Nel panorama economico europeo, la sostenibilità sta vivendo una trasformazione profonda, passando da leva reputazionale a infrastruttura operativa imprescindibile per le imprese. Le nuove normative – dalla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) agli standard ESRS – stanno ridefinendo le regole del gioco, imponendo alle aziende non solo di dichiarare il proprio impegno ESG, ma di dimostrarlo con dati, processi e responsabilità chiare. In questo scenario, le PMI si trovano al centro di una transizione tanto complessa quanto strategica.
È proprio qui che si inserisce Touchdown ESG, realtà di consulenza con sede a Milano fondata da Tommaso Piroddi, che supporta le imprese nel trasformare la sostenibilità da obbligo normativo a leva operativa. Un approccio concreto, che emerge chiaramente dalle parole del fondatore.
Dalla reputazione al requisito, la svolta dell’ESG
Il cambiamento è molto netto. La sostenibilità sta passando da tema reputazionale a requisito di accesso al mercato e al credito. “Una trasformazione guidata da più fattori – afferma Piroddi – da un lato le grandi imprese, che trasferiscono richieste sempre più strutturate lungo la supply chain anche in risposta alla CSRD; dall’altro il sistema bancario, che integra i fattori ESG nei processi di valutazione del rischio, in linea con le indicazioni della European Banking Authority”.
La conseguenza, come anticipato, sussiste nel fatto che la sostenibilità per le PMI non è più solo un tema di posizionamento, ma un ambito regolato che richiede rigore e dimostrabilità. “Non solo – aggiunge il CEO di Touchdown ESG – normative come la Green Claims Directive e la direttiva Empowering Consumer impongono alle aziende di supportare ogni dichiarazione ambientale con dati verificabili, evitando comunicazioni vaghe o fuorvianti”. Il rischio, altrimenti, è quello di incorrere in pratiche commerciali sleali e relative sanzioni.
“L’errore più frequente è trattare l’ESG come un esercizio documentale o di comunicazione, anziché come un sistema operativo”, sottolinea Piroddi. Un approccio che si traduce spesso nella produzione di policy o report scollegati dalla realtà aziendale. “Molte PMI partono da documenti senza aver costruito i processi interni che li rendono credibili e sostenibili nel tempo. Questo genera inefficienze, aumenta il carico organizzativo e riduce la credibilità verso clienti e stakeholder”.
Al contrario, l’ESG dovrebbe essere integrato nella quotidianità aziendale in quanto non si tratta di un framework isolato, ma uno strumento che impatta su dati, processi e decisioni. In questa prospettiva, secondo Piroddi, diventa una vera e propria assicurazione operativa, che aiuta l’azienda a prevenire criticità normative, finanziarie e di filiera.
Il vero limite è il nodo delle competenze
Collegandoci a quanto detto, spesso la barriera principale non è tecnologica, ma organizzativa. Molte PMI non hanno le competenze per gestire in modo strutturato i dati ESG, né per interpretare correttamente le richieste della filiera o dialogare con il sistema finanziario.
“Questo crea un doppio rischio – evidenzia Piroddi – da un lato inefficienze operative, dall’altro una percezione di scarsa affidabilità verso l’esterno”. E il tema è destinato a diventare ancora più centrale. “I fattori ESG stanno entrando nei processi di valutazione del merito creditizio – continua il CEO – Non avere competenze interne significa non essere in grado di rappresentare correttamente il proprio profilo di rischio”. Senza una base adeguata, inoltre, i dati restano frammentati, le responsabilità poco chiare e le decisioni scollegate.
Secondo la visione di Touchdown ESG, è necessario quindi trasformare l’ESG in un sistema operativo aziendale. “Significa passare da una logica di adempimento a una logica di gestione e governance – spiega Piroddi – In concreto, questo implica strutturare una raccolta dati ESG continuativa e affidabile, definire obiettivi chiari e operativi, coerenti con il business ed evitare target generici. Fondamentale anche la distribuzione delle responsabilità. L’ESG non può essere concentrato in una sola funzione, ma deve coinvolgere in modo coordinato le diverse aree aziendali”.
Non solo: “I fattori ESG devono diventare un supporto concreto alle decisioni strategiche, ad esempio nella selezione di fornitori, clienti e partner. Infine, rischi e opportunità ESG devono essere integrati nei sistemi di controllo interno”, conclude.
Dalla teoria all’implementazione per raggiungere vantaggi competitivi
Nella pratica, il passaggio all’azione richiede metodo e pragmatismo. “Il primo passo è identificare con precisione quali sono le richieste realmente rilevanti per il proprio business: clienti principali, settore di appartenenza o sistema bancario”, precisa Piroddi.
