L’economia di Roma Antica decollò da quando, nel 312 avanti Cristo – 2.335 anni fa – venne inaugurato il primo acquedotto, quello di Aqua Appia. Lo sviluppo economico dell’Italia unita decollò quando nel 1853 il Conte di Cavour costruì il canale Cavour, per irrigare Vercellese, Novarese e Lomellina. La crescita economica ha sempre l’acqua, alla base.

Oggi viviamo tra bombe d’acqua e siccità. Ma soprattutto la nostra rete idrica è diventata un obsoleto colabrodo, del tutto inadeguato ad affrontare le sfide del cambiamento climatico. Secondo i dati Istat, aggiornati ogni anno il 22 marzo in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, nel 2020 le perdite idriche nella rete di distribuzione sono state il 42,2% dell’acqua immessa, pari a 3,4 miliardi di metri cubi. In altre parole abbiamo buttato 157 litri al giorno per abitante, una quantità d’acqua che soddisferebbe le esigenze idriche di oltre 43 milioni di persone per un intero anno in base al consumo pro capite medio nazionale. Ma stiamo parlando di una media di Trilussa, quella di un pollo in media a testa quando c’è qualcuno che ne mangia due e qualcun altro che rimane a digiuno.

Se si guarda alle perdite nelle reti di distribuzione dei capoluoghi di Regione, nel 2020 a Cagliari e Palermo si superava l’80%, a Napoli si sfiorava il 60, Torino attorno al 40% , Milano poco sopra il 20, Trento sotto il 10%.  Una situazione deficitaria asimmetrica ma nell’insieme gravissima, e che sta peggiorando: in 14 Regioni e province autonome su 21 e in 5 distretti idrografici su 7 nel 2020 le perdite idriche totali in distribuzione sono aumentate, con gli incrementi maggiori in Basilicata, Molise e Abruzzo. Oggi a Roma, dopo un autentico percorso virtuoso, siamo scesi al 27 per cento nell’Ato metropolitana gestita da Acea.

Ha dunque ragione Fabrizio Palermo, amministratore delegato dell’Acea, azienda leader nazionale del settore idrico con una quota di mercato del 16%, quando dice (nell’intervista a Economy che trovate nelle pagine successive) che il Paese deve attuare un grande programma di nuove infrastrutture idriche.

Ci vuole una strategia di rilancio dell’industria dell’acqua, con almeno un grande operatore nazionale, visto che il secondo ha una quota di mercato del 7%, così come accade per gas ed elettricità. L’estrema frammentazione è uno dei problemi fondamentali: nel 2020 i gestori dei servizi idrici per uso civile erano 2.391, 1.997 enti locali (83,5%) e 394 gestori specializzati (16,5%). Rispetto al 2018 il numero dei gestori si è ridotto di 161 unità, proseguendo a passo di lumaca la progressiva diminuzione in atto sin dal 1994, anno della riforma che ha avviato il servizio idrico integrato (i gestori erano 7.826 nel 1999). Ma gli Ambiti territoriali ottimali (Ato) sono più piccoli delle province e non sono collegati l’uno con l’altro.

La strada insomma è ancora lunga: la frammentazione resta estrema, per l’incompleta attuazione della riforma soprattutto in Calabria, Campania, Molise, Sicilia, e anche in Valle d’Aosta e nelle province autonome di Bolzano e Trento.

C’è anche un problema, non certo secondario, di qualità dell’acqua. Le famiglie che dichiarano di non fidarsi a bere l’acqua del rubinetto sono quasi una su tre, il 28,5%; dato stabile rispetto al 2020, sebbene tale quota sia diminuita progressivamente nel tempo (era il 40,1% nel 2002).

Anche in questo caso le differenze territoriali sono molto forti: si va dal 16,8% nel Nord-est al 57,2% nelle Isole. In Sicilia non si fida a bere l’acqua del rubinetto il 59,9% della popolazione, in Sardegna il 49,5%, in Calabria il 38,2%, ma anche in Piemonte il 25% e in Lombardia il 24%, mentre nella Provincia autonoma di Bolzano siamo allo 0,8%. Sono dati non in linea con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e in particolare con il Goal 6: “Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico sanitarie”.

Ci troviamo dunque con una rete idrica fortemente deficitaria ad affrontare un’emergenza climatica senza precedenti: secondo il Consiglio nazionale delle ricerche, una percentuale fra il 6% ed il 15% della popolazione italiana vive ormai in territori esposti ad una siccità severa o estrema.

Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha annunciato che entro l’inverno sarà pronto il Piano nazionale idrico, alla cui predisposizione stanno partecipando Regioni e enti locali. «Per la programmazione a medio-lungo termine serve un piano idrico nazionale, con scostamenti di bilancio pluriennali per evitare di inseguire la contingenza e la continua emergenza» ha affermato Salvini lo scorso settembre al convegno «Acqua = sviluppo» promosso da Acea e Il Tempo, in cui si è parlato della lotta allo spreco e delle scelte del governo.

