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FINANZIARE L'IMPRESA

Quei segreti che fanno bene alla cassa

Poche aziende lo sanno, ma il know how aziendale (compresa la banca dati e le pratiche commerciali) è tutelabile per legge e iscrivibile a bilancio per attirare investitori e godere di benefici fiscali. Ecco come

Marina Marinetti
Quei segreti che fanno bene alla cassa

Flavio Notari, of counsel tax advisor di Orrick

Ci sono segreti che conviene avere. Letteralmente. Perché rendono più attraente l’impresa nei confronti dei potenziali investitori. E aprono la strada a benefici fiscali non indifferenti. Prendiamo il caso - ma il concetto è universale - delle startup (e non solo tecnologiche): «Il fondo che investe su una startup punta sulle risorse intellettuali, ma la difficoltà, in fase di early stage, è dimostrare di avere il controllo su quella che i founder asseriscono essere la proprietà intellettuale, l’innovazione che portano», spiega a Economy Flavio Notari, dottore commercialista nonché of counsel tax advisor dello studio legale internazionale Orrick, che insieme al collega (avvocato) Michele Bertani, special counsel presso lo stesso studio, ha elaborato una precisa strategia su segreti aziendali e tax benefit. Temi sui quali Orrick è più che preparata: assiste tremila società tech, incluse dieci tra le più grandi al mondo, tra cui figurano Microsoft, Oracle, Cisco e Baidu. E, big a parte, affianca le aziende sia nei round seed che nelle fasi successive di investimento anche in connessione con finanziamenti complessi, per operazioni di flip e di M&A, nonché fondi di capitale di rischio in operazioni di investimento e di uscita. Lavora in Italia con fondi del calibro di  360 Capital Partner, United Ventures, Lightrock, GP Bullhound, Sinergia Venture Fund, Kreos Capital, LVenture Group e altri.


Non solo brevetti

Certo, ci sono i brevetti, ma, sottolinea Notari, «approcciare i processi di brevettazione nelle prime fasi di early stage è complicato e costoso. Non solo: occorre avere l’idea precisa dell’innovazione, ma questo confligge con la flessibilità strutturale che le imprese innovative devono avere per fare pivot nel definire la vera chiave di successo». E dunque? Dunque, al di là dei brevetti, ci sono i segreti commerciali: l’ordinamento italiano li tutela. «Non tutte le cose che si qualificano come segreti commerciali possono essere oggetto di brevettazione, ma costituiscono comunque un ulteriore patrimonio aziendale», continua Notari. «È utile creare uno strumento flessibile, un contenitore all’interno del quale stratificare le varie informazioni». La lista è piuttosto lunga: liste clienti, loro preferenze e fabbisogni, dati di costo di prodotti e servizi, contenuto delle offerte commerciali riservate, strategie di marketing, metodi commerciali, prezzi praticati ai diversi clienti, informazioni riservate su operatori economici, elaborazioni di dati, insegnamenti tecnici brevettabili ma non brevettati, segretabili e non suscettibili di reverse engineering, bozze di domande brevettuali, algoritmi, software in formato sorgente, know-how, risultati di prove tecniche, dati di funzionamento di impianti e macchinari, piani di ricerca e sviluppo. «Si tratta di elementi che hanno valore economico proprio in quanto segreti e che vanno sottoposti ad adeguate misure per mantenerli segreti. È questo che rappresenta il vero valore su cui punta l’investitore», rimarca Notari.


Primo: mappare

L’approccio vale per le startup, ma anche per aziende di grandi dimensioni. «Il primo passo è la mappatura delle esigenze di protezione rispetto all’organizzazione esistente, dopodiché si procede con elaborare le procedure per la segretazione sia del flusso interno che dello scambio con l’esterno per presidiare i processi. Oltre all’implementazione nelle policies aziendali, è importante anche la formazione del personale». E chi pensa che sia sufficiente il classico non disclosure agreement è fuori strada: «Stipulare un Nda con una limitazione temporale al divieto di divulgazione ed utilizzo delle informazioni, ad esempio, crea una falla al sistema di protezione dei trade secrets; un errore banale che però spesso notiamo nelle prassi non corrette delle aziende».

