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FINANZIARE L'IMPRESA

Ripartenza a tempo... debito

L’Italia affida il 90% del debito totale agli istituti di credito. Per un riequilibrio dei pesi tra banche e altre fonti finanziarie servirà tempo. Ma nel frattempo occorre un incremento della durata media dell’esposizione

Marco Scotti
Ripartenza a tempo... debito

La data segnata con un circolino rosso sul calendario è quella del 30 giugno. Dopo quel giorno, infatti, ci dovrebbe essere – con tutti i condizionali del caso – l’idea di iniziare un progressivo allentamento delle misure di sostegno per imprese, lavoratori e famiglie. Tradotto: stop al blocco dei licenziamenti almeno per determinati settori, termine della cassa integrazione agevolata, conclusione delle moratorie su mutui, bollette e cartelle esattoriali, progressiva eliminazione della garanzia statale sui prestiti. In pratica, uno tsunami che si abbatterà sull’economia italiana facendo vedere gli effetti di un calo del Pil senza precedenti in tempo di pace che finora sono rimasti nascosti grazie alle politiche protettive del governo Conte prima e di quello a guida Mario Draghi, poi. Se si considerano solo le aziende, secondo Banca Ifis ci sarà un incremento degli Npe, cioè i prestiti incagliati e difficili da esigere, di circa 100 miliardi tra il 2021 e la fine del 2022, con il totale che arriverà a oltre 440 miliardi, poco meno di un terzo del prodotto interno lordo italiano. «Il vero tema per tornare alla normalità – ci spiega Simone Mirani (nella foto), General manager operations di Crif Ratings – è ridurre le misure di sostegno all’economia, ma non toglierle improvvisamente. Da questo punto di vista è da notare che alcune banche stanno prorogando il termine delle moratorie indipendentemente da quello che deciderà di fare il governo, perché sanno benissimo che altrimenti si rischia l’onda di piena. L’incremento degli Npl sarà soprattutto nel 2022, perché gli effetti di quanto accaduto (e che ancora sta succedendo) impiegheranno tra i 12 e i 18 mesi per sostanziarsi. Al momento siamo ancora in una fase di attesa, tant’è che i depositi bancari sono superiori a quelli del 31 dicembre 2019 e il tasso di default è perfino più basso. C’è da dire, infine, che mancano totalmente strumenti predittivi: in tutte le crisi abbiamo sempre rilevato un effetto selezione naturale e darwiniano. Quando i tassi di default si impennano, come accaduto nel 2009 o nel 2010, arrivano al 7-8% del complessivo delle imprese. Questa volta invece vedremo settori enormemente penalizzati e altri che addirittura ne usciranno rafforzati».

Secondo Banca Ifis tra il 2021 e il prossimo anno ci sarà un incremento degli Npe di circa 100 miliardi di euro

In effetti, a prescindere dalla crisi, a ritrovarsi quantomeno come prima – per non dire addirittura meglio – oltre al comparto farmaceutico che è stato naturale protagonista di questo ultimo anno, primeggiano i servizi di telecomunicazione, l’hosting e i siti web, i servizi di videoconferenza, l’e-commerce. Di contro, il settore dell’edilizia, già pesantemente penalizzato durante la crisi del 2008-2009, sta vivendo un’altra fase nera. Per questo, però, è bene ricordare come il grande tema del post-pandemia sarà reinventare settori esistenti. Va in questa direzione, ad esempio, l’Ecobonus al 110%, che consentirà di mettere in circolo liquidità e attenuare gli effetti più devastanti del virus. Certo, sarebbe servita un po’ di elasticità in più e qualche scartoffia burocratica in meno…

Tornando però al credito, a cambiare dovranno anche e soprattutto essere le banche e, più in generale, l’intero sistema del credito. «La valutazione del merito creditizio non potrà più essere basata sui bilanci – chiosa Mirani – e questo perché altrimenti si avrebbe una fotografia obsoleta e incompleta dello stato di salute di un’impresa. Sarà fondamentale riuscire a capire le performance delle aziende e le prospettive. Perché non si possono evitare i rischi, ma bisogna per forza analizzare quali sono le situazioni che possono deteriorarsi, dall’altro dotarsi dell’abilità di fare il cherry picking. Parlando più in generale del mondo del credito, a breve termine è molto semplice accedere a quello garantito, grazie all’estensione della tutela statale anche sulle obbligazioni come bond e minibond. In un’ottica di lungo termine, invece, mi attendo che progressivamente si innestino altri sistemi che vadano oltre la logica bancocentrica. Se dovessimo trovare una lezione da questa crisi è per esempio che solo il 30% del debito complessivo deve essere a breve termine, perché altrimenti si rischia di trovarsi con l’acqua alla gola».

Il “bancocentrismo”, d’altronde, è un tema comune, o meglio comunitario: l’Eurozona mediamente affida l’85-86% del debito totale agli istituti di credito. L’Italia arriva al 90%. Dunque, è normale che per arrivare a un riequilibrio dei pesi tra banche e altri soggetti servirà ancora del tempo. Quello che però si deve fare è un incremento del tempo medio dell’esposizione. Oggi circa il 50% del debito bancario è a breve. Per motivi facilmente intuibili: costa meno, ha tassi più vantaggiosi, può essere rinegoziato rapidamente. Ma nel 2020, prima dell’arrivo del Covid, c’erano 200 miliardi di debito finanziario in scadenza. Per evitare che si possa ripetere una situazione come quella attuale l’unica soluzione è spalmare il complessivo su più anni. «Il debito cosiddetto “autoliquidante” o lo sconto in fattura sono sicuramente comodi – conclude Mirani – ma dal punto di vista logico avrebbe più senso fare un finanziamento a cinque anni, che è più gestibile».

TROPPO COMPLICATO RECLAMARE L'IVA. E NON SOLO IN ITALIA

C’è un numero per certi versi incredibile che nulla ha a che vedere con il Covid: il 54% dell’Iva complessiva a livello globale non viene reclamato dalle imprese a causa della complessità del processo soprattutto quando si tratta di farlo tra paesi che hanno diverse tassazioni. Le cifre arrivano da Sap Concur, la divisione della multinazionale dei gestionali che si rivolge al settore dei viaggi d’affari e alla rendicontazione delle spese. «Sono circa 120 – ci spiega Gabriele Indrieri, Head of Sap Concur per Italia Malta e Grecia – i paesi che permettono il recupero dell’iva estera, ma ognuno lo fa con regole diverse. È qui che la tecnologia può venire in soccorso, fornendo aliquote, procedure, sistemi adatti a ottenere quanto spetterebbe. La situazione del lavoro diffuso in modalità remota, inoltre, ha contribuito a rendere ancora più complicata il recupero di questi fondi. È una situazione che poteva essere tollerata nel pre-Covid ma che ora è al centro di una grande attenzione da parte dell’Europa per liberare questo cash-flow».

Sap Concur ha avviato la sperimentazione di alcune tecnologie: su tutte, la blockchain. La catena di blocchi viene indagata soprattutto per quanto riguarda due filoni: il primo è quello della gestione delle spese. Una modalità certificata che permette di impiegare il “cash advance” (cioè l’anticipo contante) in maniera sicura e garantita. Il secondo impiego della tecnologia è invece in un’ottica di ritorno alla normalità. «Si tornerà a viaggiare per affari in un tempo relativamente breve – conclude Indrieri – ma serviranno certificazioni come i passaporti sanitari digitali o quelli vaccinali. E la blockchain permette di garantire sicurezza e unicità su queste informazioni vitali per il futuro».

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