Ogni estate il fisco italiano sembra riscoprire la necessità di semplificare e riequilibrare il rapporto tra Stato e contribuente. Intanto gli studi professionali arrivano ad agosto stremati: dichiarazioni, autoliquidazioni e versamenti si concentrano nel periodo più difficile dell’anno. E quest’estate 2026 i via di esaurimento non ha tradito la consuetudine. Il mese di luglio, secondo le segnalazioni di molti colleghi, è stato particolarmente intenso per richieste di documenti, controlli automatizzati, avvisi bonari e lettere di compliance. L’Agenzia delle Entrate ha precisato che quelle calendarizzate nel mese rappresentavano il 9% del totale annuo. Ma il 9% moltiplicato per dodici fa 108: siamo comunque sopra la media mensile.

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Dietro ogni adempimento ci sono un’impresa, un professionista e spesso una famiglia. Chiedere collaborazione al contribuente e contemporaneamente sommergerlo di atti non rafforza la fiducia: la consuma.

Lo stesso problema emerge nel concordato preventivo biennale. Il Governo ha investito molto sull’istituto, ma le adesioni sono rimaste lontanissime dalle ambizioni: meno del 15% nella prima edizione e appena il 2,5% nella successiva. Ora si pensa di rendere il rinnovo più appetibile estendendo al 2023 il ravvedimento speciale, completando lo “scudo” previsto per gli anni precedenti. È una scelta coerente con l’impostazione seguita finora, ma non risolve il difetto originario.

Il rapporto fiscale non può fondarsi su una scommessa. Chiedere a un imprenditore di accettare oggi un reddito presunto per i prossimi due anni significa ignorare un’economia nella quale costi, domanda e mercati cambiano in poche settimane. Gli indicatori statistici non sempre intercettano il reddito reale; in uno Stato di diritto il riferimento deve restare la capacità contributiva effettiva, come prescrive la Costituzione. Se per ottenere adesioni occorre aggiungere a ogni edizione una nuova sanatoria, dovremmo domandarci non come rendere più seducente il concordato, ma come correggerne la struttura.

Anche la tecnologia va valutata senza propaganda. È stato attribuito al collegamento tra POS e registratori telematici un aumento di 160 milioni di operazioni e l’emersione di 9,1 miliardi di imponibile in pochi mesi. Se questi numeri saranno confermati, ne saremo felici. Ma occorre spiegare con trasparenza come siano stati calcolati. Anche prima, infatti, gli incassi elettronici transitavano sui conti correnti ed erano verificabili dall’amministrazione. L’esercente che accettava un pagamento con carta senza emettere lo scontrino lasciava già una traccia evidente. È difficile attribuire automaticamente al nuovo abbinamento un risultato tanto eclatante.

Vale la stessa osservazione fatta sulla fatturazione elettronica: è uno strumento prezioso per incrociare i dati, ma chi occultava completamente un’operazione su carta può continuare a non registrarla in digitale. La tecnologia aumenta l’efficienza dell’amministrazione; non sostituisce controlli intelligenti, selettivi e visibili sul territorio, né può diventare un costo burocratico generalizzato per milioni di soggetti corretti.

Infine, la riforma fiscale resterà incompleta finché non sarà eliminata un’anomalia istituzionale: il giudice tributario professionale non può dipendere amministrativamente dal Ministero dell’Economia, cioè dall’area pubblica cui appartiene una delle parti del processo. Nessuno mette in dubbio l’indipendenza personale dei magistrati; ma qui la forma diventa sostanza. Trasferire la giustizia tributaria sotto la Presidenza del Consiglio sarebbe un segnale concreto di terzietà.

Non chiediamo indulgenza verso chi evade. Chiediamo un fisco rigoroso con chi viola le regole, comprensibile con chi deve applicarle e rispettoso delle garanzie di tutti. Meno annunci miracolosi, meno continue correzioni e più stabilità, trasparenza e contraddittorio: è da qui che può nascere una vera alleanza tra Stato e contribuenti.