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FINANZIARE la ripresa

I minibond, la nave scuola per le Pmi in cerca di soldi

Finanziare operazioni straordinarie e piani di sviluppo, ma anche operazioni di refinancing fino a 500 milioni di euro: ecco l’opportunità per muovere i primi passi nel mercato dei capitali

Maddalena Bonaccorso
I minibond, la nave scuola per le Pmi in cerca di soldi

Al fianco delle imprese, lavorando come canali alternativi alle banche per il finanziamento. Anche e soprattutto in un momento di crisi come quello che l’intero mondo imprenditoriale sta attraversando. Parliamo dei minibond, i titoli di debito introdotti nel 2012 dal Decreto Sviluppo, innovativi strumenti di finanziamento che vengono emessi dalle società di capitali o dalle cooperative e quindi sottoscritti da investitori professionali che dimostrano, in questo, modo la propria fiducia nel progetto.

Fin dalla loro introduzione, i mini-bond si sono attestati come una delle opzioni per reperire fondi più apprezzate dalle Pmi, anche in virtù del fatto che sono tendenzialmente facili da avviare: i paletti fondamentali per poterli emettere sono il valore di emissione, che non deve superare i 500 milioni di euro, e la non-quotazione del titolo sul mercato borsistico. Tipicamente, queste obbligazioni sono destinate a operazioni di refinancing, investimenti straordinari o piani di sviluppo. 

Già nei primi sei mesi del 2020 ci sono state ben 499 emissioni di minibond per un controvalore di 2,09 miliardi di euro

«Nel 2020, a fronte della crisi di liquidità dovuta alla pandemia», spiega Giancarlo Giudici, professore associato di Finanza aziendale al Politecnico di Milano e direttore scientifico dell’Osservatorio minibond, «Il mercato è cresciuto soprattutto in termini di emissioni. Molte imprese, avendo bisogno di liquidità in tempi rapidi e non ottenendo risposte adeguate dalle banche, hanno approfittato dell’opportunità dei minibond anche grazie al fatto che sono eleggibili per le coperture dalla Sace, per quanto riguarda le operazioni un po’ più grandi, e dal Fondo di garanzia per le operazioni di minore entità».

E anche se il costo dell’operazione mini-bond per un’impresa non è particolarmente competitivo, dato che tra costi diretti e indiretti, ricerca dell’advisor, spese legali per la compliance e arranger che già dispongono di una rete di potenziali investitori per collocarli, si arriva a somme non indifferenti, gli imprenditori dimostrano comunque di apprezzare l’alternativa: «Quello che piace alle imprese», prosegue Giudici, «è sia il fatto di diversificare le fonti di finanziamento, in modo da non trovarsi in mano a un unico soggetto, sia poter ottenere risposta in tempi rapidi, cosa che molto spesso dalle banche non si riesce ad avere».

C’è poi anche il desiderio di sperimentare, che nemmeno il difficile momento che il mondo imprenditoriale sta vivendo ha fatto diminuire: «Gli imprenditori amano esplorare le diverse possibilità di finanziamento all’impresa», continua Giudici, «vedono il minibond come un’opportunità light, rispetto ad operazioni più impegnative, per avvicinarsi al mercato dei capitali e confrontarsi con investitori professionali. Il tutto senza toccare la struttura proprietaria, fattore che per le aziende familiari di piccola o media dimensione è una componente di grande importanza».

Inoltre, i minibond, operazioni unsecured senza garanzia, hanno una durata medio lunga del debito, un tasso fisso e non comportano alcuna segnalazione in centrale rischi.Ma quali società possono emettere i minibond, e come? Abbiamo spiegato prima quali siano i paletti fondamentali, cioè il non superamento dei 500 milioni di euro per l’emissione e la non-quotazione del titolo sul mercato borsistico. Oltre a questi, in base al decreto Destinazione Italia del 2013, vi sono altri requisiti: avere un fatturato di oltre 2 milioni di euro, ma inferiore ai cinquanta (oppure un totale di bilancio inferiore a 43 milioni di euro) un organico di almeno 10 dipendenti, ma meno di duecentocinquanta, e l’ultimo bilancio certificato da un revisore esterno. Restano quindi escluse le microimprese.

