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La lobby c’è, ma non si vede

Con la politica di fatto commissariata, come si stanno muovendo i cosiddetti “portatori di interessi”? Lo abbiamo chiesto ai diretti interessati. Scoprendo che sono cambiati i metodi, ma anche gli interlocutori

Marina Marinetti

Sarà anche una brutta parola, “lobby”, ma è fondamentale nel processo decisionale. Perché è impensabile che il politico o il funzionario di turno sia onnisciente. E quindi va imbeccato. Niente di illecito, per carità: rappresentare i propri interessi, motivandoli adeguatamente per essere convincenti, è assolutamente legittimo. E, anzi, fortemente consigliato, giacché le norme e gli aiuti non piovono dal cielo. Lo scorso anno la lobby dei parrucchieri, per esempio, dev’esser stata particolarmente convincente, se, tra un Dpcm e l’altro, Giuseppe Conte (che pure in ambito tricologico sarebbe uso a far da sé) decise che nell’Italia chiusa per Covid coprire la ricrescita e farsi dare una spuntatina era un’attività irrinunciabile. Sembrano passati secoli, e l’attuale inquilino di Palazzo Chigi all’apparenza sembra aver congelato il circo Barnum dei questuanti. Tanto da sollevare le proteste di The Good Lobby, un’organizzazione no profit con sede a Milano e a Bruxelles che, a dispetto del nome, lavora per arginare il potere e l’influenza delle lobby «che troppo spesso - dicono - sono disposte a sacrificare il benessere della comunità per il guadagno di pochi». E lo fa attraverso campagne di pressione, attività che in gergo lobbystico si definisce elegantemente advocacy. Ebbene, qualche settimana fa The Good Lobby aveva puntato l’indice contro il  Ministero della Transizione ecologica, reo di aver fatto sparire dalla home page i link alle agende del ministro, dei  sottosegretari, del gabinetto del ministro e degli alti e medi dirigenti, tutti tenuti a rendere pubblici gli incontri con i portatori di interessi. Col risultato che ore è diventato tortuoso scovare le agende. Le pagine sono state rimosse dopo che il Garante della Privacy ha aperto, il 21 aprile scorso, ha aperto un’istruttoria a carico del ministero al quale contesta l’eccesso di trasparenza. Ed è subito cortocircuito.

Dalla home page del ministero della transizione ecologica è sparita l’agenda degli incontri per questioni di... privacy


Tra privacy e trasparenza

Un problema circoscritto, comunque: The Good Lobby rileva che solo tre ministeri su 18 hanno un registro pubblico online a cui devono iscriversi i lobbisti o un’agenda pubblica degli incontri con i portatori di interessi. «Peccato che i dati spesso non siano aggiornati o non forniscano le informazioni necessarie», sottolinea Federico Anghelé, il direttore di The Good Lobby, che da tempo si batte per una regolamentazione del settore. «Il rischio della mancanza di trasparenza è abbastanza evidente ora che con il Pnrr si aprono capitoli di spesa che per anni non vedranno nuovi finanziamenti. In più, sono cambiati gli interlocutori nel pieno di un’emergenza doppia: la pandemia ha complicato incontri e relazioni, tanto più che, utilizzando i canali istituzionali, nessuno è tenuto a rispondere, mentre a Bruxelles sono obbligati a rispondere alle email entro 15 giorni».

