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sustainability & circular economy

Col vertical farming l’agritech diventa democratico

In California la coltivazione aeroponica è esplosa già da una trentina d’anni. Ma i costi sono alti, e così i prodotti sono relegati ad un mercato di nicchia. In Italia invece, Zero Farm cerca di invertire la tendenza

2 Giugno 2021

Margherita Ceci
Col vertical farming l’agritech diventa democratico

È arrivata sugli scaffali dei supermercati l’insalata prodotta senza terra. No, non è l’ultima trovata dell’healty food, né un prodotto di nicchia per gli appassionati di biotecnologie. Quella che Zero Farm – costola di vertical farming di Zero, società di tecnologie avanzate – propone ai consumatori, è a tutti gli effetti un’insalata normale, con lo stesso sapore, freschezza e nutrienti di un’insalata coltivata a terra. Dove sta la differenza? Nell’enorme risparmio di risorse. «Le nostre coltivazioni nascono in luoghi chiusi controllati», spiega ad Economy Daniele Modesto, biologo molecolare e fondatore di Zero, «dove la pianta cresce sospesa su strutture a livelli e, tramite una tecnologia aeroponica, l’acqua e tutti i nutrienti di cui ha bisogno vengono nebulizzati direttamente alle radici. Questo consente non solo di evitare l’uso di pesticidi, dal momento che senza l’utilizzo della terra o di altri substrati viene meno il rischio di malattie e contaminazioni, ma anche di ridurre il consumo di acqua. Noi ne impieghiamo oltre il 95% di quantità in meno rispetto all’agricoltura tradizionale, perché ricicliamo quella che le piante non assorbono, la purifichiamo e la immettiamo nuovamente nel ciclo, a cui si somma un risparmio del 100% dell’acqua di lavaggio perché non abbiamo la necessità di lavare i prodotti che raccogliamo. Inoltre questo fa sì che le nostre insalate abbiano una vita di scaffale maggiore rispetto ai prodotti tradizionali o biologici, perché sono confezionate direttamente dopo la raccolta, senza essere sottoposte allo stress del lavaggio con metodi industriali»

Insomma, le stesse caratteristiche dei prodotti bio ma con una sostenibilità persino maggiore, grazie al risparmio di terreno e di acqua. Certo, viene da chiedersi se queste tecnologie dietro alla produzione dell’insalata senza terra non impattino sullo scontrino del consumatore. Ed effettivamente in California, dove il trend del vertical farming è esploso già da un trentennio, i prezzi sono piuttosto alti e poco accessibili. «La nostra sfida è proprio questa: democratizzare il prodotto finale. Quello che vogliamo spiegare ai consumatori», continua Modesto, «è proprio che non si tratta di un’altra cosa di nicchia fatta solo per gli interessati, ma è un prodotto per tutti. Dato che la produttività al m² è altissima, per coprire i costi di produzione abbiamo incrementato la superficie sviluppando una tecnologia hardware-software in grado di realizzare gli impianti di vertical farm su scala industriale». Ed ecco che così il prezzo si abbassa, andando a concorrere con quello dei prodotti biologici.

Oltre alla sostenibilità finanziaria però, c’è il problema della produzione e della costruzione di tutte queste tecnologie, che normalmente richiedono lavoratori di alto livello con una grande preparazione nel campo dell’agritech. Zero Farm ha pensato di ovviarvi a monte, investendo nella proprietà intellettuale, ovvero su creazione, produzione e sviluppo delle tecnologie. In questo modo è possibile affidare la coltivazione a normali lavoratori di serra, affiancati ed aiutati dall’hi-tech e monitorati da un agronomo digitale.

Ma perché lanciare un’azienda di questo tipo proprio nel Paese per eccellenza del Mediterraneo, dove sole, acqua e terreni di certo non mancano? Il fondatore di Zero non ha dubbi: «È proprio questa la sfida che vogliamo vincere. In un Paese di cultura e tradizione agricola più che consolidata, si tratta di combattere uno status quo. Dobbiamo raccontare una storia diversa, spiegare al consumatore che quello che si ottiene con la tecnologia artificiale è esattamente il prodotto che si ottiene con l’agricoltura di una volta. Le nostre piantine stanno in una sorta di albergo a 5 stelle, e noi le trattiamo con i mani di velluto, dando loro tutto quello di cui hanno bisogno all’interno del contesto migliore per sviluppare le proprietà organolettiche migliori. Se riusciamo a farlo a funzionare a livello industriale qui in Italia, un Paese così ancorato alla tradizione,  allora possiamo farlo funzionare in tutto il mondo».

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