Mentre mezzo mondo si chiede se la parola “globalizzazione” abbia ancora senso dopo guerre, dazi, navi deviate dal Golfo e materie prime razionate, le imprese italiane arrivano al back to work con una verità scomoda ma potente: chi esporta non può più limitarsi a “resistere”, deve imparare a “re agire”, trasformando il caos in strategia, la frammentazione in nuovi corridoi di crescita, la paura di perdere fornitori in una gestione chirurgica delle filiere.
E il Rapporto Export 2026 di Sace, che per l’Italia produttiva sta diventando un po’ quello che le proiezioni del Def sono per la finanza pubblica, racconta proprio questo salto di mentalità: un Paese che non aspetta che il mondo torni normale, ma prepara la propria rincorsa. Già: l’export italiano non sta semplicemente “tenendo botta”: sta imparando a trasformare il caos globale in carburante per la crescita. Nel 2026 le nostre vendite di beni all’estero saliranno del 2%, per poi accelerare al 2,5 nel 2027 (675 miliardi) e al 2,8 nel 2028, oltrepassando i 690 miliardi e puntando dritto al traguardo simbolico dei 700 miliardi entro il 2027. Non è un colpo di fortuna, ma l’effetto di un ricollocamento profondo del Made in Italy nelle filiere globali del valore: il Paese che esporta moda e macchinari, vino e farmaci, oggi sa che la vera partita non si gioca solo al momento della vendita, ma lungo tutta la catena che rende possibile quel contratto.
L’Italia che non si accontenta di sopravvivere sta tutta in quel “RE Agire. L’Italia alla sfida dell’export globale”, il titolo del Rapporto Export 2026 di Sace, che sembra pensato per scuotere le imprese dal torpore post shock. Non è l’ennesimo documento che recita la litania su incertezza, conflitti, barriere, vulnerabilità delle supply chain; è un invito esplicito a smettere di giocare in difesa e a usare la complessità come leva competitiva, prendendo decisioni strategiche anche quando la visibilità è minima. «La diciannovesima edizione del nostro Rapporto Export racchiude già nel titolo il messaggio chiave: ‘RE Agire’, che vuol dire trasformare le complessità in competitività, attuando decisioni strategiche in condizioni di incertezza», conferma il presidente di Sace Guglielmo Picchi. E avverte: «Il Rapporto Export ci consegna una prospettiva positiva, ma soprattutto la consapevolezza che la crescita sui mercati internazionali richiede oggi un approccio più proattivo e coordinato». Insomma: chi aspetta che il mondo “torni normale” ha già perso qualche treno.
Numeri che fanno rumore
I numeri, nel Rapporto, diventano la trama del racconto di un Paese che ha spostato il proprio baricentro sull’estero. Nel 2026 l’export di beni salirà del 2%, nel 2027 del 2,5% fino a 675 miliardi e nel 2028 del 2,8% oltre i 690 miliardi; il tutto incastrato in uno scenario “base” di graduale ritorno alle condizioni pre conflitto nel Golfo nel quarto trimestre del 2026. Ma la vera cifra politica è l’obiettivo dei 700 miliardi di export, che si raggiungeranno «continuando a sostenere diversificazione dei mercati, iniziative di sviluppo delle imprese italiane all’estero e supporto di Sistema, in linea con il nuovo Piano Strategico 2026 2028 Sace50».
Negli ultimi quindici anni le esportazioni di beni e servizi hanno fatto più per la crescita del Pil di qualsiasi altra componente, compensando spesso la debolezza della domanda interna e portando il peso dell’export da un quarto a circa un terzo dell’economia italiana. Tra il 2010 e il 2025 le nostre esportazioni sono cresciute cumulativamente del 35%, più di Francia e Germania e un gradino sotto la Spagna, ma con una quota sulle esportazioni mondiali salita al 2,8%, sopra Francia, Belgio e Spagna. Il Made in Italy, insomma, è meno “folklore identitario” e più motore industriale di quanto spesso lasci intendere il dibattito pubblico.
Il Rapporto 2026 compie un’operazione culturale non banale: sposta il focus dall’impresa alla filiera, dal singolo campione alla rete che lo sostiene. «La sfida dell’export, oggi, non riguarda più soltanto la capacità della singola impresa di vendere all’estero, ma la solidità dell’intero ecosistema che rende possibile quella crescita: filiere, fornitori, subfornitori, tecnologia, logistica, accesso agli input, in particolare alle materie prime critiche, finanza e gestione dei rischi», scrive l’amministratore delegato di Sace, Michele Pignotti.
L’Italia è tra i Paesi più integrati nelle catene globali del valore manifatturiero: il 41% della produzione italiana è attivata, direttamente o indirettamente, dalla partecipazione ai processi produttivi internazionali, ricorda il Rapporto. Le filiere italiane rappresentano oltre la metà del fatturato nazionale e mostrano una propensione all’export nettamente superiore alla media dell’economia italiana, circa il 32% contro circa il 15. Dietro le nostre esportazioni non ci sono solo grandi gruppi, ma distretti, Pmi, fornitori di tecnologie, catene logistiche e infrastrutture finanziarie che moltiplicano l’impatto di ogni commessa.