«Lo scenario è cambiato e i nuovi interlocutori hanno l’aggravante di essere una maggioranza poco coesa», continua Anghelé. «Da quasi un anno sono ferme 3 proposte di legge – Silvestri, Madia e Fregolent – in Commissione Affari Costituzionali della Camera. Abbiamo condotto un ciclo di audizioni e tutti gli attori si erano detti favorevoli alla regolamentazione. Ma ora ne abbiamo completamente perso le tracce e non riusciamo ad avere aggiornamenti dalla commissione Affari Costituzionali, che sta trattando tutti i temi, tranne questo». La macchina, insomma si è ingolfata. E con la macchina ingolfata e la politica che pare commissariata, come si stanno muovendo i lobbisti? «Il lavoro del lobbista non è cambiato molto con questo Governo», risponde Gianluca Comin, che con la sua Comin and Partners cura le relazioni istituzionali di clienti di un certo calibro. «Certamente, la grande competenza tecnica del premier Draghi e dei ministri richiede che il portatore di interesse sia maggiormente informato, competente e che produca della documentazione attendibile e approfondita. Per il resto, le attività svolte dai lobbisti rimangono quelle di sempre: conoscere in anticipo il programma del Governo e informare i decisori dei risvolti che le nuove norme possono apportare ai diversi settori merceologici. Infine, non va trascurato il ruolo della politica che in Parlamento converte i decreti e approva le leggi. La politica, infatti, si basa sul consenso e il consenso necessita di una buona comunicazione. Per questi motivi, la lobby è sempre più strettamente legata all’advocacy, alla capacità di influenza e all’utilizzo degli strumenti più innovativi di comunicazione».


AAA Politica cercasi

Già, la politica: che fine ha fatto? «In effetti, la politica è un po’ compressa», conferma lo “Sporco lobbista” (è il titolo del suo blog) Fabio Bistoncini, classe 1964, che nella vita non ha mai praticamente fatto altro. Già trent’anni fa seguiva il settore Public Affairs e Lobbying in Scr, tre anni dopo era responsabile delle Relazioni Istituzionali per tutti i clienti delle agenzie del gruppo Shandwick in Italia per poi fondare, ’96, la Fb & Associati (con sedi, manco a dirlo, a Roma, Milano e Bruxelles) di cui attualmente è amministratore delegato, una delle più importanti società di advocacy e lobbying. «Si va avanti comunque, ma non confondiamo ila policy, cioè il processo che porta a prendere le decisioni, dalla politics, ovvero quando devono essere rese esecutive. Nel processo di policy i gruppi di interesse sono attivi come prima... Casomai c’è un restringimento su alcuni temi del processo decisionale in capo alla Presidenza del Consiglio, ma poi le decisioni devono essere comunque rese esecutive e in quella fase i gruppi di interesse sono attivi tanti quanto prima. Dove c’è una decisione, c’è un gruppo di interesse». O anche più d’uno. Ma con la pandemia sono cambiate le modalità: «Si è sostituito lo strumento dell’incontro fisico con l’incontro virtuale», chiarisce Bistoncini (ma un’idea già ce l’eravamo fatta, tra riunioni su Zoom e ragazzi in Dad), «che non è altrettanto efficace. E così è cambiato anche il materiale informativo da produrre a sostegno delle proprie tesi. Consegnarlo avendo la possibilità di illustrarlo è una cosa, dover adattare il materiale alla fruizione con uno strumento diverso è un’altra. E non è solo questione di grafica»: ora il documento dev’essere autoesplicativo».

Guardiamo avanti

Insomma, il lobbying c’è (ancora), ma non si vede. Ma secondo i lobbisti non è un problema: «La trasparenza o i registri degli appuntamenti non sono la soluzioni ai mali del mondo», commenta Simone Dattoli, che nel 2010 ha fondato la sua InRete (con sedi a Roma e Milano, ma non a Bruxelles) puntando molto sul digitale. «Tutti cavalcano l’onda della trasparenza nascondendo la polvere sotto il tappeto, quando il lavoro che facendo il governo Draghi è talmente cruciale per il futuro del Paese e dell’economia che stare a guardare la trasparenza è un po’ come lo stolto che guarda il dito anziché la luna. Evidentemente certi appuntamenti devono essere svolti con discrezione». E anzi il lobbying, per Dattoli, proprio ora è particolarmente florido: «C’è un tema di competenza e analisi tecnica, ma anche di sovrapproduzione normativa dopata nell’ultimo anno e mezzo, che ha consentito al nostro settore di lavorare molto, perché ogni gruppo di interesse ha cercato di portare acqua al suo mulino. L’interlocuzione con la politica c’è anche adesso, ma è l’incisione della politica sulle determine che è diminuita: adesso le decisioni rilevanti vengono prese dai tecnici. E da cittadino prima che manager sono contento che ci sia un orientamento di competenza. Per cercare di influenzare le decisioni ora si devono privilegiare soggetti diversi, che sono meno politici e più tecnici. Il lavoro non cambia: cambia il target». Non dimentichiamo, infatti, che sono proprio i lobbisti a presentare ai decisori pubblici studi, report e soluzioni motivate alle questioni che stanno loro a cuore, per così dire. «I lobbisti sono quelle persone che per farmi comprendere un problema impiegano dieci minuti e mi lasciano sulla scrivania cinque fogli di carta», diceva John Fitzgerald Kennedy. «Per spiegarmi lo stesso problema i miei collaboratori impiegano tre giorni e decine di pagine».

