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SUSTAINABILITY & CIRCULAR ECONOMY - BEST PRACTICE

Quel Net Zero cominciato nei lontani anni Sessanta

Nel 1969 Whirlpool inaugurò il primo ufficio interamente deputato al perseguimento della sostenibilità. Oggi ricicla il 96% dei rifiuti di produzione ed entro nove anni azzererà completamente le emissioni

18 Novembre 2021

 Emanuela Notari

Se Whirlpool quest’anno ha dichiarato che intende raggiungere l’obiettivo Net Zero Emission nel 2030, un obiettivo molto ambizioso per un gruppo multinazionale che conta 70 stabilimenti in giro per il mondo, 78mila dipendenti e 19 miliardi di dollari di fatturato, e che necessariamente coinvolge molti aspetti del funzionamento degli impianti produttivi, c’è il trucco. Perché per riuscire ad arrivare ad emissioni zero in appena otto anni, Whirlpool è partita molti, molti anni fa. In questo periodo in Italia si parla d’altro, a proposito dell’azienda, ma la realtà dei fatti racconta un’evidenza diversa. «Non si può separare il nostro business dalle comunità in cui operiamo e in cui speriamo di crescere e prosperare», sono le parole - che sarebbero attuali dette da un ceo alla vigilia di Cop26, ma furono pronunciate nel 1969 da Elisha Grey II, l’allora numero uno di Whirlpool, all’inaugurazione del primo ufficio sostenibilità in uno degli stabilimenti. Ciò significa che già più di 50 anni fa Whirlpool era una delle poche aziende ad aver deciso di aprire dipartimenti destinati a tradurre in risultati reali l’ambizione alla sostenibilità in un processo di continuo miglioramento.

In Whirlpool tutti i processi, così come i prodotti, sono a ridotto impatto ambientale grazie a protocolli produttivi evoluti

Net Zero Emission, cioè emissioni zero, è l’obiettivo delle Nazioni Unite per il 2050, basato sulla riduzione a zero delle emissioni di CO2, fondamentale per limitare l’aumento delle temperature globali a 1,5 gradi. Per raggiungerlo dobbiamo arrivare a dimezzare le emissioni di anidride carbonica entro il 2030. Gli Stati che hanno aderito al target sono 50, compresi Cina e Usa, i maggiori produttori di C02, cui si aggiungono centinaia di regioni, città e industrie che hanno formalizzato il proprio impegno in questo senso. Compresa Whirlpool, che si è imposta di anticipare questo obiettivo al 2030. Significa che se dal 2005 ad oggi l’azienda ha già ridotto le emissioni del 60%, entro i prossimi 8 anni intende coprire quel 40% mancante che, verosimilmente, è il miglio più accidentato e complicato: transizione energetica, riduzione combustibili fossili, demetanizzazione e decarbonizzazione, abbattimento della produzione di rifiuti. 

Come si fa? Ce lo spiega Vittorio Labbruzzo, Head of Environment, Health, Safety and Sustainability di Whirlpool per l’intera area Emea: «Incrementando, fino a raggiungere il 100%, la quota di energie rinnovabili utilizzate negli stabilimenti – obiettivo che è già una realtà negli impianti del Regno Unito - e continuando a ridurre l’impatto ambientale degli elettrodomestici prodotti di un ulteriore 20% rispetto ai valori del 2016. 

Non solo i processi produttivi, ma anche i prodotti Whirlpool ambiscono infatti a ridurre la propria impronta sull’ambiente. Emblematico il caso della prima GreenKitchen, la Cucina Verde, che riutilizza le risorse tra elettrodomestici nello stesso ambiente: il motore del frigorifero scalda l’acqua per la lavastoviglie e la lavastoviglie conserva l’acqua dell’ultimo risciacquo per il prossimo lavaggio. Ma l’obiettivo si raggiunge anche cercando di incrementare ulteriormente quella quota - notevole, indubbiamente - del 96% di rifiuti di produzione recuperati e riutilizzati o riciclati. Zero emissioni, vuol dire anche zero rifiuti obiettivo che Whirlpool intende raggiungere entro il 2022 su tutti gli stabilimenti: «Oggi siamo al 70% degli stabilimenti compliant, tra cui Cassinetta di Biandronno in provincia di Varese e Melano in provincia di Ancona».