Questa lettura si innesta direttamente su Sace50, il Piano Strategico 2026 2028 che riposiziona Sace sulla sua “missione storica” di supporto all’export e all’internazionalizzazione, spingendo però molto più forte sulla dimensione proattiva. «Sostenere la crescita internazionale delle imprese significa infatti intervenire anche sui fattori che la rendono possibile: capacità produttiva, innovazione, accesso a materie prime critiche, finanza per gli investimenti, presidio dei rischi e connessione con mercati e partner globali», scrive Pignotti, tratteggiando un modello di Export Credit Agency che non si limita a pagare sinistri, ma che «evolve verso un modello più proattivo e orientato all’addizionalità e all’impatto misurabile».
Gli ambiti su cui si concentra sono quelli più esposti alle transizioni e ai cambiamenti tecnologici: meccanica, infrastrutture, energia, agroalimentare, chimica, metallurgia, digitale, microelettronica, aerospazio e cantieristica, ma anche nuovi settori ad alta intensità di capitale e tecnologia come data center, cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale e nucleare. Per accompagnare questa trasformazione, Sace rafforza “l’advisory, il presidio end to end di clienti e filiere”, le soluzioni per l’import di materie prime critiche, l’attrazione di investimenti esteri e una “Piattaforma Italia” pensata per sostenere gli investimenti produttivi e ampliare le fonti di finanziamento.
Strategie e strumenti
Una delle tesi più radicali del Rapporto è che «per esportare, oggi, è sempre più necessario importare meglio»: garantire l’accesso a input critici (materie prime, energia, componenti) è diventato tanto importante quanto vendere all’estero. Le materie prime critiche (Crm), essenziali per le transizioni digitale ed energetica e segnate da una forte concentrazione geografica dell’offerta, sono il cuore del problema: circa il 16% del loro commercio globale è soggetto a restrizioni, con effetti sulla volatilità dei prezzi e sui rischi di interruzioni delle forniture.
Per l’Italia, che ha un modello manifatturiero ad alta specializzazione ma fortemente dipendente dall’import, questo significa che la “sicurezza economica” passa anche per la costruzione di relazioni di lungo termine su queste catene del valore. Qui entra in gioco il ruolo delle Export Credit Agency: Sace può «sostenere gli investimenti delle imprese e facilitare la mobilitazione di capitale privato, contribuendo a rendere più efficiente e prevedibile il funzionamento dei mercati attraverso il supporto a contratti di lungo termine, la diffusione di strumenti di finanza mista e collaborando con istituzioni finanziarie, industria e settore pubblico per migliorare la trasparenza e la gestione dei rischi».
Il Rapporto insiste su un altro punto: gli accordi commerciali dell’UE non sono più (solo) “accordi di dazi”, ma veri e propri dispositivi di politica industriale. «Gli Accordi commerciali UE si trasformano, quindi, da semplici strumenti di riduzione dei dazi a leve di politica economica e industriale in senso ampio», si legge nel testo, con gli accordi di nuova generazione (in particolare con Mercosur, India e Australia) centrati su armonizzazione regolatoria, semplificazione amministrativa e riconoscimento degli standard. Questi trattati contribuiscono a ridurre in modo significativo i costi di accesso ai mercati per le imprese, favoriscono il consolidamento di partnership strategiche lungo le filiere, soprattutto nei settori legati alla transizione energetica e alle tecnologie avanzate, e concorrono alla sicurezza economica attraverso una maggiore diversificazione delle fonti di approvvigionamento. È un modo diverso di usare il commercio internazionale: meno ossessione sui volumi, più cura dei nodi strategici (energia, tecnologia, materie prime) che alimentano i volumi stessi.
Il Rapporto individua anche sedici Paesi strategici su cui puntare: Cina, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Messico, Corea del Sud, Brasile, India, Singapore, Marocco, Egitto, Thailandia, Malaysia, Vietnam, Kazakistan e Filippine. In queste geografie, l’export italiano è atteso in crescita dell’1,4% nel 2026 (tenendo conto della crisi nel Golfo) e del 4,4% medio nel biennio 2027 28, fino al raggiungimento di 92 miliardi di euro.
La logica non è quella della “caccia all’emergente” generica: si tratta di mercati che consentono una diversificazione intelligente, integrando destinazioni già presidiate con nuove geografie dinamiche, dove i progetti in energia, infrastrutture, manifattura avanzata, digitale e sanità incrociano le specializzazioni del Made in Italy. È la base di quella “diversificazione intelligente” di cui parla Terzulli: «una diversificazione intelligente, che combini mercati maturi e nuove geografie ad alto potenziale con adeguati strumenti di protezione dai rischi, rappresenta la chiave per sostenere nel tempo la competitività internazionale delle nostre imprese, sia dal punto di vista dei mercati di sbocco che da quello dei mercati di approvvigionamento».
















