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E se mettessimo un cip sulla Cina?

Il Pil pro-capite cresce, i consumi interni pure e Xi Jinping ha deciso di mettere le briglie a uno sviluppo troppo sbilanciato sul fronte dei debiti. Il Dragone inizia a essere un'opportunità di investimento

Ugo Bertone*
 E se mettessimo un cip sulla Cina?

Negli ultimi 30 anni il Pil pro-capite di 1,4 miliardi di cinesi si è moltiplicato di 17 volte. Nello stesso periodo la ricchezza prodotta ogni anno è salita di 40 volte in dollari correnti. Sebbene il dato sia di un terzo ancora inferiore a quello Usa (ma è già tre volte quello del Giappone, di cui era un decimo trent’anni fa) se si tiene conto del diverso potere d’acquisto dello yuan rispetto al dollaro (il 40% in più secondo l’ultimo Big Mac Index), è già di un 15% sopra quello statunitense.

Nei giorni in cui la Cina festeggia con grande solennità il centenario del partito comunista è doveroso rendere omaggio alla formidabile crescita del Drago che, peraltro, non è certo arrivato a fine corsa. Anzi, la Cina è emersa dalla pandemia con una forte accelerazione sul piano tecnologico, specie nel campo digitale, che rende possibile un profondo cambiamento degli stili di lavoro, di consumo e di impiego del tempo libero. Una sorta di rivoluzione permanente che, in termini di portafoglio, potrebbero rappresentare una grande opportunità.

Certo, le controindicazioni non mancano. È senz’altro scontato che l’economia e la politica cinese dovranno fare sempre più i conti con l’ostilità dell’Occidente. E ci vorrebbe una sfera di cristallo per stabilire se e fino a quando la società cinese potrà fare a meno della democrazia oppure se il modello di chiusura rigida ad ogni possibile dissenso non sia destinato prima o poi a collassare.  Anche perché la sfida ambientale, vista da Pechino che ancor oggi dipende in maniera determinate dal carbone, è davvero drammatica. Inoltre, non meno importante, pesa la mancanza di trasparenza: poco o nulla si sa delle reali dimensioni del debito delle imprese e delle amministrazioni locali, un macigno che potrebbe giocare brutti scherzi.

Ma pur con tutta la prudenza del caso, occorre prender atto che Xi Jinping ha deciso di metter le briglie ad uno sviluppo troppo sbilanciato sul fronte dei debiti, anche a costo di rallentare il formidabile potenziale dell’export made in China, del resto accompagnato da disastri ambientali sempre meno tollerabili. 

La nuova economia dovrà basarsi soprattutto sui consumi interni e così accompagnare una delicata fase di passaggio della società: anche in Cina, infatti, si fanno meno figli e, passate le feste, il Partito (la cui autorità precede e sopravanza lo Stato) dovrà porre mano ad una impopolare riforma della previdenza. In Cina oggi si ha diritto alla pensione a 54 anni, un traguardo insostenibile ed anacronistico, raggiunti certi livelli.

Di qui la necessità di puntare sull’innovazione per soddisfare una società sempre più complessa, disposta ad obbedire al partito purché vengano soddisfatte esigenze sempre più sofisticate: la dittatura cinese, a differenza della Russia, è cresciuta con il benessere. Non a caso le linee di sviluppo dell’ultimo piano approvato dal plenum del partito parla di una sfida basata su quattro tendenze che rappresentano altrettante filiere di sviluppo: l’innovazione tecnologica, la transizione ecologica, l’evoluzione dei consumi (lusso ma non solo) e le innovazioni in campo medicale. Il tutto con una forte accelerazione della rivoluzione digitale che già sta cambiando le abitudini di consumo, di lavoro o di svago: molte aziende cinesi sono leader globali di settori trainanti come l’e-commerce e i pagamenti online. O nelle infrastrutture fondamentali come il 5G, i data center, il cloud o l’intelligenza artificiale.

Non è azzardato, dunque, guardare al mercato cinese come ad una grande opportunità, specie nel medio-lungo termine, al di là delle guerre commerciali o delle varie sanzioni tra le superpotenze. Sia sul mercato del debito pubblico, senz’altro meno esplosivo e più redditizio di quello Usa o dell’Eurozona che, ovviamente, sul fronte azionario dove la Cina rappresenta nel medio termine il motore di crescita più importante del pianeta. 

*L'autore Ugo Bertone. torinese, ex firma de "il sole-24 ore" e "la stampa", è considerato uno dei migliori giornalisti economico-finanziari d'italia

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