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Senza banca non si fa l’impresa

Chi s’illude di poter fare a meno degli istituti di credito è fuori strada: lo Stato non provvederà alle imprese in eterno, occorre guardare ai mercati. Parola di Stefano Caselli, pro-rettore dell’Università Bocconi

Marco Scotti
Senza banca non si fa l’impresa

Dobbiamo smetterla con quella logica colpevolista nei confronti di banche e mercati: perché in un momento storico come quello che stiamo vivendo possono essere entrambi degli attori fondamentali per ripartire». Stefano Caselli, pro-rettore dell’Università Bocconi di Milano, su questi temi ha appena scritto un libro, edito da Bocconi Editore - Egea, intitolato “La grande tentazione – Perché non possiamo fare a meno delle banche”. Nel volume si prova a fare ordine nel complesso scenario economico che si sta profilando, partendo da alcune considerazioni: che lo Stato non potrà continuare in eterno a provvedere alle esigenze di privati e imprese, o tra pochi anni l’Europa ci verrà a chiedere un conto molto salato; che le banche hanno grandi riserve per far fronte alla prevedibile ondata di Npe, ma che dovranno per forza di cose aggregarsi, magari anche a livello europeo; che le aziende devono a tutti i costi guardare ai mercati (e alla quotazione in Borsa) come alla naturale possibilità per reperire capitali. Solo la realizzazione di queste precise condizioni può permettere di ripartire. 

Professor Caselli, qual è la grande tentazione che dà il titolo al suo libro?

Quella di affidarsi totalmente allo Stato, di mollare il colpo sapendo che la risalita di 10 punti percentuali per tornare ai livelli del 2019 è una cosa che non si è mai vista neanche nel Dopoguerra. E allora rischiamo di dire: prendiamo i soldi del Recovery Fund, facciamo debito pubblico, chiediamo a Cassa Depositi e Prestiti di intervenire nelle partite strategiche. Poi però, tra quattro o cinque anni, l’Europa ci verrà a chiedere il conto.

Rischiamo di tornare alla stagione dell’Iri?

Quella è stata una parentesi positiva che però si è definitivamente chiusa. Parto da una posizione un po’ netta: non è il mestiere dello Stato fare l’imprenditore. E questo non perché sia incapace o corrotto, ma proprio perché non c’entra niente. Invece sono un sostenitore di un settore pubblico che agisce in modo imprenditoriale. Serve avere dei Kpi molto chiari sulle partite fondamentali, vaccini in primis; bisogna dare delle linee guida precise per tornare a scuola in sicurezza, altro che banchi a rotelle. Lo Stato deve essere un arbitro, deve regolare l’economia e deve stimolarla.

Però in un momento come questo il “pubblico” è l’unico che può garantire la tenuta del Paese.

Nelle fasi di crisi l’intervento, rigorosamente a termine, deve esserci. Ma deve anche porsi un obiettivo minimo di profitto, altrimenti sono i contribuenti a pagare. Insomma, l’esatto opposto di quanto fatto con Alitalia. 

Gli Npe non sono un problema: le nostre banche hanno messo da parte molto capitale, con Cet1 che arrivano anche al 16%

Prendiamo a prestito un altro “pezzo” del suo libro: perché non possiamo fare a meno delle banche?

Perché gli istituti di credito devono fare la loro parte all’interno del sistema economico, ma al tempo stesso devono essere una delle leve su cui far ripartire il Paese. L’Italia non è mai riuscita a fare il tifo per le sue grandi aziende, ma io immagino che ci saranno ulteriori fusioni nel comparto, magari anche a livello europeo.

Qualcuno potrebbe dire che questo avverrà per forza, vista l’ondata di Npe che travolgerà il settore tra il 2021 e il 2022…

Questa è una mezza verità: le banche nostrane hanno messo da parte molto capitale, con Cet 1 che arrivano anche al 16%. Si stanno preparando da mesi per questo incremento degli incagli. Ma diciamolo apertamente: non vedo un rischio così concreto di tracolli per le banche. Piuttosto, è bene ricordare che l’attività della banca è diseconomica, ovvero fare credito e raccogliere depositi. C’è pochissimo profitto con una quantità di capitale gigantesco. Sono 26 anni che mi occupo di banche, ma credo che sia più semplice guidare un aereo a due piani che fare l’amministratore delegato di questi istituti.