Inoltre, il minibond è sempre da considerarsi una modalità di finanziamento proiettata sul mercato dei capitali e non un modo per risolvere situazioni preesistenti di crisi aziendale. 

Occorre poi che l’emissione venga assistita da uno sponsor, che la assista dal momento dell’emissione a quello del collocamento.Possono sottoscrivere i mini-bond le società di gestione armonizzate, gli intermediari finanziari, le banche autorizzate ai servizi di investimento, le Sgr e le imprese di investimento. 

Per potersi avvalere di questa modalità di finanziamento, le imprese devono predisporre un piano economico-finanziario, un business plan che metta in evidenza i motivi alla base della necessità di capitale. Più la raccolta è significativa, maggiore è il bisogno di analizzare le strategie di sviluppo, le risorse occorrenti e i risultati da conseguire. 

Questo piano economico andrà poi inserito in un dossier informativo che riporta all’interno la storia aziendale, il suo posizionamento nel mercato, l’analisi del progetto di investimento da finanziare tramite minibond, le caratteristiche del management dell’azienda e il piano di rimborsi con la remunerazione che viene offerta agli investitori. Dopodiché lo sponsor deve assicurare la liquidabilità dei titoli fino a scadenza mantenendo una quota minima di titoli nel proprio portafoglio, portare avanti una valutazione almeno semestrale del valore, valutando l’emittente secondo un sistema di rating interno. 

Durante l’emergenza gli imprenditori hanno rinnovato il loro interesse per il settore come alternativa al canale bancario

Tutto troppo complicato? No, almeno a giudicare dai numeri: l’Osservatorio Minibond del Politecnico di Milano ha infatti censito, nei primi 6 mesi del 2020, ben 499 operazioni di emissione di minibond, per un controvalore di 2,09 miliardi di euro. Il valore medio delle singole emissioni è stato pari a 4,2 milioni di euro.
Tutti i dati sono stati pubblicati nel “Quaderno di ricerca: La finanza alternativa per le Pmi in Italia di Unioncamere - Innexta - Politecnico di Milano e Dipartimento di Ingegneria Gestionale”: analizzando il trend e considerando invece il periodo dall’1 luglio 2019 al 30 giugno 2020, il flusso è stato pari a 331 milioni di euro contro i 281 milioni del periodo precedente.
Visto il periodo storico che stiamo attraversando, non è certo un risultato da poco: «Un aspetto interessante dei dati sui primi 6 mesi del 2020», conclude il professore Giancarlo Giudici «è il fatto che, come si evince dal “Quaderno”, ben 47 emittenti hanno deciso proprio nel 2020 di affrontare per la prima volta in assoluto il mercato dei minibond: questo è un importante indicatore del fatto che gli imprenditori abbiano rinnovato il loro interesse per il settore, sicuramente anche come conseguenza dei problemi di liquidità dovuti alla pandemia e ai ripetuti lockdown. Abbiamo inoltre una preponderanza storica del settore manifatturiero, con 146 aziende emittenti censite dal 2012, cioè il 42% del totale».

Sempre  dagli studi dell’Osservatorio apprendiamo che le motivazioni dell’emissione dei minibond sono principalmente il raggiungimento di obiettivi di crescita interna, la ristrutturazione di passività finanziarie, la gestione del ciclo di cassa o ancora acquisizioni e quindi crescita esterna. Dalle interviste ai manager coinvolti nelle operazioni di emissione e collocamento condotte nella stesura del “Quaderno di ricerca”, inoltre, si capisce come il ricorso al minibond sia spesso anche un modo per imparare a interfacciarsi con gli investitori professionali sul mercato e ottenere visibilità, dato che, come si legge nello studio  “tipicamente le Pmi non hanno al loro interno competenze evolute in termini di finanza e possono imparare molto dall’emissione di un minibond, evento che di solito riceve evidenza mediatica e contribuisce a migliorare l’immagine dell’impresa e l’affidabilità percepita dal mercato”. Un banco di prova per proiettarsi con più consapevolezza nel mercato. E non solo quello dei capitali.

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