L’euro digitale si prepara a entrare nella fase decisiva del percorso legislativo europeo e, mentre Consiglio, Commissione europea e Parlamento si apprestano ad aprire il trilogo per trovare un accordo sulle regole della futura moneta digitale, l’Italia mette sul tavolo una questione apparentemente tecnica ma destinata ad avere conseguenze molto concrete: quanto dovrà costare a un commerciante accettare un pagamento in euro digitale? La risposta può determinare una parte non secondaria del successo del nuovo strumento, soprattutto tra microimprese, negozi di vicinato e piccoli esercenti, che oggi sopportano condizioni economiche spesso molto meno favorevoli rispetto ai grandi operatori della distribuzione. La posizione di Banca d’Italia, illustrata in un paper firmato da Nicola Branzoli, Stefano Pietrosanti e Alessia Vita, va nella direzione di un sistema nel quale le commissioni siano definite in maniera uniforme, evitando di replicare automaticamente le differenze di potere contrattuale che già caratterizzano il mercato dei pagamenti con carta. Roma, parallelamente, sta spingendo in sede europea per una soluzione ancora più favorevole alle piccole attività: azzerare le commissioni sulle transazioni di importo fino a 10 euro.
Il tema arriva dunque al tavolo europeo proprio mentre il progetto dell’euro digitale si avvicina alla sua fase politica più delicata. La partenza della nuova forma di moneta della Banca centrale europea è attesa per il 2029, ma prima di quella data dovranno essere definite le regole che disciplineranno il funzionamento dell’ecosistema, compreso il modello di remunerazione degli intermediari e il livello dei costi sostenuti dagli esercenti. Consiglio dell’Unione europea e Parlamento europeo hanno già approvato separatamente le proprie posizioni e ora dovranno cercare un compromesso. Banca d’Italia, come la Bce, non prende parte direttamente alla trattativa politica, ma può fornire analisi e contributi tecnici. Ed è proprio in questo spazio che si inserisce il documento di Via Nazionale, destinato a pesare nel confronto su una delle questioni più sensibili per banche, imprese e consumatori.
Il problema è una differenza che oggi può arrivare a tre o quattro volte
Per capire perché la questione sia tutt’altro che marginale bisogna partire dal funzionamento dell’attuale mercato dei pagamenti elettronici. Le commissioni applicate agli esercenti non sono uguali per tutti. Un grande gruppo della distribuzione organizzata, grazie ai volumi elevati di transazioni che riesce a generare, può negoziare condizioni significativamente migliori rispetto a quelle ottenibili da un piccolo negozio indipendente. Secondo il quadro richiamato nel paper di Banca d’Italia, le fee sostenute dai piccoli esercenti possono arrivare a essere tre o quattro volte superiori rispetto a quelle applicate ai grandi operatori. È una differenza che non nasce necessariamente da un diverso costo tecnico della singola transazione, ma dalla diversa forza contrattuale degli operatori nei confronti degli intermediari.
Trasferire questa struttura nell’euro digitale significherebbe rischiare di incorporare nella nuova infrastruttura di pagamento le stesse asimmetrie presenti oggi. Il principio del cosiddetto “no worse off”, se applicato in maniera rigida, porterebbe infatti a mantenere per ciascun esercente condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle che già sostiene con gli altri strumenti di pagamento. In altre parole, il nuovo sistema non peggiorerebbe la situazione degli operatori, ma nemmeno correggerebbe le differenze esistenti. Per una grande catena commerciale, abituata a negoziare commissioni basse grazie ai volumi, sarebbe una continuità conveniente. Per il piccolo commerciante, invece, significherebbe partire con lo stesso svantaggio competitivo che già caratterizza il mercato delle carte.
È proprio su questo punto che la posizione della Banca d’Italia introduce un elemento di discontinuità. Via Nazionale guarda con maggiore favore a un sistema basato su commissioni uniformi per gli esercenti, calcolate utilizzando un benchmark di mercato, piuttosto che a un tetto costruito individualmente sulla situazione contrattuale del singolo negoziante. La differenza può sembrare sottile, ma dal punto di vista economico è significativa: nel primo caso il punto di partenza è il mercato nel suo complesso, nel secondo è il contratto che ciascun esercente è riuscito a negoziare.