Ha in mente qualche rumor in particolare sulle possibili fusioni?

No, non ho informazioni specifiche, ma sono pronto a scommettere che a breve arriverà la prima aggregazione europea vera. D’altronde, la Bce sta già spingendo perché questo processo si sviluppi a livello nazionale, non mi stupirei se avvenisse anche tra istituti di Paesi diversi. Io faccio il tifo per le grandissime banche. Da questo punto di vista il progetto di Alessandro Profumo di creare Unicredit e una banca a vocazione europea non ha mai destato grandi simpatie, ma ricordiamoci che è partito dalla fusione di Credito Italiano e Credito Romagnolo!

Le banche per forza di cose diventeranno un po’ più rigide nei criteri di erogazione del credito: che cosa possono fare le aziende?

Le imprese devono iniziare a guardare ai mercati e alla quotazione come a uno strumento naturale per ottenere risorse, non come a un mostro. Io sono terrorizzato dal fatto che non si riesca a innescare un circolo virtuoso, perché l’Italia potrebbe avere il triplo di aziende quotate. E potrebbe farlo in tempi rapidi. Solo il 20% del nostro Pil si trova quotato in Borsa, contro il 35% della Germania e il 50% della Francia. Sto parlando del listino principale, quello in cui i capitali circolanti sono più significativi.

E l’Aim? Da bocciare?

Per nulla, è uno strumento molto interessante che serve per fare il “ricambio di sangue” per quelle piccole e medie imprese che vogliono iniziare un percorso. Ma poi l’obiettivo dev’essere quello di arrivare al segmento principale. Solo in questo modo le aziende possono trovare le risorse finanziarie da destinare alle strategie di crescita e alla gestione dell’attività corrente, invece che perseguire una strategia bancocentrica. 

Detto del “coraggio” che devono trovare le imprese, serve qualcuno che le incentivi a entrare in Borsa: può essere la Consob?

Sicuramente deve essere proattiva per convincere le aziende a utilizzare sempre di più il mercato finanziario. I risparmi, d’altronde, ci sono, serve solo trovare il modo di convincere le aziende.

Le aziende però in questo momento devono portare a casa la pelle. Come deve comportarsi il governo da questo punto di vista?

Deve impiegare due momenti diversi. Il primo, che mi auguro duri ancora un paio di mesi, in cui la priorità economica è arrestare il virus. Gli italiani non sembrano convinti, ma è l’unico modo per ripartire. Il blocco dei licenziamenti per qualche mese si può fare per arginare l’epidemia. Ma negli ultimi mesi non sono state prese scelte strategiche. Poi però bisogna passare al secondo momento, quello delle decisioni più significative: sarà necessario spingere le aziende a compiere azioni che abbiamo sempre paura di fare, cioè le aggregazioni. Vorrei che il denaro del risparmio degli italiani venisse usato per le nostre aziende e non per fare investimenti sperando in alti ritorni come con i bitcoin. La liquidità è talmente tanta che non si sa dove metterla, ma se non arriva un intervento che “costringa” a portarne una parte verso le imprese ci troveremo a sperare di riuscire a tornare ai dati economici di inizio 2020. 

Pensa che si rischi anche in Italia una situazione come è avvenuta negli Usa con Gamestop?

Onestamente sarei sorpreso: al risparmiatore italiano piace la qualità, è molto razionale. Siamo un popolo di “formichine”, per questo bisogna far capire che puntare sulle nostre aziende è un investimento vincente. 

Chiudiamo da dove avevamo iniziato: che ruolo può giocare Cassa Depositi e Prestiti?

Deve attrarre grandi investitori internazionali, deve avere la lucidità di identificare progetti innovativi su cui far convogliare i capitali anche stranieri. Ad esempio, un’esperienza come quella degli Impact Bond che vengono immessi sui mercati internazionali hanno avuto risultati eccellenti e sono letteralmente andati a ruba. E allora perché la Cassa non potrebbe annunciare il lancio di un grande programma di ristrutturazione del Paese su cui far convogliare parte dell’incredibile liquidità che c’è oggi in circolazione? La Cdp non è un bancomat a cui attingere, ma ha un ruolo fondamentale per la ripresa. 

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