Le direttive Fit for 55, che l’Ue intende completare entro le elezioni europee; quelle relative allo European Green deal, al New Circular economy action plan, alla Legge sul clima, alla direttiva Csrd, che rende obbligatoria a partire da quest’anno la rendicontazione di sostenibilità per oltre 55mila imprese europee. La normativa Ue per la sostenibilità va nella direzione giusta, anzi obbligata dal climate change; ma quale prezzo stanno pagando le piccole imprese per questa mole di incombenze che sta continuando ad aumentare? «Ci vogliono risorse per sostenere gli investimenti per la transizione, e un’applicazione proporzionale rispetto alle classi d’impresa» dice in questa intervista a Economy Bruno Panieri, direttore Politiche economiche di Confartigianato

Le normative europee in materia di sostenibilità stanno impattando sulle piccole imprese?
Il problema sostanziale dell’approccio Ue rispetto a queste tematiche, che si sta accreditando in maniera sempre più forte e invasiva, è la politica della regolamentazione preventiva. Ovvero della formalizzazione di alcuni processi aziendali in funzione della prevenzione dei rischi, senza prevedere contestualmente una politica di accompagnamento. Politica che potrebbe essere compatibile con questo approccio regolamentare laddove aiutasse le imprese a consolidarsi strutturalmente, sostenendo per esempio gli investimenti per la transizione: altrimenti si rischia ingessare il sistema economico europeo. Perché l’approccio dell’Ue è basato sulla valutazione dei rischi, e quindi sull’individuazione di una serie di presidi nei processi produttivi per prevenire la formazione dei rischi, in diversi ambiti: dall’ambiente alla governance. Un approccio adottato fin dai tempi della normativa sulla sicurezza nel lavoro, un modello consolidato che però diventa sempre più complesso.

Un modello sbagliato?
Non abbiamo una pregiudiziale rispetto al modello, ovvero a introdurre delle misure regolamentari che spingano il sistema produttivo verso l’innovazione. Ma questo modello da un lato deve essere affiancato da strumenti che accompagnino gli investimenti delle imprese, per esempio adottando il Next Generation Eu come modello generale di sostegno alle politiche industriali, mettendo quindi in campo risorse che sostengano e agevolino gli investimenti di adattamento delle imprese. D’altro lato è indispensabile applicare le normative in maniera proporzionale rispetto alle classi d’impresa. Non è pensabile che una microimpresa in materia Esg sia tenuta ad avere lo stesso tipo di regolamentazione di impatto di un’impresa che ha 20mila dipendenti. Il problema è che la tecnocrazia dell’Ue è fortemente legata a un modello astratto e non praticato sul campo. La regolamentazione che viene introdotta deve essere sostenibile, e per esserlo si deve proporzionalmente adattare alle caratteristiche delle diverse imprese. Questo principio esiste ma non è praticabile: quando si tratta di andare a declinare in modo pratico il modo in cui le diverse normative impattano sulle diverse categorie di impresa, ci scontriamo sempre sul massimo comun denominatore e non sul minimo, si rende standard un approccio che già non è non adatto alle grandi imprese, figuriamoci alle piccole. C’è dunque un pericolo di impatto che frena lo sviluppo e l’innovazione.

Bruno Panieri, direttore Politiche economiche di Confartigianato

In certi casi, però, le micro e le piccole imprese sono esonerate dagli obblighi.
Quella dell’esonero non è una logica corretta, perché spesso le piccole e le micro imprese sono comunque dentro le catene globali del valore. Per esempio nel tessile una grande impresa committente, che applica obbligatoriamente i criteri di sostenibilità, è difficile non abbia ricadute sulla modalità produttiva di una piccola. Lo stesso accade per la finanza sostenibile: abbiamo un’obbligatorietà per determinati soggetti medio grandi e l’esonero per piccole, ma di fatto vediamo che il mercato si sta muovendo per gestire la finanza sostenibile in maniera complessiva su tutto il sistema delle imprese, comprese le piccole. Quindi non è corretto esonerare tout court le piccole, mentre lo è applicare principi di proporzionalità. Da parte delle imprese c’è un atteggiamento positivo, non vivono questa prospettiva come una minaccia, salvo temere l’impatto del sistema regolatorio, ma come opportunità. Bisogna assumere la capacità di accompagnarle, nelle catene globali del valore questi principi cominciano a essere praticati da tutte le imprese, ne abbiamo che stanno approcciando in maniera significativa i sistemi di certificazione.

Che tipo di gap esiste a questo proposito tra le micro piccole imprese e quelle più strutturate?
Quello tradizionale: in una piccola impresa non c’è una struttura in grado di allestire i presidi di controllo come accade in una grande, che ha una struttura con un management che può gestire anche queste pratiche. Nelle imprese fino a 10 dipendenti generalmente gli stessi sono impegnati nei processi core, non possono essere impegnati in ruoli di supporto, controllo, gestione. Bisognerebbe cercare di far maturare una cultura della funzionalizzazione di queste regole, e non quella dell’obbligatorio allestimento del presidio. Le norme non dovrebbero imporre la presenza di una persona che presidia il rischio, ma di organizzare il processo in modo da controllare. Al di là del come, l’importante è che l’output sia compatibile con un range di indicatori di sostenibilità. Non si tratterebbe allora di condizionare la struttura ma mi organizzare il processo. È possibile farlo con un approccio proporzionale, e una consapevolezza diversa della natura delle imprese: una fino a 10 dipendenti non può pensare di avere i presidi di legalità, controllo dati, ambiente, sicurezza sul lavoro… Non ha nemmeno i dipendenti necessari per coprirli tutti. E poi c’è un altro dato per noi critico.

Quale?
Spesso le modalità attraverso le quali si rileva la compliance rispetto a questi indicatori non tengono conto di tutte le modalità informali che caratterizzano il sistema delle Pmi. Per esempio una piccola impresa che aderisce ad un consorzio fidi, quindi a un sistema mutualistico di gestione della finanza per le piccole imprese, già fa un atto socialmente responsabile, perché si mette in una rete di supporto al sistema delle imprese attraverso il consorzio. Questo tipo di approccio non è generalmente valutabile, o non ci sono elementi per poterlo formalizzare. L’attenzione ai rischi ambientali molto spesso è un’attenzione formale, ma l’imprenditore che ha casa al secondo piano del laboratorio produttivo probabilmente vivrà come cittadino di quella comunità le stesse apprensioni rispetto alla tutela dell’ambiente. Avrà una propensione naturale a gestire il suo processo produttivo in maniera compatibile con l’ambiente, se non altro perché si deve costruire una reputazione locale, se sgarra rischia essere espulso o segnalato dalla comunità. È un sistema di vigilanza informale a cui ci si adegua in modo informale: al momento non c’è nessuno strumento in grado di leggere queste caratteristiche.

Cosa si può fare per facilitare alle piccole imprese i compiti richiesti dalle attuali norme?
Si potrebbe pensare di chiedere alla comunità, specie in luoghi periferici, alcune caratteristiche che vengono chieste alla singola impresa, così come per la gestione di alcuni pezzi della sicurezza sul lavoro. Le piccole non hanno un responsabile della sicurezza o anche ambientale, ma un responsabile di bacino, un soggetto che collettivamente gestisce la materia per un certo numero di imprese. Le normative europee costituiscono una spinta a forme di aggregazione comunemente praticate dalle piccole imprese, che hanno la tendenza a mantenersi piccole e flessibili, ma ormai hanno un bisogno non differibile di ritrovarsi in processi di aggregazione, soprattutto per affrontare questo tipo di problematiche.