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Due "signori in giallo" a Trieste
pensano al blitz e non si sa perchè

Prosegue l'offensiva di Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone sugli equilibri di comando delle Assicurazioni Generali. Ma nessuno ne ha ancora capito le ragioni e le finalità, visto il loro consenso ai piani industriali sviluppati dall'attuale managament e i risultati da essi prodotti. Come si comporteranno i fondi internazionali, in mano ai quali finiranno le sorti della compagnia?

Sergio Luciano
Donnet ai soci: per Generali group è tempo di acquisizioni

“Ambrogio, ho un leggero languorino. Ho voglia di qualcosa di buono”, diceva la “Signora in giallo” di un celebre spot della Ferrero, una ventina d’anni fa. Ebbene: ci sono due “signori in giallo” sul proscenio di quel che resta della “grande finanza italiana”, si chiamano Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone, hanno messo insieme circa il 12% delle Assicurazioni Generali legando i rispettivi pacchetti azionari in un patto di sindacato di voto che, essendo stato vietato dal regolamento quarant’anni fa, adesso si chiama patto di consultazione e sta alla moderna governance come le sanguisughe ottocentesche stanno agli anticorpi monoclonali et voilà: vogliono cambiare il vertice delle Generali perché “hanno voglia di qualcosa di buono”, come la bella (almeno!) signora dello spot. Ma cos’è questo qualcosa che Caltagirone e Del Vecchio desiderano?
Diciamolo subito: capirlo non è facile. I due, da molti anni autorevolissimamente rappresentanti nel consiglio delle Generali, hanno approvato senza battere ciglio gli ultimi due piani industriali presentati (e attuati, che non è poca differenza) dal “group ceo” Philippe Donnet, che hanno fatto crescere il gruppo stesso sotto tutti i profili, hanno permesso l’erogazione di 5 miliardi di dividendi e – per gradire - dal 2016 in qua hanno fatto aumentare il valore del titolo del 57% contro il +29% di Allianz, il +5% di Axa, il +49% di Zurich (dov’è andato a lavorare Mario Greco, che i due non gradivano), il +8% di Unicredit e il +16% di Intesa. Se si confronta poi il cosiddetto “total shareholders return”, ovvero il guadagno combinato maturato dall’azionista Generali tra rivalutazione del titolo e dividendo nel confronto con quei soggetti, si ha un vantaggio ancora maggiore: mentre il parametro delle Generali, nel quinquennio, è stato del +103%, Axa ha fatto + 35%, Zurich +99% (bravi anche loro), Unicredit +14%, Intesa +48%.
Dunque, siano archiviate le critiche generiche che qualcuno attribuisce ai “signori in giallo” sulla gestione Donnet.
Ma allora ci sarà qualcosa di più specifico? Non è dato saperlo. Si sa invece che entrambi sono forti protagonisti del mercato immobiliare, e in questa loro declinazione sono in palese conflitto d’interessi con la loro partecipata triestina, che come ogni buona assicurazione è molto presente negli investimenti sul mattone. Si sa che sono due decisori autocratici, dalla riluttante apertura mentale alla managerializzazione delle loro aziende. Del Vecchio a quasi 80 anni volle  riprendere personalmente le redini dell’azienda mandando via Andrea Guerra, e chapeau perché effettivamente la sua Luxottica è andata ancora meglio, sotto la guida della sua senile ma ferma e lucida mano… E non si sa abbastanza – o meglio, non si considera - che non è con questo genere di paladini che si difenderà l’italianità di un gruppo come le Generali e come il suo (ancora per un piccolo margine) singolo maggiore azionista, cioè Mediobanca.
Già: perché una delle favole dei fratelli Grimm dell’ex salotto buono, quella che circola sospinta dai corifei, è che con due famiglione del calibro dei Del Vecchio e dei Caltagirone a presidiarne l’azionariato, le Generali non correranno mai più il rischio di scalate.
