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Il sud punta sull’economia della conoscenza

Bonifiche, grandi industrie, logistica intermodale, infrastrutture, aggregazione fra imprese, innovazione: a guidare la rinascita del Mezzogiorno non saranno solo i fondi, ma le competenze. La parola ai manager

Marco Scotti
Il sud punta sull’economia della conoscenza

Da una parte le rassicurazioni del governo di destinare il 40% del Pnrr al Meridione. Tradotto, una quota vicina a 84 miliardi cui dovrebbero sommarsene altri 100 per infrastrutture e connettività. Dall’altra la necessità del Sud stesso di affrancarsi da quella visione un po’ stereotipata di un Mezzogiorno incapace di allontanarsi dalla greppia del pubblico, delle mancette e delle grandi opere che non arrivano mai in tempo. «Non siamo più negli anni ‘60 – racconta a Economy Luigi Bianco, il presidente di Federmanager Napoli – oggi emergono nuove prospettive di crescita. Abbiamo tante Pmi eccellenti, non particolarmente significative dal punto di vista dimensionale ma con una grande spinta verso il futuro; ci sono tante start-up innovative, poli tecnologici. Sono tutte best practice che ci devono far guardare al Mezzogiorno come a una frontiera dell’innovazione per la crescita sostenibile».

Le sezioni del Sud di Federmanager, d’altronde, hanno avviato già da tempo una discussione costante e continua per individuare i progetti più adatti per riuscire a risolvere la “questione meridionale”. Un tema che accompagna l’Italia fin dalla sua unità e che oggi può essere definitivamente messo in soffitta grazie ai fondi del Pnrr. Il Nord, non senza falsa coscienza, continua a considerare il Mezzogiorno come una “palla al piede”. «Eppure – ci spiega il presidente di Federmanager Puglia Pietro Conversano – la Germania Ovest, quando cadde il muro di Berlino, decise di investire centinaia di miliardi nella rigenerazione dell’ex Ddr che pure era industrializzata perché questa non aveva condizioni di distribuzione dell’economia. Così facendo il Pil della Germania Est è tornato ai livelli dell’Ovest e in questo modo si è realizzata una vera e propria unione. Ma ovviamente anche il nostro Meridione ha le sue responsabilità, a causa di una burocrazia che non lascia respiro e che rallenta le grandi opere. I Por (Programmi Operativi Regionali, ndr) durano sette anni: un tempo che sembra sufficiente per realizzare infrastrutture, ma che viene frustrato da troppi enti regionali, provinciali, comunali e organi di controllo preposti. Dobbiamo sicuramente preservare le nostre coste, ma anche portare avanti piani di investimento strategici che permettano di migliorare la condizione in cui viviamo».

Le sezioni del sud di Federmanager hanno avviato da tempo un confronto per individuare i progetti su cui insistere

La sezione di Federmanager che raggruppa Napoli, Avellino, Benevento e Caserta ha istituito due commissioni con i vari manager in servizio e in pensione: la prima sugli studi industriali, la seconda su aerospace, automotive e transportation. Questi comparti, infatti, sono quelli in cui Napoli e la Campania tutta eccellono. Oltretutto, non da ieri, ma si tratta di una competenza acquistata nel tempo e progressivamente cementata.

«Ma oggi – aggiunge Bianco – non possiamo non richiamare la crisi pandemica che stiamo attraversando, che ci costringe a gestire complessità sempre crescenti alle quali non eravamo allenati. Ci sono incognite che ci costringono a individuare una nuova via. E la parola non è casuale, perché è anche l’acronimo delle tre grandi variabili che emergono: Velocità, Incertezza e Ambiguità. Inutile nascondersi, nonostante i progressi che abbiamo fatto e che continuiamo a registrare, i dati che affluiscono da tutti i centri di ricerca, dallo Svimez a Bankitalia, fotografano un Paese che viaggia a due velocità. Per questo motivo Federmanager sta lavorando insieme alle migliori istituzioni, agli agenti più aperti delle comunità sociali e locali, con Confindustria, Confapi, istituzioni regionali per contribuire alla creazione di un ecosistema produttivo fondato sull’innovazione ma con una forte base meridionale. Serve per generare i fondi, per aggregare le imprese, per creare lo spill-over universitario adatto a creare una nuova imprenditorialità innovativa e attrarre dall’estero capitali e aziende. Questo è il nostro obiettivo strategico per far sì che il Mezzogiorno metta in atto quella che chiamiamo l’economia della conoscenza».