«La nostra visione di sostenibilità», prosegue Vittorio Labbruzzo, «aderisce, nello specifico del tema rifiuti, al programma Zero Waste to Landfill, certificazione emessa da Carbon Trust  - ex organizzazione governativa inglese, ora leader mondiale nella consulenza ad aziende e organizzazioni internazionali per la riduzione dell’impatto climatico, ndr - di riconoscimento e valorizzazione delle aziende che hanno sviluppato best practice nella gestione dei rifiuti. Zero Waste to Landfill prevede diversi livelli di diversion, letteralmente di “distoglimento” del rifiuto dalla destinazione a discarica – sivler, gold, platinum. Oggi in tutti i siti Whirlpool Corporation più del 95% dei rifiuti viene recuperato e riciclato o riutilizzato, che significa livello gold. In alcuni siamo addirittura al 98%, molto vicini a quello zero che è obiettivo aziendale 2022».

Whirlpool lavora con l’European Institute of technology for manufacturing fornendo expertise e casi di studio

E come si ottiene un risultato così ambizioso? «Tutti i nostri processi si ispirano al World Class Manufacturing», cioè il protocollo di standard produttivi di ispirazione per il mondo manifatturiero, ndr - che mette insieme alcune tecniche e filosofie di sostenibilità, con una focalizzazione su efficienza operativa, riduzione di rifiuti e sprechi ed efficienza economica. L’obiettivo è l’eccellenza operativa frutto di tecniche di efficientamento produttivo applicate simultaneamente. «Nel concreto, significa adottare un approccio maniacale al processo produttivo, a partire da un’analisi del flusso delle materie prime e degli scarti per capire se si può ottimizzare già in ingresso lo scarto finale. Poi lavorando ai sottoprocessi, per esempio al trattamento delle acque, che hanno un’indubbia interferenza con la produzione di fanghi di depurazione, anch’essi rifiuto. Infine identificando e recuperando tutti i materiali risultanti dai processi produttivi che possano essere riutilizzati da noi o diventare a loro volta materia prima per un altro processo produttivo, fuori dalla company, attraverso partnership esterne: toviamo qualcuno che possa utilizzare il nostro sottoprodotto come materia prima. Attraverso partnership, innovazioni tecnologiche e un po’ di pensiero laterale si possono trovare smaltitori autorizzati in grado di veicolare i nostri scarti a soggetti terzi interessati a riutilizzarli». La sostenibilità, dunque, è anche un terreno di condivisione tra aziende, di partnership. «Nello smaltimento dei rifiuti, come nella riduzione dei consumi energetici e negli approvvigionamenti di energia, le partnership sono uno strumento strategico», sottolinea Labbruzzo: «Anche gli smaltitori oggi sono più attenti a come sostenere le imprese in questo percorso, il che risulta in una generazione di valore, sia per l’ambiente sia per le imprese coinvolte. E poi non si può contare solo su se stessi perché alcune tecnologie e alcuni processi innovativi sono inevitabilmente fuori dal nostro core business. Così, non volendo rinunciare a soluzioni innovative, le cerchiamo nelle partnership esterne. Collaboriamo con l’European Institute of Technology for Manufactoring, l’organismo co-finanziato dall’Unione Europea per la creazione di un ecosistema innovativo partecipato da tutti gli attori del sistema manifatturiero europeo, attraverso il quale forniamo expertise e casi studio a start-up o Università per testare tecnologie pilota, anche nel campo dei rifiuti. Inoltre collaboriamo con il Politecnico di Milano nel Master Industrial Sustainability. Tutto questo naturalmente è possibile solo se si decide che la sostenibilità non è una funzione ma un valore aziendale e si accetta di cercarla continuamente nel miglioramento continuo di un processo fatto di tempo, obiettivi, livelli, ambizioni e determinazione».

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