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Non solo recovery

Va bene approfittare del NextGenerationEU, ma non dimentichiamoci dell’esistenza dei Fondi Strutturali, che sono il cuore della programmazione europea. E che enti e aziende ancora faticano a utilizzare

Santi Tomaselli*
Non solo recovery

Le Programmazioni che hanno concretizzato la linea di riforme strutturali ed economiche dell’Unione Europea, e del nostro Paese, negli ultimi 20 anni sono quattro: l’ Agenda 2000 del 24 e 25 marzo 1999, con cui il Consiglio Europeo delineò, la Programmazione 2000-2006; la Strategia di Lisbona, con cui il Consiglio Europeo delineò, la Programmazione 2007-2013; l’Agenda 2020, con cui il Consiglio Europeo delineò, la Programmazione recente 2014-2020; ed infine il Next Generation e/o Recovery Fund con cui si è delineata la Programmazione di Ripresa e di Resilienza per il periodo 2021-2022.

Nel corso degli anni i fondi sono stati oggetto di riforme per definire sempre più dettagliatamente gli obiettivi

Questi quattro provvedimenti sono stati il frutto e il cuore del dibattito politico europeo ed italiano. Ma in questo cuore pulsante normativo di ogni programmazione ci sono i Fondi Strutturali. Che cosa sono?

I Fondi strutturali sono strumenti finanziari gestiti dalla Commissione europea per riequilibrare e ridistribuire le risorse all’interno del territorio dell’Unione. La loro evoluzione è andata di pari passo con l’evoluzione e lo sviluppo delle priorità e degli obiettivi prefissati a livello comunitario. Nel corso degli anni i Fondi sono stati oggetto di riforme, anche rilevanti, hanno visto definiti sempre più dettagliatamente gli obiettivi da conseguire, ma lo scopo ultimo del loro ruolo è, con le dovute specificazioni, rimasto sempre lo stesso: il raggiungimento della coesione economica e sociale di tutte le regioni dell’Unione e la riduzione del divario tra quelle più avanzate e quelle in ritardo di sviluppo.

La strategia comunitaria volta a ridurre le disparità regionali ha vissuto negli anni una profonda evoluzione che può essere schematizzata in tre fasi principali:

1. Politica regionale mirante al raggiungimento di un riequilibrio tra le varie regioni. Nasce all’inizio degli anni ’70 con l’istituzione da parte della Comunità europea del Fesr.

2. Politica strutturale contrassegnata dalla riforma dei Fondi strutturali del 1988.

3. Politica di coesione economica e sociale, che consiste nel perseguimento di una società europea più giusta, portatrice di pari opportunità per tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro ubicazione territoriale, e in cui non vi siano disparità di sviluppo economico e sociale. Ha una dimensione politica e mira a ridurre le disparità, non abbassando il livello di sviluppo delle aree più abbienti, ma promuovendo una crescita parallela di tutti gli Stati membri che garantisca un più elevato livello di benessere per tutte le aree geografiche.

Per favorire il processo di ampliamento della Comunità a Spagna e Portogallo si crearono, tramite il Regolamento Cee 2088/85, i cosiddetti Programmi Integrati Mediterranei (Pim), rivolti al miglioramento delle infrastrutture socioeconomiche delle regioni mediterranee. Al finanziamento dei Pim erano chiamati a concorrere tutti e tre i Fondi strutturali comunitari (Fesr, Fse, Feaog – Fondo Europeo per l’Agricoltura Orientamento e Garanzia). L’istituzione dei Pim testimonia inoltre il carattere “compensativo” inizialmente assunto dalla politica regionale comunitaria, che tentava di mitigare gli effetti negativi prodotti sul piano del riequilibrio territoriale dall’attuazione delle altre politiche economiche (commerciale, agricola, ecc.), che allora la Comunità stava conducendo in via prioritaria.

Il 1986 segna quindi il momento della nascita della politica strutturale che mira a colmare il divario esistente in materia di sviluppo e di livello di vita, e gli aiuti strutturali alle Regioni ed ai gruppi sociali svantaggiati ne costituiscono la modalità di attuazione. I Fondi strutturali sono gli strumenti della politica strutturale per conseguire l’obiettivo della coesione economica e sociale.

La vera e propria riforma dei Fondi strutturali, risalente al 1988, fu possibile solo grazie alla “dichiarazione politica” esplicitata nell’Atto Unico Europeo del 1986.

Su proposta del Presidente della Commissione, Jacques Delors, i capi di Stato e di governo adottano un piano d’azione che consentirà di raddoppiare le risorse finanziarie dei Fondi strutturali tra il 1987 e il 1992. Da cui il nome di Piano Delors, da molti accostato, ad una sorta di Piano Marshall. Venne avviata una prima riforma dei Fondi strutturali, in base alla quale vengono emanati 5 nuovi Regolamenti: il Regolamento quadro n. 2052, che enunciava le missioni dei fondi e definiva i principi base del loro funzionamento; un regolamento di coordinamento, il n. 4253, che prevedeva un approccio integrato attraverso una gestione maggiormente sinergica delle risorse e un regolamento di applicazione per ognuno dei tre fondi: 4254/88/Cee Fondo Europeo Sviluppo Regionale (Fesr), 4255/88/Cee Fondo Sociale Europeo (Fse), 4256/88/Cee Fondo Europeo per l’Agricoltura Orientamento e Garanzia (Feaog - Sezione Orientamento).

