Embargo petrolio russo stallo

Il comitato dei rappresentanti permanenti Ue è impegnato in queste ore a valutare il sesto pacchetto di sanzioni che l’Unione Europa vorrebbe adottare nei confronti della Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina e al perdurare dello stato di guerra. Si tratta di una decisione molto importante e delicata in quanto, all’interno delle misure presentate in plenaria a Strasburgo dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, c’è anche l’embargo totale al petrolio russo. La questione al momento sarebbe in totale stallo, visto e considerato che alcuni dei 27 Paesi membri temono che la decisione possa avere delle pesantissime ripercussioni interne.

L’embargo al petrolio russo è in stallo

Il primo a schierarsi contro il possibile embargo al petrolio russo era stato premier ungherese Viktor Orban che ha definito le misure proposte come “inaccettabili”. Da allora ancora nulla è cambiato, con gli ambasciatori che nella giornata del 6 maggio si sono riuniti nel Corper, il Comitato dei rappresentanti permanenti, per cercare un accordo che, però, appare ancora molto lontano.

Nei progetti di Ursula von der Leyen, l’Ue dovrebbe eliminare il greggio russo entro sei mesi ed entro la fine dell’anno i prodotti raffinati. Un blocco graduale, dunque, che però preoccupa in maggior modo i Paesi che più dipendendo dalle forniture di Mosca. Si tratta dell’Ungheria, ma anche della Slovacchia, che vorrebbero tempi più lunghi per l’abbandono del greggio e dei prodotti raffinati russi.

“Ci serviranno almeno cinque anni – ha detto Orban sul tema – e anche fondi, per riorganizzare e ricostruire gli stabilimenti. Quindi abbiamo inviato indietro la proposta e alla Commissione europea per una revisione”. Queste parole non sono piaciute a l’Alto rappresentante per la Politica estera Ue, Josep Borrell, che ha così risposto: “Il lavoro diplomatico sulle sanzioni va avanti. Se non si trova l’accordo presto, dovrò convocare una riunione dei ministri degli Esteri. Possiamo discutere di quanti anni un Paese ha bisogno per adeguarsi all’embargo, ma collegarlo a qualcosa che non ha nulla a che fare con la crisi ucraina, come i fondi per altri motivi, è inaccettabile”.