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in collaborazione con Aifi

Piccolo sarà anche bello ma il nanismo non aiuta

Sulla scena competitiva internazionale l’immobilismo non paga: le aggregazioni aziendali guidate dai fondi di private equity portano invece maggior accesso ai mercati e sinergie sia di scala che di costo

Anna Gervasoni
Piccolo sarà anche bello ma il nanismo non aiuta

Da sempre ci si interroga se sia bello essere small o se si debba crescere. Non esiste una ricetta o un modello di riferimento. Certo il nanismo di alcuni comparti della nostra economia rende complicata la concorrenza a livello internazionale. Ci sono buone eccezioni e abbiamo anche un fenomeno molto interessante che si rende sempre più evidente anche grazie al ruolo di alcuni imprenditori aggregatori, che spesso utilizzano i capitali dei fondi di private equity per realizzare raggruppamenti di imprese con crescente dimensione e potenzialità. Molte aziende, in questo periodo di grande incertezza ma anche di significativo cambiamento, decidono di acquisire altre società per rafforzarsi sul mercato di riferimento. Lo leggiamo nei quotidiani e lo vediamo dai dati di molte ricerche; una di queste, il report annuale del Pem – Private Equity Monitor, pubblicata qualche giorno fa, non fa che confermare questo trend.

L’Osservatorio della Liuc Business School nel corso del 2020, ha mappato 97 operazioni di add on, vale a dire acquisizioni realizzate da società in portafoglio ai fondi, pari al 38% degli investimenti complessivi dell’anno. Perché comprare altre società? Perché in realtà l’acquisizione in un settore consolidato rafforza l’azienda e la rende più forte di fronte alle sfide internazionali. Il nuovo mondo globalizzato propone ai fondi di private equity diverse forme di valorizzazione delle imprese in cui investono: serve quindi considerare anche soluzioni esterne per supportare la crescita delle partecipate in cui la strategia di add on è un’ipotesi per favorire il processo di incremento anche organico. 

Il private equity monitor evidenzia come i più attenzionati siano prodotti industriali, beni di consumo e alimentari

L’immobilismo infatti non paga e se ne sono accorte tutte quelle aziende che in questi mesi non hanno puntato su un radicale cambiamento in direzione della digitalizzazione e dell’innovazione tecnologica. Le aggregazioni aziendali portano a un maggiore accesso ai mercati e ai differenti canali di distribuzione; l’unione porta a migliori sinergie sia di scala sia di costo oltre che alla condivisone delle best practice, a una maggiore facilità di cogliere le molteplici opportunità sul mercato e a una creazione di poli d’eccellenza che determinano in molti casi  un incremento occupazionale e una ricaduta positiva sul territorio per tutto l’indotto. Il rapporto Pem, nel monitorare tutte le operazioni di private equity effettuate in italia,  mostra anche come si muovono i fondi a livello territoriale e settoriale: le operazioni si chiudono soprattutto nei grandi distretti industriali e la Lombardia resta ancora al primo posto nella geografia dell’investimento, coprendo il 38,1% del mercato e staccando di molto l’Emilia-Romagna, al secondo posto, con un 13,1% e il Veneto che rappresenta l’11,1%. 

Se guardiamo ai segmenti oggetto di tali attività, il rapporto ci dice che è il prodotto industriale quello più attenzionato, seguito da beni di consumo e alimentare. L’evoluzione del private equity monitor index indica che a fine 2020 il valore dell’indice ha toccato 708 punti base, il livello più alto mai raggiunto negli ultimi cinque anni. C’è tanta crescita nelle aziende che sfidando la crisi e, attraverso il supporto dei private equity, lavorano per diventare grandi e sfidare così i mercati internazionali. 

 Questa è la strada che oggi l’economia Italiana, anche attraverso le misure che sta mettendo in campo il Governo a supporto della ripartenza, può percorrere per vincere la crisi, aiutare l’economia reale e permettere a tutto il paese di ripartire di slancio verso la ripresa economica. 

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