Electrolux licenziamenti

La trattativa al ministero delle Imprese e del Made in Italy non è riuscita a cambiare l’impianto del piano industriale di Electrolux per l’Italia. Dopo due giorni di confronto, Fim, Fiom e Uilm considerano infatti “esaurito il confronto tecnico” e accusano il gruppo svedese di aver confermato nella sostanza il progetto già contestato nei mesi scorsi: resta la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, nelle Marche, mentre gli esuberi previsti nel complesso dei siti italiani scendono da 1.719 a 1.450. Una riduzione che, secondo i sindacati, non modifica però la sostanza della vertenza, anche perché al conto vanno aggiunti altri 135 contratti a termine destinati a scadere senza rinnovo. Di fronte a quella che definiscono una posizione ancora troppo distante dalle richieste dei lavoratori, le organizzazioni di categoria hanno proclamato otto ore di sciopero, con modalità che saranno definite, e la prosecuzione dello stato di agitazione. La vertenza torna così a spostarsi sul terreno politico, con la richiesta di una convocazione urgente del tavolo con il ministro Adolfo Urso e le Regioni interessate.

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Il piano resta sul tavolo

Il punto di rottura è arrivato al termine di due giornate di trattativa nelle quali Electrolux ha presentato una versione aggiornata e più dettagliata del proprio progetto per ciascuno stabilimento italiano. Secondo quanto riferiscono Fim, Fiom e Uilm, le modifiche apportate al piano sono state limitate e non hanno toccato quelli che per il sindacato rappresentano i nodi fondamentali della vertenza. La multinazionale avrebbe quindi confermato la propria impostazione industriale, chiedendo parallelamente un intervento pubblico su alcuni fattori che incidono sulla competitività delle fabbriche italiane. Tra questi, Electrolux indica in particolare la necessità di intervenire a livello europeo sulla riforma del Cbam, il Carbon Border Adjustment Mechanism, il meccanismo con cui l’Unione europea mira a contrastare il rischio di delocalizzazione delle produzioni verso Paesi con standard ambientali meno stringenti attraverso un sistema di adeguamento del costo delle emissioni incorporate nei prodotti importati.

Ma la novità che ha maggiormente irrigidito il confronto riguarda l’organizzazione del lavoro. Electrolux, secondo la ricostruzione dei sindacati, avrebbe manifestato l’intenzione di superare gli accordi oggi in vigore negli stabilimenti, quelli che stabiliscono per ciascuna fabbrica limiti alla cadenza delle linee di montaggio e fissano un numero massimo di pezzi che possono essere prodotti ogni ora. La multinazionale punta invece ad aumentare la velocità delle linee, fino a un massimo di 140 pezzi all’ora, subordinando questo incremento a interventi di miglioramento ergonomico e al rispetto delle saturazioni massime. È una modifica che tocca direttamente l’organizzazione quotidiana della produzione e che, proprio per questo, diventa uno dei terreni più delicati della trattativa: per i sindacati, a fronte di richieste considerate «pesantissime», il gruppo non avrebbe messo sul tavolo contropartite industriali sufficienti.

La questione dei turni

A questa trasformazione si aggiunge un altro elemento che potrebbe cambiare il funzionamento degli stabilimenti italiani: l’obiettivo di stabilizzare l’organizzazione produttiva su un unico turno, il cosiddetto turno a giornata. La questione non è soltanto organizzativa. Dietro la scelta dei turni c’è infatti la capacità degli impianti di utilizzare gli asset produttivi, la quantità di ore lavorate, la produttività per addetto e, più in generale, la sostenibilità economica delle singole fabbriche. È proprio questo uno dei paradossi che i sindacati contestano a Electrolux: da un lato l’azienda chiede di aumentare la produttività delle linee e intervenire sui vincoli organizzativi, dall’altro mantiene nel piano un ridimensionamento significativo dell’occupazione e la chiusura di uno stabilimento.

La posizione delle organizzazioni dei metalmeccanici è quindi netta. «Esprimiamo la nostra decisa contrarietà» a una proposta che, nella loro lettura, chiederebbe «grandi sacrifici ai lavoratori» ed «enormi sforzi al governo», continuando però a prevedere esuberi e dismissioni. Da qui la conclusione che il «famigerato piano industriale di Electrolux» non sia stato ritirato, ma sia stato «in massima parte confermato». Il giudizio non lascia molto spazio a una prosecuzione del confronto tecnico nelle condizioni attuali: Fim, Fiom e Uilm chiedono perciò di riportare rapidamente la vertenza al tavolo istituzionale, coinvolgendo il ministero e le Regioni nelle quali sono presenti gli stabilimenti del gruppo.

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Gli esuberi scendono, ma il conto resta pesante

Il numero più evidente della trattativa è quello degli esuberi. Nel passaggio dalla versione precedente del piano a quella illustrata nel corso dell’ultimo confronto, Electrolux avrebbe ridotto il numero complessivo delle eccedenze occupazionali in Italia da 1.719 a 1.450 unità. Sono 269 posti di lavoro in meno rispetto alla precedente previsione, una riduzione che a prima vista potrebbe sembrare significativa, ma che per i sindacati non è sufficiente a cambiare il giudizio complessivo sul progetto. Il motivo è che il dato degli esuberi non esaurisce, secondo Fim, Fiom e Uilm, l’impatto occupazionale effettivo del piano.

Alle 1.450 eccedenze devono infatti essere aggiunti 135 lavoratori con contratto a tempo determinato i cui rapporti sono in scadenza e che, secondo quanto comunicato dall’azienda, non saranno rinnovati. Inoltre, nel periodo compreso tra aprile e agosto, l’organico a tempo indeterminato sarebbe già diminuito da 4.279 a 4.200 persone, con una riduzione di 79 unità. A questo si sommano 91 contratti a tempo determinato che sono già arrivati a scadenza senza essere rinnovati. Numeri che i sindacati utilizzano per sostenere che il ridimensionamento occupazionale non sia soltanto una prospettiva contenuta nel piano industriale, ma sia già in parte in corso.

