Cara banca, quanto mi costi. Il sistema sembrava avviato ad una grande annata, ricca di dividendi sostenuti da utili eccezionali. Poi è esplosa la crisi, nei lidi meno sospetti: chi avrebbe mai pensato che l’anello debole fosse una grande banca svizzera, meta tradizionale dei grandi evasori? O gli sceicchi del Qatar, stufi di aver lasciato sulle rive del lago di Zurigo il 95 % dei capitali versati dal 2009? Ma al di là dei problemi degli gnomi, la vera incognita per i portafogli riguarda l’impatto della crisi bancaria sulla dinamica dei tassi, la questione chiave dei portafogli. 

È ancora presto per capire i costi dell’ennesima crisi bancaria che ha smontato le presuntuose certezze dei tanti esperti che si sono precipitati a sostenere che “il sistema è solido”. L’unica cosa certa, invece, è che il salasso non si fermerà ai 490 miliardi di dollari bruciati nei titoli bancarie sulle piazze mondiali in sole sette sedute dopo l’improvvisa crisi di Silicon Valley Bank, un istituto di cui, credo, ben pochi conoscevano l’esistenza fino al fatidico 8 marzo. E di sicuro ci vorranno molti cerotti per riparare i cocci dei vari salvadanai andati in frantumi in pochi giorni. 

Certo, stavolta le autorità monetarie, ammaestrate dal tracollo di Lehman Brothers, sono intervenute presto e con mezzi adeguati per scongiurare con massicce iniezioni di liquidità che il contagio si allargasse all’intero sistema. Ma, ancora una volta, i banchieri si sono rivelati tanto bravi ad evitare gli errori del passato, quanto a trascurare i nuovi rischi in agguato. In particolare, le minacce che si celano dietro l’illusione del denaro a basso costo. E così, se il detonatore del crollo del sistema nel 2008/09 furono i mutui subprime, stavolta gli equilibri sono saltati quando la Fed, seguita a ruota dalla Bce, ha pigiato forse con troppa fretta l’acceleratore sul rialzo dei tassi. 

Ecco, al proposito, i conti fatti dall’Economist. All’inizio del 2022, quando i tassi a livello globale viaggiavano a livello zero (o anche sotto) le banche possedevano titoli obbligazionari di Stato o equivalenti per oltre 6 mila miliardi di dollari. La rapida ascesa dei rendimenti fino al 4,5% ha provocato una pesante perdita di valore di questo “tesoretto”. Secondo la Fdic, l’ente che assicura i depositi fino a 250 mila dollari, oggi i titoli in portafoglio valgono, a valore di mercato, 620 miliardi di meno, Nel caso, per fortuna improbabile, che le banche, imitando Svb, fossero costrette a mettere in vendita prima della scadenza, i bond in portafoglio, specie quelli a lunga scadenza acquistati per guadagnar qualcosa, andrebbe in fumo circa un quarto del capitale. In sintesi, conclude il settimanale: “Magari il sistema finanziario era ben capitalizzato un anno fa, ma l’aumento dei tassi ha bruciato buona parte dell’effetto”.  

A complicare la partita, poi, è l’atteggiamento della clientela. Sia in Usa che dalle nostre parti le banche hanno migliorato i conti economici senza ritoccare gli interessi a vantaggio dei correntisti. Ma l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato e delle obbligazioni si tradurrà in un forte aumento della concorrenza, incidendo sui conti e imponendo alle banche di ridurre gli impieghi a danno dell’economia.

Il risultato? I mercati, passata la fase di crisi più acuta, dovranno fare i conti da una parte con un’inflazione che fa fatica a scendere e qua e là risale e, dall’altra, con un ciclo economico che tenderà a rallentare nei prossimi mesi. E non dovranno dimenticare il fatto che le banche saranno da qui in avanti ancora meno disponibili a erogare crediti alle imprese. Avranno in cambio banche centrali un po’ meno aggressive, anche se i bond premieranno i risparmiatori, specie nel 2024.