Il benchmark unico può cambiare gli equilibri
Le due impostazioni producono effetti molto diversi. Una prima possibilità consiste nel fissare un limite specifico per ciascun esercente, tenendo conto delle commissioni che già paga attraverso altri sistemi di pagamento. Una seconda strada consiste invece nell’individuare un benchmark uniforme, calcolato sulla media delle commissioni applicate a strumenti di pagamento comparabili nell’area euro. Banca d’Italia considera quest’ultima soluzione più coerente con alcuni criteri ritenuti importanti nella costruzione del sistema, a partire dalla maggiore semplicità di verifica.
Ma il punto più interessante riguarda gli effetti sulla forza negoziale. Secondo l’analisi di Via Nazionale, regole costruite sulla situazione del singolo commerciante tendono a conservare le differenze già presenti nei rapporti contrattuali. Un parametro definito a livello di mercato, invece, può rafforzare la posizione di quegli esercenti che oggi hanno un potere negoziale relativamente debole. È una questione particolarmente rilevante in Italia, dove il tessuto commerciale è caratterizzato dalla presenza capillare di microimprese e piccoli esercizi, molto più lontani dalla capacità di contrattazione di un grande gruppo della distribuzione.
In questo senso l’euro digitale potrebbe diventare non soltanto un nuovo mezzo di pagamento, ma anche un’occasione per ridisegnare parzialmente i rapporti economici all’interno della filiera dei pagamenti. L’obiettivo non sarebbe quello di penalizzare la grande distribuzione, che oggi beneficia di economie di scala e di condizioni negoziali più favorevoli, ma impedire che queste differenze vengano automaticamente trasferite nel nuovo sistema pubblico europeo. La scelta del benchmark uniforme avrebbe quindi una valenza più ampia: costruire una struttura di costi nella quale l’accesso all’infrastruttura digitale non dipenda in maniera eccessiva dalla dimensione dell’impresa.
Roma vuole andare ancora oltre: commissioni azzerate sotto i 10 euro
L’Italia, però, non si ferma alla proposta di una struttura uniforme. Nel trilogo europeo Roma sta sostenendo l’idea di azzerare le commissioni per i pagamenti effettuati con euro digitale fino a 10 euro. La soglia è pensata soprattutto per le transazioni di piccolo importo, quelle che interessano maggiormente una parte del commercio di prossimità e delle microattività. Un caffè, una colazione, un piccolo acquisto quotidiano, una spesa di importo contenuto: proprio su queste operazioni l’incidenza di un costo fisso o percentuale può diventare relativamente più pesante per l’esercente.
Il ragionamento economico alla base della proposta è abbastanza lineare. Se l’obiettivo è convincere piccoli commercianti e microimprese ad adottare rapidamente un nuovo sistema di pagamento, ridurre al minimo il costo di ingresso può essere uno degli incentivi più efficaci. Per un grande retailer, qualche punto base di commissione può avere un peso limitato sul margine complessivo e può essere assorbito attraverso volumi elevati. Per un piccolo esercente, invece, una fee applicata a ogni transazione può diventare significativa quando viene moltiplicata per migliaia di operazioni di importo ridotto.
Il paper di Banca d’Italia riconosce la logica della proposta italiana, osservando che un’esenzione costruita sulle transazioni inferiori a una determinata soglia potrebbe favorire l’inclusione dei micro e piccoli esercenti. Via Nazionale suggerisce inoltre che un eventuale meccanismo di esenzione possa essere collegato alle caratteristiche dimensionali dell’attività, per esempio al numero di dipendenti e al fatturato annuo. L’idea, quindi, non è soltanto quella di stabilire un tetto uguale per tutti, ma di costruire un sistema capace di tenere conto della diversa struttura economica degli operatori.
