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Ci si accapiglia sulla riforma giudiziaria
ma nessuno osa parlar male dei giudici

Sergio Luciano
tribunale

E’ stupefacente come in un Paese dove chiunque s’accapiglia analizzando le lacune dei centrocampisti nei campi di calcio e le miopie dei cuochi in cucina, dove i virologi vengono vivisezionati e crocifissi ai loro (sbagliatissimi!) tweet, dove i metereologi si beccano le cause per danni quando rilasciano un allerta-meteo smentito dai fatti, ebbene: non uno, non uno tra i commentatori del “main stream”, ovvero tutti salvo quelli dei tre o quattro giornali della destra post-berlusconiana, osa sottolineare la clamorosa assenza di un argomento chiave dalla polemica sui tempi della giustizia: l’argomento relativo all’inadeguatezza professionale dei giudici e dei pm.
Non uno ha il coraggio. Cos’è, paura di ritorsioni? O tabù istituzionale? Un po’ e un po’?
Certo, è verissimo che le regole procedurali sono in gran parte scritte coi piedi. E che quindi la colpa dell’abominevole disastro della giustizia italiana è anche delle regole. Ma a prescindere dal fatto che, a parità di pessime regole, ci sono tuttavia Corti che si distinguono per efficienza grazie alle capacità manageriali del magistrati al loro vertice, c’è un ragionamento di evidenza solare che dimostra come prendersela con le regole non basta.
Proprio le polemiche di queste settimane dimostrano quanto la categoria – l’”ultracasta”, dal titolo dell’indimenticabile e definitivo pamphlet di Stefano Livadiotti (Bompiani, 2004) – sia capace di interdire le norme che non le garbano. Dunque se quelle vigenti fanno schifo, se per esempio “basta che un giudice del tribunale cambi durante il processo (a causa di un trasferimento, di una maternità, di una malattia), che questo deve ricominciare da capo”, come ha vibratamente stigmatizzato il procuratore capo di Potenza Francesco Curcio sul Domani, è segno che la premiata ditta giudiziaria non si è mai opposta ad esse: né si è opposta a livello del lobbing mediatico che sta mettendo in atto proprio in questa fase, né nella sede istituzionale del Csm. Ma visto che sanno interdire, non possono fingere che non saprebbero ispirare.
No, la verità è che dal Dopoguerra ad oggi, la Magistratura si è ridotta a magistratura. Con la “me” miniscola. Da missione a casta, per l’appunto. Salvi i tanti Falcone e i molti Borsellino, salvo i superlavoratori ed eroi civici che illustrano le loro azioni – ma non quelle dei colleghi fannulloni, o incapaci, o corrotti o faziosi – troppe toghe semplicemente lavorano male. O non lavorano affatto, che per certi versi è meno dannoso, e per altri di più. Ma nessuno osa dirlo.
Sarebbe sterile? Mica tanto: per esempio nessuno osa aprire un dibattito sui criteri di selezione della categoria di pubblici ufficiali dotata del maggior potere individuale sul prossimo, appunto i Pm. Un dibattito prezioso per il futuro. Basta avere buona memoria e aver mandato a mente tanti articoli di codice, per superare un concorso pur difficile, come quello per diventare magistrato. Sotto il profilo delle valutazioni generali, del carattere e dell’attitudine, è più impegnativo diventare vigile del fuoco o operatore socio sanitario.
 

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