Sigarette, anche elettroniche; prodotti alcolici; giochi d’azzardo legali (compresi i vari lotto, totocalcio eccetera); fuochi artificiali; armi; barche; servizi finanziari; money transfer; polizze d’assicurazione; gioielli, accessi a club privati. Sono alcuni dei prodotti e dei servizi che non si posso acquistare utilizzando per pagare la carta di credito con cui lo Stato eroga l’”Assegno d’inclusione” a circa 480 mila famiglie italiane (meno della metà, vivaddio, di quelle che a giugno 2021 prendevano il reddito di cittadinanza, e guarda caso l’occupazione ufficiale sta salendo, da allora, pur in anni di crescita economica altalenante).

Che con un sussidio contro la povertà non sia permesso “pagarsi gli sfizi” o, peggio, comprare oggetti pericolosi o finanziarsi è sacrosanto. Addirittura banale. Ma è un pezzo del problema. Per risolvere il puzzle dell’efficienza della spesa pubblica assistenziale esistono altri pezzi da incastrare. Intanto l’estensione delle regole a tutte le categorie che dovrebbero applicarle: per esempio gli immigrati irregolari che giustamente accogliamo nei Centri, e che vediamo regolarmente fumare e bere. Che lo facciano con i proventi dell’accattonaggio è un conto, con i soldi dello Stato un altro. E poi c’è la solita piaga dell’inesistente controllo del territorio. Il Mattino di Napoli, meritoriamente, in una memorabile inchiesta dimostrò – con l’analisi dei sistemi di pagamento utilizzati dal pubblico nei supermercati del quartiere – leader per numero di percettori del Rdc, Ponticelli – che tra il “prima” e il “dopo” della “sconfitta della povertà” la quantità di vendite di generi alimentari era rimasta invariata, ma i pagamenti in contanti erano scemati. Cosa significava? Che gli stessi consumatori che prima di percepire il reddito facevano la spesa pagando in contanti (frutto del “nero”), successivamente conservavano quei contanti per altri acquisti, e pagavano la spesa con i soldi dei contribuenti. Che non si ripeta.