Macchè. E’ vero semmai il contrario. Prendiamo il caso Fiat. Vivo l’Avvocato e poi suo fratello Umberto, gli Agnelli – pur tra qualche perplessità – non erano mai arrivati al punto di vendere la Fiat. Tanto petting, molti preliminare, ma nessun accoppiamento: né con Ford né con General Motors, con cui ci fu, sì, il fidanzamento ma condito da tali clausole cautelative da poter essere spezzato in ogni momento come in effetti accadde. Assurta al potere la nuova generazione, gli Elkann, quasi insensibilmente il nuovo capo della famiglia John ha di fatto ceduto il controllo del gruppo fondendolo con la Psa e passando lo scettro del potere nella scelta del management (scettro che, come diceva suo nonno, è ciò che connota il vero “padrone” di un’azienda) a un gruppo di soci, che include un’altra famiglia imprenditoriale francese e soprattutto il governo di Parigi, un gruppo con cui trovare accordi perché non se ne sta certo lì a prendere il dettato di Elkann.
Ma ha ragione l’erede Agnelli: meglio avere il 16% di un colosso sano e profittevole che il 32% di un gruppone troppo piccolo per competere.
Ebbene: nessuno, ma proprio nessuno, può mettere la mano sul fuoco sul fatto che un afflato patriottico induca gli eredi Del Vecchio – tra cento anni chiamati a succedere all’ottantaseienne fondatore – ed anche quelli Caltagirone, tra 150 anni allo stesso appuntamento, a difendere il tricolore che sventola a Trieste: faranno né più nè meno quel che i gestori dei loro family-office suggeriranno loro di fare. Anche perché sarà già cara grazia se le giovani generazioni dei due tycoon avranno ancora voglia di occuparsi di occhiali e mattoni: figuriamoci di noiosissime polizze (e collegati poteri, più forti nell’immaginario di certe cronache finanziarie che nella realtà).
Dunque Caltagirone e  Del Vecchio non hanno ancora fatto capire a nessuno perché vorrebbero sostituire Donnet, che con la sua gestione ha dato al gruppo lo sprint borsistico e finanziario auspicato da tutti, hanno firmato un patto di consultazione ”Anni Ottanta”, garantiscono il presidio dell’italianità come i carri armati di cartapesta del Duce i sacri confini dell’impero… eppure fanno risuonare i mercati del loro incedere aggressivo.
C’è da chiedersi in che modo gli investitori istituzionali vedranno tutto ciò al momento di pronunciarsi in assemblea dei soci sulle verosimilmente opposte liste di consiglieri: quella presentata da Mediobanca e quella del “patto”.
Tutto è possibile: il caso Telecom insegna, anche una divaricazione tra pesi di controllo e management può verificarsi. Ma è possibile anche un accodarsi dei fondi all’iniziativa degli aggressori, perché fidarsi dei fondi è come fidarsi dei marinai per le Madame Butterfly di ogni Paese.
Però è improbabile che la voglia di “qualcosa di buono” dei due signori in giallo della finanza italiana piaccia a chi per mestiere vuol far solo fruttare i propri soldi e non si pone in concorrenza con le sue partecipate. I fondi si fidano di più del management indipendente che dei “cani da riporto” di padri-padroni abituati a trattare i dirigenti come solo Raul Gardini ebbe il coraggio di dire (ma tutti avevano e hanno quello di fare): “Come i miei cani da riporto”.
Nell’era della complessità, dove perfino un leader mondiale sente il bisogno di innovare, (e in questo Luxottica fa benissimo, anche se per altri versi auguriamo a Facebook e a Del Vecchio un totale insuccesso nel tentativo di riempirci di spie del nostro e altrui vivere perfino le montature degli occhiali), entrare nel consiglio d’amministrazione di una multinazionale che ha il 40% del capitale diffuso in mano agli investitori istituzionali calzando gli stivali da caccia, be’: è a dir poco maleducato.
Poi, alla fin fine, il “deep state” delle Generali, con o senza Donnet, sopravvivrà tetragono a qualsiasi incursione. Solo, per ripeterci e per finire: anche se Caltagirone e Del Vecchio dovessero prevalere, ed è improbabile, non è con queste terre rare che rinascerà il capitalismo italiano. Rinascerà, forse: ma da qualche altra competenza e da qualche altra età.
 
 
 
 

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