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La criptovaluta si insinua anche nel capitale sociale

Se la giurisprudenza in merito non ha ancora le idee chiare, diverse imprese puntano su bitcoin e simili per crescere. E c'è chi, come l'italiano Francesco D'Alessandro, addirittura emette nuovi token

19 Ottobre 2021

Marco Scotti
La criptovaluta si insinua anche nel capitale sociale

Piaccia o meno, le criptovalute, da bitcoin ai fratellini più giovani (poco meno di 3.000), sono entrate definitivamente nella vita economica. La storia è arcinota: una valuta virtuale creata per scambi tra privati ha aumentato progressivamente il suo valore fino a diventare un asset su cui puntare. In tanti se ne sono accorti: da Elon Musk, che gioca a fare l’alchimista e che con i suoi tweet fa decollare o precipitare il valore dei Bitcoin; sua maestà Jamie Dimon, il gran capo di Jp Morgan, che ha deciso di mettere un chip sulle criptovalute; e poi le istituzioni, che chiedono a gran voce di pensare a un sistema stabile di moneta digitale. 

Ci sarebbe anche Mark Zuckerberg, che non perde occasione per provare a rafforzare le mura del suo ecosistema in cui Facebook, WhatsApp e Instagram provano a rispondere a qualsiasi esigenza, da quelle edonistiche dell’apparire fino ali acquisti, passando per il dating online e, appunto, le criptovalute. Si sono accorti del nuovo che avanza anche i cinesi di Suning, che – ormai con l’acqua alla gola a causa del tracollo dei loro conti a Pechino e della bolla esplosa del gigante dell’immobiliare Evergrande – hanno stretto un accordo di sponsorizzazione per le maglie dell’Inter con Socios e Digitalbits (oltre a Lenovo) per complessivi 33 milioni all’anno. Di più: la sola Digitalbits garantirà ai neroazzurri 85 milioni nei prossimi anni. E i tifosi, tramite un digital token, potranno acquistare servizi, beni, biglietti per le partite e così via. Sempre Digitalbits è diventata sponsor della As Roma. Insomma, nel calcio malato che rischia il crack ogni giorno di più, il grande mondo delle criptovalute è arrivato in soccorso del pallone. 

Ma se il passaggio dall’economia virtuale all’economia reale è ancora abbastanza semplice da realizzare, più complesso è capire se e come realizzare il percorso inverso. Prendiamo, ad esempio, il grande tema degli aumenti di capitale: è possibile conferire invece di euro (o dollari) bitcoin e altre criptovalute? E, se sì, con quale valore? Un euro ha la peculiarità di avere sempre il medesimo importo nominale, mentre una cripto può avere oscillazioni enormi. Per intendersi: il 14 settembre del 2020 il bitcoin aveva un controvalore di circa 9mila dollari, ad aprile era sopra i 53mila, alla fine dell’estate era precipitato a 38mila. Proviamo però a mettere da parte il problema valore per concentrarci su un’altra tematica non di poco conto: la criptovaluta non ha corso legale. A parte alcuni Paesi come El Salvador, infatti, non può essere usata come alternativa alle valute correnti,

Per il tribunale di brescia il conferimento in bitcoin non è ammissibile perché si tratta di una moneta virtuale

La giurisprudenza ha solo due appigli, due sentenze di segno opposto che mostrano chiaramente quanto ancora ci sia da lavorare per riuscire a procedere a una completa integrazione delle criptovalute nel nostro sistema economico. La prima è quella del Tribunale di Brescia, che con il decreto 7556/2018 ha bocciato l’aumento di capitale di una Srl tramite conferimento di bitcoin. Questo perché, si leggeva nel dispositivo, si tratta di "una moneta virtuale ancora in fase sostanzialmente embrionale che non presenta i requisiti minimi per essere assimilata a un bene suscettibile in concreto di una valutazione economica attendibile". L’importo complessivo, circa 730mila euro, non è stato giudicato accettabile dal Tribunale di Brescia perché la perizia estimativa della moneta virtuale non risultava completa e dettagliata. Con il decreto 207/2018 la Corte d’Appello sempre di Brescia ha ulteriormente argomentato perché non si possa far riferimento alle criptovalute come asset da conferire per l’aumento di capitale. Secondo lo studio legale Baldrati & Strinati che ha curato un articolo sul tema, "l’effettivo valore della criptovaluta, proprio perché sul piano funzionale assimilata a tutti gli effetti alla moneta, non può determinarsi nemmeno con perizia di stima, quest’ultima riservata solamente per beni, servizi ed altre utilità. Allo stato, non essendo dato conoscere un sistema di cambio per la criptovaluta che sia stabile e agevolmente verificabile, risulta impossibile assegnare alla stessa una determinazione in euro effettiva e certa. Resta infatti un dato importante da sottolineare: la criptovaluta non ha corso legale e, giuridicamente parlando, non potrebbe neppure definirsi in termini di moneta (sia pure nella sua accezione di moneta virtuale), in quanto priva di un quadro giuridico che ne delinea la sua funzione di mezzo di adempimento delle obbligazioni pecuniarie. È pertanto assimilabile ad un mezzo di pagamento consensuale fra due o più parti che, per così dire, accettano la criptovaluta come strumento di pagamento della transazione inter partes".

