Ilva

La vicenda dell’ex Ilva di Taranto entra in una fase decisiva che rischia di modificare profondamente il futuro del principale polo siderurgico italiano. La decisione della Corte d’Appello di Milano, che impone lo stop dell’area a caldo entro 90 giorni in assenza della completa rimozione dell’amianto e del rispetto dei limiti sulle emissioni di polveri sottili, si inserisce nel delicato percorso di cessione dello stabilimento. Una pronuncia destinata ad avere effetti non soltanto sul piano ambientale e sanitario, ma anche sugli equilibri economici, industriali e finanziari dell’intera operazione.

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La sentenza pesa sulla vendita

La pronuncia della magistratura introduce un elemento di forte incertezza nella trattativa per la cessione di Acciaierie d’Italia. L’eventuale fermata dell’area a caldo, cuore del ciclo produttivo dell’acciaio, modifica infatti le prospettive economiche delle offerte presentate. I potenziali acquirenti, tra cui il fondo americano Flacks Group e il colosso indiano Jindal, dovranno ora rivedere piani industriali, investimenti e stime di redditività alla luce di un possibile blocco della produzione primaria.

Il Governo sostiene la continuità produttiva

Parallelamente alla decisione della Corte, il Consiglio dei ministri ha autorizzato un prestito oneroso da 100,5 milioni di euro destinato ad Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria per il 2026. L’obiettivo è garantire la continuità operativa delle attività a freddo durante la fase di vendita, evitando ulteriori criticità industriali e occupazionali. Il finanziamento rappresenta una misura ponte per preservare la funzionalità dell’impianto mentre prosegue il confronto con gli investitori.

Jindal conferma l’interesse e punta sulla transizione verde

Nonostante il nuovo scenario, il gruppo Jindal Steel ha ribadito la volontà di proseguire nel dossier Taranto. L’azienda indiana ha confermato la disponibilità ad acquisire sia l’area a caldo sia quella a freddo, subordinando però l’operazione alla definizione degli accordi necessari per la realizzazione di un nuovo forno carbon free. Il progetto rientra nella prospettiva di una trasformazione industriale che punta a sostituire progressivamente gli altiforni tradizionali con tecnologie basate su forni elettrici, Dri e, in prospettiva, idrogeno verde.

Le reazioni tra politica e industria

La sentenza ha immediatamente acceso il confronto politico e industriale. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha sottolineato come il provvedimento modifichi radicalmente una trattativa ormai vicina alla conclusione. Dal fronte industriale, il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha definito alcune prescrizioni tecnicamente incompatibili con il funzionamento degli altiforni, mentre le opposizioni chiedono una strategia capace di conciliare salute, tutela dell’ambiente, occupazione e competitività del comparto siderurgico. Sul tavolo resta anche il tema della riconversione ecologica, considerata ormai indispensabile per garantire un futuro allo stabilimento.