«Stati Uniti e Cina non stanno cambiando le regole del gioco: stanno cambiando il gioco. Quello che io vedo mancare nel dibattito, soprattutto quello italiano, è che Cina e Stati Uniti stanno spingendo molto su questo». E in risposta all’Inflation reduction act, Ursula von der Leyen ha rilanciato il fondo sovrano europeo, «un’idea di Confindustria». Così il Presidente Carlo Bonomi in un’intervista al quotidiano “La Repubblica” da Davos e di ritorno dal viaggio a Kiev su cui ha commentato che «in Ucraina, la ricostruzione non dovrà essere solo economica, ma sociale».

Aiuti di Stato, perché non servono all’Italia

Tornando a parlare delle tematiche affrontate a Davos, il fondo sovrano europeo dovrebbe essere finanziato con “Eurobond”: «al momento però è solo green – ha proseguito il leader di Confindustria – invece, dovrebbe tenere tutto a 360 gradi. E dobbiamo avere un fondo sovrano che si occupi delle terre rare, per esempio.

«Inoltre, non possiamo affrontarlo con l’uso di strumenti come gli aiuti di Stato. Favoriscono solo i Paesi che hanno spazi di manovra fiscale – ha detto Bonomi – Nel 2022 gli aiuti di Stato autorizzati dall’Unione europea sono stati 540 miliardi. Ma il 49,3% – quasi la metà – li ha utilizzati la Germania. Il 29,9% la Francia. L’Italia il 4,7%. Ci vuole un intervento europeo comune e trasversale a tutte le filiere. Solo così le risorse diventano adeguate e non si rompe il mercato unico»

Autonomia differenziata? No, autonomia industriale in UE

Sul tema della competizione globale il leader degli industriali ribadisce i rischi di protezionismo per l’Europa: «La reale sfida che abbiamo di fronte non è tanto l’autonomia differenziata quanto invece l’autonomia industriale europea. Noi non abbiamo le materie prime e gli Usa e la Cina fanno la corsa per accaparrarsene la proprietà. Il fondo sovrano deve servire anche a comprarle».

«La nostra è un’industria di trasformazione – ha detto Bonomi – non possiamo permetterci battaglie protezionistiche, a maggior ragione in Italia. A ogni crisi noi abbiamo retto gli impatti economici grazie all’export. Se cade quella componente, crolliamo. Non ci dobbiamo focalizzare sui protezionismi americani ma su come fare l’Industria 5.0 in Europa». Così come nel contesto Europeo «Potremmo giocare un ruolo importante».

Bonomi, rispondendo sulle assenze al vertice di Davos del governo italiano, ha detto «Immagino ci siano importanti dossier da sbrigare a Roma. Ma forse qualche spunto di riflessione si può cogliere nei numeri: 52 capi di Stato, 370 ministri, 600 amministratori delegati da tutto il mondo. Io sono arrivato qui perché mi confronto con colleghi e omologhi di tutti i Paesi sulle prospettive dei prossimi mesi. A Stoccolma a novembre con le 40 Confindustrie europee unite abbiamo detto alla politica che bisogna convergere sulla sfida della competitività: nessuno può vincere da solo».

Inflazione e rialzo dei tassi, la colpa non è della BCE

Inoltre, sulla politica monetaria della BCE «C’è una narrazione che non mi convince molto. Abbiamo un’inflazione importata e sfalsata rispetto alla media Ue – ha affermato il Presidente di Confindustria – Prima era più bassa, ora è più alta. Ma se guardiamo alla sua composizione e tempistica con il prezzo attuale del gas che è sceso molto, nel secondo semestre e in particolare a partire da settembre l’inflazione dovrebbe scendere significativamente in Italia. Fino a dimezzarsi, al 5-6%”.

Anche sul rialzo dei tassi «il problema non è la Bce. Il tasso è al 2,5%. Onestamente: può essere un problema per l’economia? Il problema vero non è forse che per tanti anni abbiamo avuto i tassi negativi e avremmo dovuto riconfigurare la spesa pubblica e ridurre il debito? Negli ultimi undici anni il nostro debito è passato da 1.900 a 2.800 miliardi e nel frattempo abbiamo raddoppiato la spesa sociale. Ma anche il numero dei poveri. Colpa dell’Europa? Non direi».

Spesa pubblica, troppe partecipate in perdita

Infine, Carlo Bonomi è ritornato sul tema del debito pubblico in relazione alla recente manovra di bilancio che ha definito «condivisibile sull’energia». «Ma se non si tagliano in maniera incisiva le tasse sul lavoro non ci convince – ha aggiunto – serve un taglio da 16 miliardi concentrato sotto ai 35mila euro di reddito, due terzi a favore dei lavoratori, un terzo per le imprese. Significa dare 1.200 euro in più ai lavoratori, cioè una mensilità».

Inoltre, «abbiamo 1.100 miliardi di spesa pubblica. Possiamo riconfigurare il 4-5%. Abbiamo 3.900 partecipate pubbliche, un terzo delle quali in perdita. Può capitare. Ma 1.200 hanno più consiglieri di amministrazione che dipendenti. Possiamo pensare di rivedere quella spesa. C’era bisogno della flat tax, di fare un forfait che penalizza i dipendenti e costa 1,2 miliardi? Quella flat tax non crea crescita. Posso continuare a lungo, mi fermo a questi due esempi» ha concluso.