Tra i principi più affascinanti, in termini di sviluppo economico, merita di essere citato, quello di “addizionalità”, ancora oggi disatteso dal contesto italiano, imprigionato da una classe politica intera eccelsa nelle azioni predicate ma quasi mai praticate. Il principio dell’addizionalità stabiliva infatti l’intervento comunitario come complementare e non sostitutivo a quello nazionale ed è volto ad evitare che le risorse dei Fondi strutturali vengano semplicemente a sostituirsi agli aiuti nazionali; esse devono invece avere carattere aggiuntivo rispetto alle risorse pubbliche nazionali destinate ai medesimi obiettivi. Vedremo che in Italia, da quel lontano 1988, tale principio è stato del tutto svilito, riducendo li stessi Fondi Strutturali ad essere un ossimoro, nel loro principio costituente di sviluppo addizionale.

La Politica di Coesione è lo strumento più importante della Politica Economica Europea. Infatti l’articolo 174 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) sancisce che, per rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale al suo interno, l’Unione deve mirare a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni e il ritardo delle regioni meno favorite o insulari, e che un’attenzione particolare deve essere rivolta alle zone rurali, alle zone interessate da transizione industriale e alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici.

La Politica di Coesione 2021-2027, avrà  un ammontare complessivo, di oltre 330 miliardi di Fondi Europei. L’Italia, potrà beneficiare di oltre 42 miliardi di euro, derivante dal QFP (Quadro Finanziario Pluriennale), afferenti a Fondi Europei alla Coesione, di cui oltre 26 miliardi di euro per il solo Fondo Europeo Sviluppo Regionale (Fesr).

In particolare, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Regolamento di esecuzione (UE) 2021/435 della Commissione del 3 marzo 2021 che riguarda i Programmi rivolti agli Investimenti in favore della crescita e dell’occupazione e l’obiettivo di Cooperazione territoriale europea alla luce del nuovo obiettivo tematico “Promuovere il superamento degli effetti della crisi nel contesto della pandemia di Covid-19 e delle sue conseguenze sociali e preparare una ripresa verde, digitale e resiliente dell’economia”.

Infine, è rilevantissimo il Regolamento di esecuzione (UE) 2021/439 della Commissione del 3 marzo 2021 che modifica il Regolamento n. 215/2014 per introdurre l’obiettivo tematico legato all’emergenza Covid-19 tra le categorie di intervento per il Fesr, il Fse e il Fondo di Coesione nel quadro dell’obiettivo Investimenti in favore della crescita e dell’occupazione.

Nonostante, in linea teorica, i Fondi Strutturali abbiano in sé lo spirito normativo della Coesione, nell’attuazione ancora oggi sono stati ridotti all’ossimoro di sé stessi.

Prendiamo ad esempio il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (Fsc). Esso fu introdotto, proprio per sopperire a quei ritardi dei singoli Programmi Operativi Regionali, cagionato sovente e soprattutto dalle Regioni del Sud Italia, divenuti ormai cronici.

Ritardo di attuazione che avrebbe determinato il realistico rischio del disimpegno automatico delle risorse, con il conseguente trasferimento delle relative risorse nazionali al di fuori dei programmi operativi stessi e con l’obbligo di doverli restituire a Bruxelles.

Al di là dei buoni propositi, il principio dell’addizionalità ancora oggi viene disatteso dal contesto italiano

Si pensi che il modesto tasso di assorbimento finanziario riscontrato già nel lontano 2011 (soltanto il 18% della dotazione era stata spesa a più della metà dell’allora Programmazione 2007-2013), indusse il Governo Italiano, con la Commissione Europea, ed in condivisione con le Regioni e le Amministrazioni centrali interessate, ad adottare un Piano di Azione di Coesione (Pac), allo scopo di rilanciare i Programmi in grave ritardo.

Il ritardo cronico, riguardava proprio i Programmi afferenti alle Regioni del Sud Italia, che più di ogni altra Regione Europea, ha sempre necessitato di risorse finanziarie, per ridurre il proprio gap economico ed infrastrutturale.

Oltre il danno la beffa! La domanda lecita, sarebbe, quindi, ad oggi, con l’introduzione del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, almeno si è ridotto la divergenza economica delle Regioni del Sud Italia, rispetto la media europea?

La fotografia, anche prima delle conseguenze nefaste apportate dal Covid-19, basata su dati oggettivi è quella di un Paese che si può definire in uno stato di stagnazione decennale, con una crescita quasi a zero.

Ancora  oggi, infatti, nonostante le opportunità rese dai Fondi Strutturali sul fronte della lotta alle divergenze economico-sociali tra le diverse Regioni d’Europa, si assiste alla vergognosa fotografia che dopo 30 anni di Programmazioni Europee, restano in un assoluto disagio sociale le Regioni quali Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia e la Campania, bollate, come Regioni Ex Obiettivo 1 o Ultra Periferiche, per un Pil medio pro-capite inferiore del 75% al reddito medio pro-capite europeo.

Per di più, a queste Regioni se ne sono aggiunte altre due: la Sardegna ed il Molise. Le prospettive - realistiche, purtroppo - ci dicono, che in assenza di una Metodologia Scientifica, piomberanno in questo status di oblio economico–sociale, pure le tre Regioni quali Abruzzo, Marche ed Umbria, già retrocesse come Regioni “in transizione”. Questo colorerebbe il nostro Paese di un rosso-default, non solo nell’Area del Sud Italia, ma finanche in aree strategiche del Centro d’Italia. Italia svegliati!


*Presidente dell’Osservatorio Romano ai Fondi Europei

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