Ma, si diceva, due sono gli orientamenti, di senso opposto, che i Tribunali italiani hanno finora dato. Nel mese di aprile del 2019 Management Capital Partner, una società di advisory finanziaria, aveva allo studio un aumento di capitale con conferimento di criptovalute che è stato accettato e omologato da parte del Tribunale di Firenze a luglio dello stesso anno. Come mai questo cambio di veduta? Secondo l’amministratore delegato di Management Capital Partner Lucio Insinga per diversi motivi: prima di tutto perché «il valore di conferimento accertato dal perito non era autoreferenziale o legato ad una certa merceologia o settore. Esso è stato pagato dai soci in euro e il suo controvalore è basato su migliaia di transazioni e determinato in un arco temporale che ha consentito di stimare valori storici e correnti; poi perché la piattaforma utilizzata è internazionale, terza ed indipendente rispetto alla società; i bitcoin conferiti sono stati pertanto oggetto di un’attenta perizia che ne ha documentato la formazione dei prezzi e il valore; le criptovalute sono state acquistate dai soci con controvalore in euro da una nota piattaforma europea nella quale sono peraltro disponibili tutte le statistiche inerenti la formazione del prezzo nel tempo».

Il problema è che si naviga un po’ a vista: in attesa che la Bce si esprima definitivamente sul tema, magari lanciando un sistema di valute digitali parallele all’euro che abbiano un valore certo e una regolamentazione delle autorità, si rischia l’effetto far West. Anche perché le criptovalute nascono proprio per uscire dagli schemi delle monete dei singoli Paesi. Il che significa che se dovesse nascere un euro (o dollaro) digitale, sarebbe lecito attendersi un proliferare di tante altre criptovalute che escano dai sentieri tradizionali. Rimane, oltretutto, il problema del valore: che utilizzo si può fare nell’economia reale di un bene che ha fluttuazioni da crisi di un Paese del terzo mondo? Appunto, pochino. 

In Italia abbiamo un solo appiglio normativo: il D.lgs. n. 90/2017 che ha introdotto per la prima volta nel nostro Paese una definizione di valuta virtuale, quale «rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica  utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente». 

Il tribunale di Firenze ha invece omologato l'aumento di capitale in criptovalute di management capital partner

Facile capire che servano presupposti un po’ più solidi per convincere gli operatori economici tradizionali ad andare oltre una sorta di “mandato esplorativo”. Registriamo, nel frattempo, qualche iniziativa per così dire “peculiare”. È il caso di FlightCoin, una nuova criptovaluta lanciata da FlyFree Airways. Si tratta di una Stablecoin "in cui il prezzo è progettato per essere ancorato all'economia reale – si legge nel comunicato di lancio - e, in particolare, all'economia dei viaggi d'affari, del turismo esperienziale, ai vettori merci e ai vettori aerei privati". Il proposito è sicuramente molto interessante, ma rimane un problema da decifrare: in un momento in cui il turismo e il mondo dell’aviazione sono ancora profondamente scossi dalla pandemia, come si fa a fissare un valore? A lanciare quest’iniziativa è Francesco D’Alessandro, che si pone l’enorme obiettivo di essere un punto di riferiento della mobilità aerea privata e della mobilità intelligente. 

Nei propositi della società, sarà il rilascio di token a dare valore ai progetti in modo proporzionale al valore generato da Fly Free Airways e dagli stessi associati e partner commerciali. Ad ogni deposito o investimento o riserve a garanzia o conferimento di beni e servizi viene emesso un certificato digitale che abilita lo smart-contract a creare i token. Il secondo passaggio è l’emissione stessa dei token: saranno 100 milioni, unici e non riemettibili. I token FlightCoin potranno essere acquistati sia con valuta corrente, sia con criptovaluta, ed essere utilizzati per effettuare pagamenti, fare investimenti e anche scambi oltre che per gli acquisti dei servizi degli associati e della stessa FlyFreeAirways.

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