Da sempre è il “termometro” dell’andamento economico del settore tessile manifatturiero, perché offre – ben più di quanto non faccia Milano, orientata spesso al fashion e meno al business – una prospettiva del comparto che gli addetti ai lavori considerano a ragion veduta come una cartina al tornasole.
Tra una sfilata e l’altra il 96° Pitti Uomo, in scena a Firenze dall’11 al 14 giugno, offre anche l’occasione di tastare il polso al mondo dell’abbigliamento. I dati più recenti del centro studi Confindustria Moda – Smi parlano per il 2018 di un fatturato del tessile-Moda in crescita del +2,1%, in grado di raggiungere 55,2 miliardi di euro, guadagnando oltre 1,13 miliardi rispetto al consuntivo 2017. Nonostante il segno positivo, nel corso del 2018 il commercio internazionale si è rivelato meno dinamico delle attese, rallentando il ritmo di crescita, e il tessile-moda italiano ne ha inevitabilmente risentito. Se nel 2018 l’export del comparto è cresciuto del +2,8% su base annua (mentre l’import del +3,3%), il saldo commerciale sale a circa 9,7 miliardi di euro. In quanto ai mercati di riferimento, le esportazioni comunitarie frenano al -0,1%, quelle verso l’extra-Ue archiviano l’anno con un +6,4%. Francia e Germania si confermano i primi due sbocchi, pur con dinamiche contrapposte: prosegue il trend favorevole del Regno Unito, mentre arretra la Spagna. In ambito extra-Ue, gli Usa (quarto mercato in assoluto) crescono del +3,1% mentre guardando all’Estremo Oriente Hong Kong e Cina fanno registrare rispettivamente una dinamica del +2,1% e del +23,6%. Anche l’export verso il Giappone cambia passo rispetto al 2017 e registra un deciso aumento pari al +7, così come la Corea del Sud sperimenta una variazione del +11,3%. Dopo la ripresa del 2017 (+10,9%), la Russia frena al -0,4%, mentre la Cina – primo nostro fornitore – si assesta sui livelli del 2017 (+0,1%). In quanto ai primi mesi dell’anno in corso, l’indagine Smi parla di un fatturato in calo del 2,8%, con la raccolta degli ordini che segna un decremento del 3,9%. E se quasi il 30% del campione indica un ricorso alla cassa integrazione nel breve-medio periodo, il 61,4% degli imprenditori intervistati prospetta una stabilità del trend anche nei mesi a venire. Gli operatori del settore, condizionati dalle molte incertezze di contesto appaiono del resto poco fiduciosi. Dall’analisi del sentiment circa l’evoluzione della congiuntura nel breve termine, si rileva come un 26,5% del campione tema un ulteriore peggioramento, quota ben più importante del minoritario 8,5% rilevato lo scorso anno in occasione della medesima indagine. Scende al 12% – dal 18,3% del 2018 – chi confida, invece, in un miglioramento.
Il sistema moda nello scorso anno è cresciuto di 1,13 miliardi di euro, segnando un + 2,1% e raggiungendo i 55,2 miliardi di euro di giro d’affari
In questo contesto si inserisce l’appuntamento fiorentino di Pitti Uomo. «Nell’anno in cui Pitti Immagine compie trent’anni – sottolinea l’amministratore delegato Raffaello Napoleone – posso dire con una certa soddisfazione che il percorso fatto finora ci ha portato a essere una realtà con un’identità unica nel panorama del fashion e del lifestyle contemporaneo. Pitti Uomo è evoluto negli anni all’insegna della grande selezione e dell’internazionalità della sua offerta, dello scouting continuo di novità nella moda uomo e non solo, e con un editing degli allestimenti e del percorso espositivo in grado di intercettare le esigenze del mercato e molto spesso anticiparle. È una piattaforma capace di unire business, comunicazione e cultura, numeri e idee. E grazie agli eventi che a ogni edizione organizziamo, coinvolgendo la città di Firenze e i suoi luoghi più speciali, è diventata molto di più di una fiera: è l’occasione unica per captare cosa c’è di nuovo nel menswear e nel lifestyle in un’accezione più ampia e sfaccettata, ricavandosi un ruolo che ha davvero nell’unicità rispetto alle fashion week e alle fiere più tradizionali».
