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La proprietà rende le donne libere e uguali

L'equivoco sulla concezione della famiglia della teoria economia convenzionale non è stato risolto neppure nelle economie sviluppate. Intervista a Bina Agarwal, Premio Balzan 2017 per gli studi di genere

Marina Marinetti
La proprietà rende le donne libere e uguali

«Sta insinuando che alle donne si dovrebbero dare diritti sulla terra? Cosa vogliono le donne? Distruggere la famiglia?». Correva l'anno 1989 e Bina Agarwal, docente di Economia dello sviluppo e ambiente presso l’Università di Manchester nonché Premio Balzan 2017 per gli studi di genere (in Italia Il Mulino ha recentemente dato alle stampe il suo "Disuguaglianze di genere nelle economie in via di sviluppo"), veniva investita dalle invettive del ministro dell'Agricoltura per aver presentando alla Planning Commission of India un suo paper a sostegno dell’attribuzione di diritti terrieri indipendenti alle donne. Parliamo di trent'anni fa, non del Medioevo. Ma la parità di genere resta un nodo difficile da sciogliere. E non solo in India: persino nei Paesi sviluppati, Italia compresa, il controllo delle risorse finanziarie è tipicamente declinato al maschile. Specialmente nelle famiglie. «Eppure», spiega a Economy Bina Agarwal, «se le donne possiedono la proprietà aumenterà la stabilità coniugale. I contributi economici delle donne sono anche più "visibili" e godono di un maggiore potere contrattuale».


La proprietà è un riequilibratore tra le forze, insomma.

La mia ricerca mostra anche che le donne che possiedono una casa o un terreno affrontano un rischio drammaticamente più basso di violenza domestica. Questo può portare i mariti a condividere di più i compiti domestici e la cura dei figli e permettere alle donne di partecipare più equamente alle decisioni familiari. A sua volta, un miglior trattamento da parte del marito aumenta l'impegno della donna a rimanere nel matrimonio. In altre parole, è probabile che il possesso di una proprietà indipendente da parte delle donne stabilizzi piuttosto che destabilizzare la famiglia, rendendola anche più egualitaria. Che tipo di famiglie vogliamo nel 21° secolo? Vogliamo famiglie basate sulla partnership paritaria e sull'associazione volontaria, o famiglie basate sul confinamento coercitivo delle donne? Le famiglie egualitarie sono anche probabilmente più felici.

Nel suo "Disuguaglianze di genere nelle economie in via di sviluppo" (Il Mulino) parla di un'equivoco di fondo. Qual e?

Nella teoria economica il modello convenzionale della famiglia è il "modello unitario" (specialmente come enunciato dal premio Nobel Gary Becker). Questo modello presuppone che tutti i redditi familiari siano messi in comune, che i membri della famiglia condividano interessi e preferenze comuni, e che un capofamiglia altruista assicuri un'equa distribuzione delle risorse soggetta a un vincolo di bilancio. Ma la realtà è molto diversa. 

Ovvero?

Un vasto corpo di prove empiriche rivela profonde disuguaglianze di genere all'interno delle famiglie nell'accesso ai beni, all'istruzione e all'assistenza sanitaria, così come nella condivisione del lavoro. Queste disuguaglianze sono meglio spiegate da modelli di contrattazione che riconoscono che le interazioni all'interno della famiglia contengono elementi sia di cooperazione che di conflitto, e i risultati dipendono dal potere di contrattazione di una persona.

E quello delle donne, le sue ricerche lo dimostrano, è tipicamente inferiore a quello degli uomini...

Certo: non solo a causa della disparità di reddito, ma anche a causa della disuguaglianza nella proprietà e nelle norme sociali. Inoltre il potere contrattuale delle donne a casa è influenzato dal loro potere contrattuale in altre arene, come il mercato del lavoro, la comunità e lo Stato. Anche queste istituzioni hanno disuguaglianze di genere profondamente radicate. I mercati del lavoro hanno grandi divari salariali tra i sessi; le comunità spesso limitano la mobilità delle donne e le donne sono scarsamente rappresentate nelle istituzioni statali.

Lei sostiene che il modo in cui gli economisti caratterizzano la famiglia influenza le politiche.