Il Pnrr è davvero un’opportunità storica. Alcuni economisti si sono affrettati a dire che i fondi a disposizione, compresi quelli europei e d’inclusione, sono perfino troppi. La verità è che servirà una programmazione certosina e una precisa presenza manageriale per fare e fare molto, anche in un’ottica di reingegnerizzazione e sburocratizzazione della pubblica amministrazione, che rimane troppo spesso ancorata a bizantinismi non più compatibili con l’accelerazione che deve essere impressa all’economia. Urge anche completare una digitalizzazione imperfetta che deve mettere al centro sistemi di cyber security, di blockchain e di altre tecnologie che rendano la pubblica amministrazione efficace, efficiente e trasparente. E serve anche iniziare a ragionare in un’ottica di smart city: che non significa soltanto avere colonnine di ricarica per auto elettriche e smart grid, ma anche luoghi che consentono di impiegare in maniera corretta – smart, appunto – il capitale umano di chi le abita.

Occorrono piattaforme di edge cloud a disposizione della pubblica amministrazione e delle piccole e medie imprese

«Abbiamo anche bisogno – aggiunge Bianco – di realizzare piattaforme di edge cloud a disposizione della pubblica amministrazione e delle Pmi. Nelle industrie del territorio bisogna portare intelligenza artificiale, realtà aumentata, big data, IoT. Il tutto, ovviamente, fornendo ai manager quelle soft skill che sono fondamentali per l’applicazione delle nuove competenze e per l’individuazione delle strategie più corrette. Da questo punto di vista, la commissione automotive e aerospace si rivolge a un ampio numero di imprese con il supporto di manager per elaborare proposte per l’economia campana che passano anche dall’idrogeno, in aderenza ai dettami del Pnrr».

Proprio l’idrogeno è al centro di un progetto di riqualificazione epocale che però non potrà impiegare meno di dieci anni prima di diventare operativo: è quello dell’ex-Ilva di Taranto, che necessita di investimenti per essere portata a quella quota produttiva di 8 milioni di tonnellate all’anno senza essere dannosa per l’ambiente. «Occorre la volontà politica per un grande patto per la città – chiosa Conversano – basato sulla serietà e non più su proclami o false ideologie. Per quanto concerne l’idrogeno, non è certo una tecnologia nuova, ma qualcosa che è stato sviluppato già da tempo. Tra l’altro, proprio in Puglia, a Monopoli, furono effettuati test e fu realizzato un prototipo di motore automobilistico alimentato a idrogeno che per il momento è rimasto lettera morta. Va bene guardare alla riconversione energetica, ma bisogna anche pensare a quella degli impianti, eliminando ciò che è più pericoloso per una città che oggi è stanca e non più disposta a sopportare altri problemi. Tanti investimenti, come ad esempio quelli previsti per la copertura dei parchi minerari oppure altri interventi richiesti dalle Autorizzazioni Integrate Ambientali non sono stati ancora completati. L’impianto tarantino può diventare carbon free non prima di dieci anni. E nel frattempo che cosa facciamo? I 12mila lavoratori dell’azienda di che cosa vivono? E l’economia indotta che fine fa?».

Un altro annoso problema che riguarda il Mezzogiorno è quello della carenza di un sistema capillare ed efficiente di trasporti. Taranto e Napoli, ad esempio, sono due estremi del territorio italiano che necessitano di essere collegati dall’Alta velocità, in modo da creare una fitta rete a servizio del turismo e delle merci. «E poi – conclude Conversano – c’è da lavorare molto anche sul tema del trasporto marittimo. Il porto di Taranto ha i fondali sufficientemente profondi da accogliere le grandi navi cargo che arrivano dal Mediterraneo, ma da lì servirebbe sviluppare un sistema di piccolo cabotaggio che risalga l’Adriatico fino a Trieste. Oggi invece le grandi navi arrivano direttamente al nord, bypassando la Puglia, con la scusa che le merci che trasportano da lì devono arrivare in Austria. Ma è una mezza verità: a Grottaglie, ad esempio, c’è la più grande pista d’Europa costruita in tandem con Leonardo. Dovremmo sfruttarla per fare della Puglia un hub strategico per la logistica intermodale, in cui mare e aria si uniscono per raggiungere l’Europa. Se questo progetto prendesse corpo, le grandi navi invece che arrivare a Rotterdam passando dall’Atlantico potrebbero fermarsi in Puglia e da qui imbarcare i container verso il nord».

Ultimo tema che va risolto rapidamente è quello della fuga dei cervelli. Una fetta consistente dei giovani meridionali decide di andare a lavorare al Nord, dove si trovano condizioni migliori e più opportunità. Ma questo depauperamento della cultura e del tessuto sociale è un vuluns che va colmato al più presto. Anche perché le università funzionano bene e si rischia di sprecare soldi pubblici.

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