Banche, commercianti e il delicato equilibrio della remunerazione
La questione delle commissioni non riguarda però soltanto chi vende beni e servizi. Tocca direttamente anche il modello economico degli intermediari finanziari. Banche e altri operatori che contribuiranno all’infrastruttura dell’euro digitale dovranno infatti sostenere costi per distribuire e gestire il nuovo strumento. Una remunerazione troppo bassa potrebbe ridurre gli incentivi degli intermediari a investire nell’infrastruttura e nei servizi collegati. Una remunerazione troppo elevata, al contrario, rischierebbe di rendere l’euro digitale meno conveniente per gli esercenti e di ostacolarne l’adozione.
È questo il difficile punto di equilibrio che dovranno trovare i legislatori europei. Il progetto nasce come infrastruttura monetaria con una forte componente pubblica, ma dovrà funzionare anche attraverso un ecosistema nel quale banche e operatori privati avranno un ruolo essenziale. La definizione delle commissioni diventa quindi una sorta di termometro del compromesso tra due esigenze: garantire la sostenibilità economica del sistema per gli intermediari e fare in modo che il nuovo strumento sia sufficientemente conveniente per commercianti e cittadini.
Il principio “no worse off” è particolarmente importante proprio per questo motivo. Se interpretato in senso rigido, garantirebbe alle banche e agli altri operatori condizioni non peggiori rispetto a quelle già ottenute nei sistemi di pagamento esistenti. Ma, allo stesso tempo, finirebbe per lasciare inalterata la distribuzione dei vantaggi negoziali tra grandi e piccoli esercenti. Un benchmark uniforme rappresenterebbe invece una soluzione più redistributiva dal punto di vista delle condizioni commerciali, perché sposterebbe il riferimento dal singolo contratto alla media del mercato.
La vera partita è convincere i commercianti a usarlo
Dietro la discussione apparentemente tecnica sulle fee c’è dunque una questione industriale: l’adozione dell’euro digitale. Un nuovo sistema di pagamento può funzionare soltanto se raggiunge una massa critica di utilizzatori. E per ottenere questa massa critica non basta che il consumatore disponga di un nuovo strumento sul proprio conto digitale. Deve poterlo utilizzare facilmente nei negozi, nei servizi, negli acquisti quotidiani. Gli esercenti, a loro volta, devono avere un motivo economico per accettarlo.
Da questo punto di vista il costo può diventare una variabile decisiva. Se l’euro digitale viene percepito dal piccolo commerciante come un ulteriore sistema da integrare, con costi analoghi o superiori a quelli già sostenuti per le carte, l’incentivo all’adozione rischia di essere limitato. Se invece viene associato a costi inferiori, regole trasparenti e una struttura uniforme, può diventare più facilmente competitivo.
L’Italia ha quindi interesse a spingere il negoziato verso un modello che non penalizzi il tessuto delle piccole attività. La proposta di azzeramento sotto i 10 euro va nella stessa direzione e potrebbe diventare uno degli elementi più visibili del confronto politico. Il problema, naturalmente, sarà trovare un accordo tra Stati membri e istituzioni europee senza compromettere l’equilibrio economico complessivo del sistema.
Dal 2029 una nuova infrastruttura monetaria, ma il prezzo si decide adesso
Il calendario rende la questione ancora più interessante. L’euro digitale dovrebbe diventare operativo nel 2029, ma le scelte che determineranno la sua convenienza economica devono essere prese molto prima. Le decisioni sulle commissioni, sulla remunerazione degli intermediari e sui meccanismi di tutela dei diversi operatori contribuiranno infatti a definire il modello con cui il nuovo strumento arriverà sul mercato.
Per l’Europa la posta in gioco è più ampia della semplice digitalizzazione del contante. L’euro digitale nasce anche con l’ambizione di rafforzare l’autonomia europea nel sistema dei pagamenti, in un mercato nel quale circuiti internazionali e grandi operatori tecnologici hanno acquisito un ruolo centrale. Perché questa ambizione si traduca in un prodotto realmente utilizzato, tuttavia, il sistema dovrà essere competitivo nella quotidianità. E la quotidianità, nel commercio, passa anche da pochi centesimi di commissione.
