Segue la costruzione di una base dati. “Anche semplice, ma affidabile, che permetta di avere una fotografia oggettiva della situazione aziendale – continua – A quel punto, è necessario definire priorità operative chiare, focalizzate sui rischi più materiali — energetici, operativi o reputazionali — e tradurle in azioni concrete”.
Un elemento chiave è la semplicità. Partire con un perimetro ristretto, ma ben strutturato, consente di creare un sistema sostenibile nel tempo. L’obiettivo, ribadisce Piroddi, non è fare tutto subito, ma costruire una base solida che possa essere progressivamente ampliata.
I benefici per le PMI sono concreti e sempre più evidenti. “Le aziende che integrano davvero l’ESG riescono ad accedere più facilmente a clienti strutturati e a entrare, o mantenere, posizioni nelle filiere delle grandi aziende. Inoltre, sono in grado di rispondere in modo rapido e preciso a questionari e richieste informative, riducendo tempi e inefficienze interne. Anche il rapporto con il sistema finanziario migliora, poiché aziende con dati ESG organizzati e affidabili riescono a gestire meglio il dialogo con banche e investitori”.
Questo si traduce in vantaggi concreti, quali maggiore continuità commerciale, minore esposizione a interruzioni di filiera e, in alcuni casi, condizioni di accesso al credito più favorevoli.
L’approccio Touchdown ESG: integrazione e concretezza
Il metodo sviluppato da Touchdown ESG ribalta l’approccio tradizionale. Non parte dalla teoria, ma dalla realtà operativa delle imprese e dalle richieste concrete di mercato e credito. “L’approccio è operativo, proporzionato e orientato alla gestione concreta del rischio – spiega Piroddi – L’obiettivo è costruire sistemi semplici, ma strutturati, che l’azienda possa integrare nei propri processi e gestire in autonomia”. Ed è proprio questa integrazione a fare la differenza.
In pratica, Touchdown ESG accompagna le PMI in un cambio di paradigma. Da una gestione frammentata e reattiva — dove ogni richiesta viene affrontata come un caso isolato — a un modello organizzato e anticipatorio. Questo avviene attraverso la definizione chiara di dati, ruoli e processi, che permettono di rispondere in modo rapido, coerente e continuo alle richieste esterne.
Il contesto, infatti, è sempre più esigente. Le grandi aziende chiedono informazioni ESG dettagliate e strutturate. “Si concentrano su tre ambiti principali: ambiente, social e governance”, spiega Piroddi, includendo aspetti come consumi energetici, emissioni, sicurezza sul lavoro e codici etici.
Ma non basta più raccogliere queste informazioni in modo occasionale. “La differenza rispetto al passato è nel livello di profondità e formalizzazione. Queste informazioni non vengono più richieste in modo occasionale, ma attraverso questionari strutturati, piattaforme dedicate o processi di qualifica fornitori. Per questo, non è più sufficiente fornire risposte generiche. I dati devono essere coerenti, tracciabili e aggiornati nel tempo”.
Una nuova normalità per le PMI
È qui che il metodo diventa fondamentale. L’elemento chiave è la standardizzazione, che consente di trasformare i dati in un patrimonio riutilizzabile. “La standardizzazione è il vero fattore abilitante – specifica Piroddi – dati raccolti in modo coerente diventano facilmente riutilizzabili nel tempo”.
Un altro aspetto cruciale è l’allineamento tra ciò che il mercato richiede e ciò che l’azienda è in grado di gestire internamente. “Quando questo non avviene, l’ESG diventa un’attività discontinua, inefficiente e difficile da mantenere. Al contrario, un buon allineamento permette di tradurre le richieste esterne in processi interni chiari e gestibili”.
In questo modo, l’ESG smette di essere un obbligo e diventa uno strumento concreto di controllo e sviluppo. “Uno strumento interno di gestione del rischio, capace di migliorare l’efficienza operativa. E soprattutto, si trasforma in un vantaggio competitivo reale. Le aziende che gestiscono in modo efficace i dati ESG sono percepite come partner più solidi e meno rischiosi”.
La direzione è ormai tracciata. Sostenibilità, accesso al mercato e accesso al credito saranno sempre più interconnessi. In questo scenario emergeranno due modelli. Da un lato le PMI che continueranno a gestire l’ESG in modo reattivo e frammentato, e dall’altro quelle che lo integreranno nei propri sistemi aziendali. Le seconde, conclude Piroddi, “avranno un vantaggio competitivo concreto, perché saranno percepite come più affidabili, più resilienti e meglio preparate a gestire i rischi. In sintesi, il tema non sarà più ‘se’ occuparsi di ESG, ma ‘come’ farlo in modo strutturato ed efficace”.
















