la riduzione del carico fiscale nei piccoli Comuni.