Sono informazioni tutelabili le liste clienti, i dati di costo di prodotti e servizi, le strategie di marketing e molto altro

Custodire segreti conviene anche fiscalmente: «Organizzando la tutela dei segreti commerciali di natura tecnica secondo i dettami degli artt. 98-99 del Codice della proprietà industriale l’imprenditore può ottenere vantaggi anche sul piano della capitalizzazione degli investimenti impiegati per realizzare lo sviluppo dei trade secrets. E, soddisfando i requisiti della identificabilità e del controllo richiesti dallo Ias 38, il valore di queste attività immateriali può essere iscritto a bilancio». Il know how, insomma, diventa una voce di bilancio: «La legge di bilancio 2021 consentiva di rivalutare gli asset. Le aziende hanno rivalutato marchi e immobili, ma la voce più rilevante sarebbe dovuta essere il know how, che tutte le imprese hanno, ma pochissime mappano».


I benefici fiscali

Ci sono altri due ingranaggi che muovono l’impresa sulla strada della protezione del know how: il credito d’imposta per attività di ricerca, sviluppo e innovazione e il Patent Box. «La Legge di Stabilità per il 2020 ha riscritto il credito d’imposta del piano Impresa 4.0 introducendo, a partire dal 1° gennaio 2020, un credito d’imposta per investimenti in ricerca e sviluppo, transizione ecologica, innovazione tecnologica 4.0 e altre attività innovative in favore delle imprese che, senza limiti di fatturato e indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico in cui operano nonché dal regime contabile adottato, effettuano investimenti per le attività di ricerca e sviluppo in vari ambiti, incluso quello commerciale. Il beneficio fiscale consente di sussidiare il costo del programma di protezione: se l’approccio dell’azienda è sistemico, a queste misure non si arriva una volta terminata l’attività, ma anzi si costruisce tutto il percorso in mondo tale da arrivare a godere del credito di imposta con tutto già in ordine», rimarca Notari. E il credito d’imposta è cumulabile con altre agevolazioni che abbiano ad oggetto i medesimi costi (sempre che il cumulo non porti al superamento del costo sostenuto).

Poi c’è il caro, vecchio Patent Box introdotto dalla Legge di stabilità 2015. A dispetto del nome, non riguarda solo i brevetti o i software protetti da copyright, ma anche disegni e modelli e, udite udite, informazioni aziendali ed esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali o scientifiche proteggibili come informazioni segrete, giuridicamente tutelabili. «Se l’attività di acquisizione, combinazione, strutturazione e utilizzo delle conoscenze e capacità esistenti di natura scientifica, tecnologica, commerciale allo scopo di sviluppare prodotti, processi o servizi nuovi o migliorati, ha dato vita ad una immobilizzazione immateriale, su tale intangible sarà possibile optare per il Patent Box», spiega Notari. E quindi escludere dal reddito complessivo (ai fini Ires e Irap) il 50% dei redditi derivanti dalla concessione in uso o dall’utilizzo diretto dei beni immateriali.

Credito d’imposta e patent box offrono un immediato vantaggio economico da utilizzare per il proprio percorso di crescita

«Proprio in caso di utilizzo diretto, il Decreto Crescita 2019 ha previsto la facoltà, in tutti i casi di utilizzo diretto del bene, per i contribuenti che vogliano optare per il regime, in alternativa alle procedure di ruling, di determinare e dichiarare autonomamente il reddito agevolabile, posticipando il contraddittorio con l’Amministrazione finanziaria ad una successiva fase di controllo». Nel frattempo le risorse si possono investire per crescere. «Tutte le Pmi fanno innovazione e hanno la possibilità di sfruttare questi ingranaggi per acquisire vantaggi competitivi», conclude l’of counsel tax advisor di Orrick: «Non ci sono scuse per perdersi quest’occasione. E valorizzare i segreti aziendali è prezioso anche agli occhi degli investitori».

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