«Tutti i fondi previsti dal Pnrr per il comparto idrico, circa 4 miliardi di euro, verranno spesi entro il 2026. Ci sono 146 progetti, oltre a tutte le grandi dighe. Sul raddoppio del Peschiera (l’acquedotto che da Rieti arriva a Roma, ndr) abbiamo investito 700 milioni di euro. Stiamo cercando di spendere bene le risorse» ha aggiunto il leader della Lega, che non ha escluso l’arrivo di un miliardo ulteriore da altri appostamenti. Al convegno di Acea c’era anche il ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin. «Abbiamo un sistema idrico che è composto da quasi 2400 gestori, molti ancora in economia (enti locali, ndr)» ha ricordato. «Il percorso avviato è quello degli ambiti territoriali per arrivare ad avere un centinaio di gestori che abbiano la robustezza per programmare, fare investimenti e creare un sistema acquedottistico che non abbia il 40% di perdite».

Pichetto Fratin ha poi elencato le azioni da intraprendere per combattere gli sprechi: «L’Italia raccoglie solo l’11% dell’acqua piovana. Abbiamo nove miliardi di metri cubi di acque reflue che vengono trattate e riutilizzate pochissimo. Le dighe hanno metà dell’acqua che potrebbero avere». Altro ospite di rilievo del convegno «Acqua = sviluppo» il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, che ha ripreso il tema della raccolta dell’acqua piovana: «Il nostro obiettivo è arrivare al 50%, daremmo una risposta rispetto ai periodi di siccità e ai fenomeni atmosferici violenti. Serve uno sforzo da parte delle istituzioni per snellire gli adempimenti burocratici».

Proprio Coldiretti ha lanciato insieme a Anbi (Associazione nazionale bonifiche irrigazioni miglioramenti fondiari) il Piano Laghetti, che punta a realizzare 10mila invasi medio-piccoli e multifunzionali entro il 2030, in zone collinari e di pianura. L’obiettivo è incrementare di oltre il 60% l’attuale capacità complessiva dei 114 serbatoi esistenti e pari a poco più di 1 miliardo di metri cubi, contribuendo ad aumentare in maniera significativa l’11% di pioggia attualmente trattenuta al suolo. Ci sono già 223 progetti definitivi ed esecutivi che dovrebbe portare a un incremento di quasi 435.000 ettari nelle superfici irrigabili in tutta Italia. Il maggior numero di attuali progetti interessa l’Emilia Romagna, seguita da Toscana e Veneto e, per quanto riguarda il Centro-Sud, la Calabria.

Dal Pnrr arrivano dunque 4 miliardi di euro, cui potrebbe aggiungersene un altro dal governo. «Stiamo chiedendo che ne vengano allocati di più» dice l’ad di Acea Palermo. «Il settore idrico ha il vantaggio che molti progetti sono già pronti. Pronti e senza finanziamenti».

Altra partita fondamentale è proprio quella del riuso, che in Italia viene sfruttato solo per il 5% (475 milioni di metri cubi), a discapito dell’enorme potenziale (9 miliardi di metri cubi all’anno) e relativo supporto che potrebbe dare al sistema idrico nazionale. Oltretutto, il regolamento europeo che prevede il riuso delle acque da parte degli Stati Membri da giugno del 2023 è ancora non del tutto applicato in Italia, che deve quindi adeguare velocemente la normativa di riferimento – risalente al 2003 – per incentivare questa pratica.

Alzando lo sguardo dalla nostra malandata rete idrica, la partita dell’acqua ha una crescente importanza strategica globale.

Due società americane consumano, rispettivamente, 2,6 milioni di metri cubi all’anno, l’altra 12,7 milioni e non sono né acciaierie né industrie petrolchimiche: sono Meta e Google. Venti domande rivolte a ChatGpt assorbono mezzo litro d’acqua. E nel 2022 sul nostro pianeta 250 milioni di persone hanno dovuto allontanarsi di oltre 100 chilometri dalla loro casa per la mancanza d’acqua. Non lo sa quasi nessuno e chi lo sa non lo dice.

Andrea Rinaldo, lo studioso veneziano padre dell’ecoidrologia, primo italiano a ricevere, quest’anno, il Nobel dell’acqua dallo Stockholm International Water Institute, intervistato dal Corriere della Sera ha affermato: «Quando viaggio nel Sud del mondo vedo che tutti hanno un telefono cellulare, mentre la distribuzione di acqua pulita è per pochi privilegiati. Non possiamo voltare la testa dall’altra parte fingendo di non vedere. Le disuguaglianze su larga scala sono il motore delle migrazioni e dei disordini sociali e l’acqua si pone saldamente al centro di questi fenomeni».