Enasarco, Fare Presto e Artenasarco:

Somigliano ai soldati giapponesi che nel ’45 disobbedirono all’ordine di resa dell’Imperatore Hirohito e si diedero alla macchia nella giungla, come se la guerra non fosse stata perduta: sono i sei membri della Commissione Elettorale dell’Enasarco indicati dalle liste espresse da Confindustria e Confcommercio. Insistono a non ottemperare alle ordinanze del tribunale di Roma pur di non riconoscere la vittoria degli odiati rivali di Fare Presto! – il raggruppamento elettorale di Confesercenti, Anasf, Federagenti e Assopam – cedendo loro la maggioranza nel Consiglio d’amministrazione della Fondazione. In una riunione del 28 dicembre la Commissione ha nuovamente evitato di votare, con la motivazione di voler attendere l’esito dell’udienza convocata dal Tribunale di Roma per il 17 gennaio.

La sostanza dei fatti è chiara

Prevalendo in ben 2 richieste ex articolo 700, Fare Presto! è riuscita a far valere la propria tesi in tribunale e ad affermare che l’assegnazione dei seggi dei consiglieri Enasarco espressi dalle Case mandanti è stata fatta male dalla Commissione elettorale e va rifatta, applicando correttamente il criterio statutario che darebbe la maggioranza dei consiglieri appunto a Fare Presto! Contro i due provvedimenti d’urgenza i perdenti hanno opposto due reclami, a loro volta respinti. Avrebbero dovuto a questo punto dar seguito all’ordinanza del giudice, operando in buona fede; e invece i consiglieri di maggioranza hanno detto ancora una volta di no, rinviando il tutto al Tribunale.

Durissima la replica dei discriminati

Hanno messo a verbale che la maggioranza dei commissari «calpesta e non rispetta la definitività del provvedimento emesso dal dottor Manzi quella del Tribunale di Roma il 16 dicembre 2021, così realizzando e ponendo in essere la fattispecie delittuosa della mancata esecuzione del giudicato cautelare al netto delle responsabilità personali sia civilistiche che erariali, paralizzando così infatti lo svolgimento delle attività dell’ente». Nella sua ordinanza il giudice Manzi aveva dato tempo alla Commissione Elettorale dal 22 dicembre fino, appunto, al 17 gennaio per dare attuazione alla sua ordinanza, riservandosi di nominare, in mancanza, un commissario ad acta per la designazione dei consiglieri o addirittura di nominarli direttamente. Ma pur di non togliere una manciata di giorni di sottopotere all’attuale Cda dell’ente, che in realtà non è mai stato pienamente legittimato nel suo operare, la Commissione ha deciso di rinviare ulteriormente. Questa storia rivela in modo impietoso quante falle ci siano nell’ordinamento delle casse previdenziali private, se con una tattica dilatoria di questa sfacciataggine è possibile differire per un anno (si votò nell’ottobre 2020!) gli effetti di un voto e di ordinanze giudiziarie chiarissime. Nel frattempo, con un’ostinazione degna di miglior causa e probabilmente esterna al perimetro decisionale diretto dei vertici, Confcommercio e Confindustria lavorano di lobbing per convincere il ministero a commissariare l’ente e far ripetere le elezioni, al fine di perpetuare una gestione transitoria ma per lo meno non avversaria e tentare di recuperare consensi (ulteriormente perduti, in realtà, proprio per questo estenuante, interminabile disperato tentativo di differire l’ovvio, a discapito della governabilità dell’ente). Ma si sa che il governo non ha alcuna intenzione di commissariare un ente che, nonostante tanti anni di cattiva gestione, ha ancora molta liquidità – circa 1,3 miliardi – sui suoi conti correnti. Ed è proprio questa, in fondo, la ragione di tanta ostinata resistenza: conservare potere anche se precario proprio su questa ricchezza.