Quanto influiscono la situazione geopolitica dei grandi Paesi (Usa, Cina, Russia) e i dazi su una fiera come Pitti e in generale per il sistema Italia?
Il panorama internazionale presenta sicuramente alcuni rischi, in particolare per l’andamento complesso e per gli strappi improvvisi tra Usa e Cina sui dazi, che inevitabilmente coinvolgono anche l’Europa. Anche la moda guarda con preoccupazione a questa escalation, e anche se l’impatto diretto sul settore dell’imposizione di nuovi dazi o dell’aumento di quelli esistenti è trascurabile, ci sono però impatti indiretti, che alimentano le preoccupazioni. Il primo si verificherà a breve termine sulla crescita globale, che secondo alcuni studi subirebbe dalla guerra dei dazi un impatto negativo tra il -2% e -3% nei prossimi anni, riflettendosi sull’andamento mondiale dei consumi, inclusi quelli della moda. C’è poi un secondo effetto – quello legato al fatto che la disputa tra Usa e Cina si sviluppa in un contesto rigidamente unilaterale e non è lasciato alla negoziazione di organismi multilaterali – che nel lungo termine comporta rischi ancora maggiori. Si tratta di un cambiamento epocale del funzionamento e delle regole degli scambi internazionali, a cui oggi solo l’Unione Europea sembra opporsi, e che ci riporterebbe ad un epoca di maggiori incertezze e che inevitabilmente frenerebbe la crescita degli scambi internazionali.
Ci sono mercati, Paesi, segmenti commerciali, o attori come imprenditori e influencer che nell’immediato futuro possono riservare sorprese?
Guardando ai mercati, le imprese dell’industria italiana della moda dovranno, nel corso di quest’anno, fare ancora una volta affidamento sulla capacità competitiva che hanno sui mercati esteri extra-europei, in testa quelli asiatici, che ormai da diverse stagioni stanno trainando il nostro export. Nel 2018 l’export verso il Far East ha messo a segno un + 5,8%, con la Cina a + 18% e la Corea del Sud a +13%, per citare le performance migliori. Così come una buona notizia viene dalla ripresa dell’export verso gli Usa tornato a crescere nel 2018 (+2%) dopo due anni di calo. E poi sicuramente il fronte dell’e-commerce e del digitale a più ampio respiro sono uno dei driver dà considerare per lo sviluppo della moda. Crescono gli acquisti online, guidati da un marketing e servizi digitali sempre più avanzati, e la moda in questo è una delle punte più avanzate della cosiddetta digital experience, con gli influencer a giocare un ruolo crescente. Anche coi nostri saloni investiamo sempre di più in questa direzione. Lo facciamo ormai da diversi anni con la piattaforma e-Pitti.com, la versione digitale delle nostre manifestazioni fisiche, per la quale il Pitti di giugno inaugura nuove funzionalità dedicate a facilitare ancora di più il contatto tra le nostre aziende e i buyer internazionali.
Come sta cambiando l’approccio del consumatore finale al mondo della moda e del manifatturiero in generale? Le nuove tecnologie come smartphone e criptovalute possono giocare un ruolo decisivo?
Viviamo in una fase di profonda trasformazione delle attitudini di consumo, in cui i negozi online giocano sempre di più un ruolo da protagonisti, anche grazie alla spinta dei social media e dei millennials. Questo non vuol dire che spariranno i negozi fisici, ma che per la fascia medio-alta del mercato necessariamente dovranno offrire sempre di più esperienze e prodotti unici, tailor made, concepiti per consumatori sempre più coscienti e sofisticati.

