Il modello unitario e quello della contrattazione suggeriscono interventi politici molto diversi. Il modello unitario suggerisce che se si trasferisce terra o denaro al capofamiglia maschio, tutti i membri della famiglia ne beneficeranno allo stesso modo. Il modello di contrattazione suggerisce che trasferire risorse al capofamiglia maschio ridurrà ulteriormente il potere di contrattazione delle donne, e influenzerà negativamente l'intera famiglia. Tuttavia, se il governo trasferisce terra o denaro alle donne piuttosto che agli uomini, aumenterà il potere di contrattazione delle donne a casa e beneficerà anche i bambini, poiché le donne di solito spendono di più per i bisogni della famiglia. I governi dovrebbero quindi perseguire politiche che aumentino il potere contrattuale delle donne sia in casa, trasferendo loro maggiori risorse, sia nel mercato del lavoro, aumentando le loro opzioni di lavoro e fornendo supporto per la cura dei figli.

Intanto, è merito suo se nel 2005 è cambiata la legge sull'eredità indù nel 2005, rendendola uguale per l'80% delle famiglie.

Purtroppo c'è ancora un ampio divario tra la legge e la pratica. La mia recente ricerca per il 2014 mostra che in media solo il 14% delle donne nelle famiglie rurali proprietarie di terra sono proprietarie di terreni, e possiedono solo l'11% della terra. Tuttavia, in alcuni stati dell'India meridionale il divario è minore. In Telangana, per esempio, ho scoperto che il 32% delle donne possiede la terra. Anche il Kerala, dove molte comunità sono matrilineari, se la cava bene.

La disparità di accesso alle risorse tra uomini e donne è un problema enorme nei Paesi in via di sviluppo. Ma nel mondo sviluppato è stato risolto?

No. Anche nei Paesi sviluppati troviamo grandi divari di genere nella ricchezza, nei salari, nell'occupazione e nell'avanzamento di carriera. Questo perché alcune norme sociali sono comuni per tutte le donne a livello globale. Per esempio, la responsabilità principale del lavoro domestico e della cura dei bambini ricade sulle donne. Quindi, quando hanno figli, molte passano da un lavoro a tempo pieno a uno part-time, o lasciano del tutto il lavoro finché i figli non crescono. Questo non solo riduce le loro prospettive di essere assunte in primo luogo (poiché i datori di lavoro possono presumere che "abbandoneranno" il lavoro quando avranno dei figli), ma influisce anche sui loro guadagni e redditi da pensione nel corso della vita. A sua volta, questo porta a disuguaglianze di ricchezza. Inoltre, anche nei Paesi sviluppati, molti padri preferiscono lasciare le loro imprese ai figli piuttosto che alle figlie. Se il governo fornisce assistenza gratuita ai bambini in età prescolare e congedi di paternità e maternità non sostituibili, può migliorare le prospettive di lavoro delle donne. Alcuni paesi europei hanno queste politiche, ma la maggior parte no. E quasi ovunque, ci si aspetta ancora che le donne facciano la maggior parte del lavoro domestico.

Le Ong possono avere un ruolo nel ridurre i divari di genere?

Sì, possono. Molte Ong lavorano con le comunità e possono svolgere un ruolo importante nell'assicurare che le politiche progressiste del governo siano attuate. Le Ong possono anche richiamare l'attenzione sulle carenze delle politiche e aiutare a correggere la rotta. Io chiamo questo "ruolo di ponte" delle Ong. Ma possono anche giocare un "ruolo di resistenza", mobilitando le persone a protestare contro le politiche che sono contro i loro interessi. Le Ong spesso guidano i movimenti sociali per la protezione dell'ambiente, per cambiare le leggi per ridurre le differenze di genere nei salari o nella proprietà, per promuovere il diritto delle persone al cibo e all'istruzione, e così via. Nell'Asia meridionale le Ong hanno dato contributi molto importanti in tutti questi ambiti.

CHI È BINA AGARWAL 

Bina Agarwal è professore ordinario di Development Economics and Environment nella University of Manchester, nel Regno Unito. È stata Presidente dell’International Society for Ecological Economics; Vice Presidente della International Economic Association e ha ricevuto il titolo di Distinguished Professor dalle Università di Cambridge, Harvard e Princeton. Tra i suoi libri più apprezzati troviamo: «A Field of One’s Own: Gender and Land Rights in South Asia» (1994), «Gender and Green Governance» (2010) e «Gender Challenges» (2016). I suoi lavori pionieristici sulle disuguaglianze di genere per i diritti e la gestione della proprietà terriera e la governance ambientale hanno avuto un impatto a livello mondiale valendole molti riconoscimenti, tra questi il Premio Padma Shri, 2008; vari premi letterari, oltre al Premio Leontief, nel 2010, al Premio Louis Malassis e al Premio Balzan nel 2017.

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