fine mercato tutelato

C’è una fotografia dell’Italia energetica che racconta più di tante dichiarazioni politiche. È quella scattata dal nuovo report “Il prezzo della dipendenza” di Legambiente, diffuso nel giorno di apertura della Conferenza internazionale di Santa Marta, in Colombia, e a quarant’anni dal disastro di Chernobyl. Un richiamo che incornicia un dato di fatto: l’Italia resta uno dei Paesi europei più esposti sul fronte energetico, e questa vulnerabilità ha un costo diretto per imprese e famiglie.

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Il punto di partenza è la dipendenza dall’estero. Il sistema italiano importa circa il 95% del gas fossile e il 91% del petrolio che consuma. Una quota che, di fatto, espone il Paese alle oscillazioni dei mercati internazionali e alle tensioni geopolitiche. I numeri del 2024 sono emblematici. L’Algeria si conferma primo fornitore con 23.267 milioni di metri cubi di gas, seguita dall’Azerbaigian con 10.314 milioni. Insieme coprono oltre la metà della domanda nazionale, il 54,2%. A questi si aggiungono il Qatar con 6.902 milioni di metri cubi, pari all’11,1%, la Russia con 5.696 milioni (9%) e la Libia con 1.407 milioni (2,3%). Gli Stati Uniti contribuiscono con 5.186 milioni di metri cubi, pari all’8,2% delle importazioni.

La geografia degli approvvigionamenti non è solo una questione economica, ma anche politica. Molti dei Paesi fornitori presentano criticità sul fronte dei diritti umani o sono coinvolti in scenari di instabilità. Questo elemento aggiunge un ulteriore livello di rischio a una struttura energetica già fragile.

Il nodo si riflette direttamente sui prezzi. Tra gennaio e aprile 2026, il costo medio dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia ha raggiunto 130,5 euro per megawattora, il valore più alto tra i principali Paesi europei analizzati. Il confronto è netto: la Germania si ferma a 99,8 euro/MWh, l’Olanda a 100,1 euro/MWh, mentre la Francia scende a 70,4 euro/MWh. Ancora più marcato il divario con la Spagna, che registra una media di 42,5 euro/MWh, meno di un terzo rispetto ai livelli italiani.

La spiegazione sta nella struttura del sistema elettrico. In Italia circa il 50% della produzione è ancora legato al gas, una fonte che negli ultimi anni ha mostrato forte volatilità nei prezzi. Questo rende il costo dell’energia particolarmente sensibile agli shock esterni, trasferendo rapidamente gli aumenti sui consumatori finali e sul sistema produttivo.

Nel frattempo, la transizione verso le rinnovabili procede, ma con un passo inferiore rispetto ad altri Paesi europei. Negli ultimi cinque anni, la produzione da fonti pulite è cresciuta di appena il 10%, un dato che impallidisce se confrontato con il +41,9% registrato dalla Spagna. Il ritardo non è solo tecnologico, ma anche amministrativo. Oltre 1.700 progetti legati alle rinnovabili risultano ancora in attesa di autorizzazione presso il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, bloccando investimenti e capacità produttiva.

Per il mondo delle imprese, questa combinazione di fattori si traduce in un problema competitivo. Energia più cara significa costi operativi più elevati, margini compressi e minore attrattività del sistema Paese per gli investimenti industriali. In settori ad alta intensità energetica, il differenziale di prezzo rispetto ad altri Paesi europei può incidere in modo significativo sulle decisioni strategiche.

Il report non si limita alla diagnosi, ma propone anche una direzione. Legambiente ha avanzato 15 proposte al governo guidato da Giorgia Meloni, puntando ad accelerare la transizione energetica attraverso lo sviluppo delle rinnovabili, la semplificazione delle procedure autorizzative e una riduzione progressiva della dipendenza dal gas.

La questione, però, resta aperta. L’Italia si trova di fronte a un bivio strutturale: continuare a gestire una dipendenza costosa e rischiosa oppure investire con decisione in un sistema energetico più autonomo e sostenibile. Il prezzo della dipendenza, come evidenzia il report, non è più solo una questione ambientale. È una variabile economica centrale, che incide sulla competitività del Paese e sulla tenuta del suo sistema produttivo.