La somma va tuttavia letta con cautela, perché esuberi, mancati rinnovi dei contratti a termine e riduzione dell’organico non sono categorie automaticamente sovrapponibili. Gli 1.450 esuberi rappresentano il dato del piano industriale; i 135 contratti a termine costituiscono invece rapporti che l’azienda prevede di non rinnovare, mentre i 91 già scaduti appartengono a una dinamica occupazionale già verificatasi. Il quadro complessivo restituisce comunque la fotografia di una presenza industriale italiana destinata a essere significativamente ridimensionata, proprio mentre Electrolux chiede di intervenire sulla produttività.

Cerreto d’Esi resta il simbolo della crisi

Al centro della vertenza rimane la sorte dello stabilimento di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona. La chiusura del sito è stata confermata anche nell’ultima versione del piano e rappresenta il punto più sensibile della trattativa perché concentra sul territorio gli effetti della riorganizzazione industriale. La decisione non riguarda quindi soltanto un bilancio aziendale o una voce di costo: coinvolge un intero ecosistema produttivo locale, con l’impatto sull’occupazione diretta e sull’indotto e con le ricadute economiche su un territorio nel quale la presenza industriale rappresenta una componente importante dell’economia locale.

La conferma della chiusura è particolarmente pesante per il sindacato perché arriva insieme alla richiesta di una maggiore flessibilità produttiva negli altri stabilimenti. La logica aziendale sembra essere quella di concentrare e rendere più competitiva la produzione residua, aumentando le cadenze e modificando l’organizzazione del lavoro; quella sindacale vede invece il rischio che la maggiore produttività richiesta ai lavoratori non sia accompagnata da un adeguato impegno industriale e occupazionale. È questa distanza di impostazione, più ancora della differenza su singole cifre, a rendere difficile il negoziato.

Il governo chiamato in causa sulla competitività

Electrolux non attribuisce però la propria difficoltà esclusivamente ai fattori interni agli stabilimenti. Nel confronto al Mimit la società ha insistito sulla necessità di un intervento pubblico sulle condizioni di competitività, a partire dal quadro europeo. La richiesta di intervenire sulla riforma del Cbam si inserisce in una discussione più ampia sul costo dell’energia, delle materie prime e degli input industriali per le produzioni europee e sulla necessità di evitare che le imprese manifatturiere del continente si trovino a competere con produttori sottoposti a regole differenti.

Per il governo la questione diventa quindi più complessa di una semplice mediazione tra azienda e sindacati. Da un lato c’è la necessità di sostenere la competitività della manifattura italiana e di evitare che gli stabilimenti vengano progressivamente marginalizzati nelle strategie industriali delle multinazionali; dall’altro c’è la richiesta di preservare occupazione e capacità produttiva. Il sindacato sostiene che non sia accettabile che agli interventi pubblici richiesti alla politica corrispondano, dal lato aziendale, nuove riduzioni dell’organico e la chiusura di uno stabilimento.

È su questo terreno che  chiedono ora di riaprire il confronto. Le sigle ritengono conclusa la fase tecnica e vogliono che il ministero e le Regioni interessate utilizzino «ogni leva possibile» per convincere Electrolux a cambiare impostazione. La proclamazione delle otto ore di sciopero è il primo segnale concreto di una vertenza destinata a salire di livello.

Una partita industriale che va oltre gli esuberi

La vicenda Electrolux mette in evidenza una questione più generale per la manifattura europea: la difficoltà di tenere insieme competitività, investimenti, produttività e occupazione in un mercato degli elettrodomestici sottoposto alla pressione della concorrenza globale. Per una multinazionale, la localizzazione della produzione dipende sempre più dalla capacità dei singoli stabilimenti di garantire costi competitivi, flessibilità, efficienza e continuità. Per il sistema industriale italiano, però, la chiusura di un impianto non è mai soltanto una decisione aziendale: significa perdere competenze, filiere e capacità produttiva difficili da ricostruire.

La partita che si apre ora sarà dunque soprattutto sulla qualità del compromesso possibile. Electrolux ha ridotto il numero degli esuberi previsti da 1.719 a 1.450, ma non ha ritirato il progetto di chiusura di Cerreto d’Esi e chiede contemporaneamente di intervenire sull’organizzazione del lavoro, arrivando a prevedere cadenze fino a 140 pezzi all’ora e una configurazione a turno unico. I sindacati considerano insufficienti le modifiche e hanno scelto la mobilitazione. Il governo dovrà ora decidere quali strumenti mettere sul tavolo per tenere insieme la richiesta di competitività della multinazionale e quella di salvaguardia dell’occupazione.

Il prossimo passaggio, quindi, non sarà più soltanto tecnico. Sarà politico e industriale. Sul tavolo ci sono 1.450 esuberi, la chiusura di Cerreto d’Esi, 135 contratti a termine destinati a non essere rinnovati, 91 contratti a termine già scaduti senza rinnovo e un organico a tempo indeterminato passato in pochi mesi da 4.279 a 4.200 dipendenti. Dall’altra parte c’è una multinazionale che chiede più produttività, fino a 140 pezzi all’ora, una diversa organizzazione dei turni e interventi sulle condizioni di competitività. La distanza resta ampia. E lo sciopero proclamato da Fim, Fiom e Uilm segnala che, almeno per ora, il tavolo non è riuscito a trasformare quella distanza in un accordo.