La pagella della trasparenza dei ministeri

Secondo l’analisi di The Good Lobby, tra tutti, il più trasparente è il dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti: al Ministero dello Sviluppo Economico è infatti attivo dal 2016, per volontà dell’allora Ministro Carlo Calenda, il Registro della trasparenza e le agende degli incontri. Tutti i successori di Calenda- Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli e l’attuale ministro – hanno mantenuto questa innovazione. L’agenda non riguarda solo il Ministro, ma anche i Sottosegretari e tutti i dirigenti più alti in grado del Ministero. Secondo posto per il Ministero della Transizione Ecologica: l’allora titolare dell’Ambiente Sergio Costa puntò tutto sulle agende degli incontri, che considerano anche tutti i dirigenti delle varie aree di competenza del dicastero. L’aggiornamento è settimanale e permette di monitorare le diverse interazioni con i lobbisti. In terza posizione si posiziona il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali retto da Andrea Orlando: in questo caso il registro e le agende furono introdotte nel 2018 quando ministro del Welfare era Luigi Di Maio. I suoi successori hanno mantenuto il registro della trasparenza, ma i dati si presentano aggiornati solo sporadicamente e le schede online dei portatori di interessi iscritti sono vuote o comunque inaccessibili. E gli ultimi dati disponibili nelle agende degli incontri risalgono addirittura al 2019. Poi il nulla. «Di Maio, peraltro, al momento si è guardato dall’introdurre al Ministero Affari Esteri sia il Registro sia l’agenda», rileva The Good Lobby. «Un peccato considerando come dal suo dicastero passi la partita cruciale del commercio estero».

Fuori dal podio il Ministero della Pubblica Amministrazione retto da Renato Brunetta: il Registro e le agende degli incontri erano stati introdotti nel 2017 dall’allora Ministra Marianna Madia, grazie a una richiesta di Riparte il futuro, l’attuale squadra di The Good Lobby. Poi Giulia Bongiorno decise di rimuoverli. A gennaio 2020 la nuova inquilina del Ministero, Fabiana Dadone, aveva promesso un nuovo registro della trasparenza. «Sta di fatto che la ministra Dadone non ha mai dato l’ordine esecutivo e tutto è rimasto nel cassetto. Brunetta al momento non ha dato disposizioni». A seguire il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali: fu il primo Ministero – reggente Mario Catania (Governo Monti) – nel 2012 a introdurre il registro della trasparenza. «Il registro è sparito dai tempi dell’allora titolare del Dicastero Nunzia de Girolamo che lo definì una pratica da “legge sovietica”. Peccato che il lobbying e la trasparenza siano invece un requisito di tutte le democrazie più mature», sottolinea The Good Lobby. Ultimo Dicastero degno di notazione il Ministero delle Infrastrutture e delle Mobilità Sostenibili: in questo caso il Registro e le agende furono introdotti a titolo personale nel 2014 dal viceministro Riccardo Nencini. «Dopo Nencini né Danilo Toninelli, né Paola De Micheli hanno provato a introdurre questi strumenti di democrazia. Giovannini al momento non ha dato segnali». E tutti gli altri dicasteri? «Bocciati su tutta la linea in quanto non hanno mai dato segni di vita rispetto al tema Registro e agenda». E, se ve o state chiedendo, neppure sul sito di Palazzo Chigi sono presenti il Registro della Trasparenza e le agende degli incontri.

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